Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36208 del 13/02/2015


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 36208 Anno 2015
Presidente: NAPPI ANIELLO
Relatore: MICHELI PAOLO

SENTENZA

sui ricorsi proposti nell’interesse di

Nascimbene Maria Teresa, nata a San Martino Sicconnario il 31/03/1948

Poma Cristina, nata a Pavia il 07/02/1963

Rossi Vittorio, nato a Pavia il 28/06/1954

avverso la sentenza emessa il 14/10/2013 dalla Corte di appello di Milano

visti gli atti, la sentenza impugnata ed i ricorsi;
udita la relazione svolta dal consigliere Dott. Paolo Micheli;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott.
Umberto De Augustinis, che ha concluso chiedendo il rigetto dei ricorsi;
uditi:

per la Nascimbene, l’Avv. Orietta Stella
per la Poma, gli Avv.ti Alessandra Stefano é Dino Cristiani Contardo

per il Rossi, l’Avv. Carlo Baccaredda Boy

i quali hanno concluso per l’accoglimento dei rispettivi ricorsi, e l’annullamento
della sentenza impugnata

Data Udienza: 13/02/2015

RITENUTO IN FATTO

1. L’08/06/2011, il Tribunale di Pavia condannava a pene ritenute di giustizia
Maria Teresa Nascinnbene e Cristina Poma, in relazione a un delitto di
appropriazione indebita aggravata (entrambe) e ad un ulteriore addebito di
circonvenzione d’incapace (la sola Nascimbene). I fatti si riferivano a vicende
occorse negli ultimi anni di vita di Angelo Cazzani, deceduto ultracentenario nel

grado di provvedere a se stesso, aveva assunto da anni la Nascimbene come
domestica, e nel luglio 2005 la aveva nominata:
– con atto in data 5, suo procuratore generale ad negotia, affinché costei potesse
“compiere qualsiasi atto di amministrazione ordinaria e straordinaria e di
disposizione, relativamente a tutti i beni, mobili e immobili” di proprietà dello
stesso Cazzani;
– con testamento pubblico in data 11, sua erede universale.
Gli atti in questione erano stati formati presso l’abitazione del Cazzani, sita
in Pavia, ed ivi ricevuti dal notaio Dott. Vittorio Rossi: in entrambe le occasioni,
l’anziano risultava aver dichiarato di essere impossibilitato a sottoscrivere a
causa di una “debolezza senile agli arti”. In seguito, con il Cazzani ancora in
vita ma ancor prima della fine del 2005, la Nascimbene aveva concluso sei atti di
compravendita con i quali (in forza della procura anzidetta) aveva disposto del
cospicuo patrimonio immobiliare dell’uomo, per un corrispettivo complessivo di
4.664.500,00 euro, di cui 1.090.000,00 euro attestati come già versati dagli
acquirenti al momento della stipula: dei contratti de quibus, quattro si erano
perfezionati a rogito del ricordato Dott. Rossi.
Nel gennaio 2006, a seguito di autonome indagini su fatti diversi svolte dalla
Procura della Repubblica presso il Tribunale di Imperia, la Nascimbene veniva
attinta da un provvedimento restrittivo della libertà personale (la misura
risultava emessa, fra gli altri, a carico di tali Roberto Rossetto e Luciano Ignazio
Rossetti, i quali avevano svolto la funzione di testimoni all’atto del rilascio della
procura generale del 05/07/2005). L’episodio consentiva ad alcuni prossimi
congiunti del Cazzani di prendere conoscenza della stipula degli atti sopra
ricordati, e di verificare altresì – all’esito della successiva interdizione
dell’anziano, con nomina di un tutore – che la Nascimbene aveva acceso un
conto corrente il 14/07/2005, sul quale erano confluiti i denari ricavati dalle
vendite concluse nei mesi successivi: alla data del 31/01/2006, nondimeno, il
saldo del conto medesimo risultava pari a soli 135,30 euro.

marzo 2006; l’anziano, che secondo l’ipotesi accusatoria era da tempo non più in

Il processo di primo grado veniva celebrato nei confronti:
– del notaio Rossi e della Nascimbene, per il reato di cui agli artt. 110, 479, 61
nn. 2, 5, 7 e 11 cod. pen. [capo 1)], in ordine alle presunte falsità attestate nella
procura generale, sul presupposto che il Cazzani, “per le condizioni di degrado
fisico e mentale risultanti dalla documentazione sanitaria in atti”, ivi comprese le
cartelle cliniche afferenti i suoi molteplici ricoveri ospedalieri tra il 2003 e il 2005,
non fosse “capace né di rappresentarsi le conseguenze dell’atto redatto dal
notaio, né di manifestare le complesse dichiarazioni che costituiscono il

e Rossetti, testimoni all’atto de quo, venivano prosciolti all’esito dell’udienza
preliminare);
– ancora del notaio Rossi e della Nascimbene, per l’identica ipotesi di falso
ideologico relativa al testamento dell’11/07/2005 [capo 2)], e sempre in ragione
dello stato di salute dell’anziano, incompatibile con quanto ivi attestato (nei
confronti di coloro che erano stati testimoni in occasione di quel secondo atto
pubblico, Annalisa Bertolotti ed Elena Zucca, interveniva parimenti sentenza di
non luogo a procedere);
– degli stessi Rossi e Nascimbene, per concorso in abuso d’ufficio, consistente
nella violazione delle norme di legge sulla disciplina della professione notarile
[capo 3)];
– della Nascimbene e del Rossi, per il reato di cui agli artt. 110, 643, 61 nn. 7 e
11 cod. pen. [capo 4)], per avere essi indotto il Cazzani, abusando del suo “stato
di demenza senile o comunque di deficienza psichica”, ad attribuire alla donna i
poteri correlati alla procura generale del 05/07/2005, nonché a disporre dei
propri beni in favore della stessa, con il successivo testamento;
– della Nascimbene e dell’Avv. Cristina Poma, per concorso in appropriazione
indebita pluriaggravata [capo 5)], quanto al ricavato degli atti di vendita degli
immobili di proprietà del Cazzani e delle somme depositate sui conti correnti
riferibili a quest’ultimo: la Ponna, in particolare, “per avere concorso
nell’ideazione ed esecuzione del reato, apprestando assistenza legale ed
assistendo agli atti di compravendita immobiliare sopra indicati”.
Nel corso del giudizio di primo grado si costituivano parti civili Delfina Reina,
Luigia Cazzani ed Eugenio Cazzani, congiunti del defunto, e venivano acquisite
alcune intercettazioni compiute nell’iniziale procedimento iscritto ad Imperia;
all’udienza del 12/05/2010, i reati di cui ai capi 2), 3) e 4) venivano contestati
anche all’Avv. Poma, ai sensi dell’art. 517 del codice di rito.
All’esito del processo, il Tribunale dichiarava la penale responsabilità delle
sole Poma, quanto al capo 5), e Nascinnbene, per il medesimo capo 5) e per il
reato sub 4), limitatamente all’episodio della procura generale; le somme

contenuto dell’atto, né di percepire suoni e stimoli verbali” (gli anzidetti Rossetto

complessive oggetto dell’appropriazione indebita venivano quantificate in
1.837.000,00 euro, con riferimento al totale dei prelievi dal conto corrente
bancario acceso nel luglio 2005, da ritenere effettuati sine titulo.

A proposito

della Poma, gli elementi a carico erano evidenziati nelle circostanze dell’avere
ella predisposto gli atti preliminari di compravendita, favorito una più sollecita
conclusione della vicenda attraverso l’alienazione in blocco dell’intero fabbricato
di proprietà del Cazzani e consigliato la Nascimbene sulle più efficaci modalità di
occultamento del ricavato di quelle operazioni.
Il Tribunale, in relazione agli ulteriori delitti contestati ed analizzando in

12 della successiva pronuncia della Corte di appello di Milano, emessa il
14/10/2013), disattendeva invece «le conclusioni dei c.t. del P.M. e della parte
civile, ritenendo, anche alla luce di alcune deposizioni testimoniali e del
contenuto di alcune conversazioni telefoniche intercettate, non raggiunta la
prova che il Cazzani, nel luglio del 2005, fosse incapace di intendere e di volere,
o in stato psicofisico così defedato da non riuscire a proferire parola o da
mostrare in altro modo i segni evidenti della demenza, ossia della totale
incomprensione di quanto avveniva davanti a lui, ritenendolo in grado di
percepire suoni e stimoli verbali e di manifestare il proprio pensiero […], in grado
(o quanto meno appariva tale) di capire quanto avveniva davanti a lui e anche di
rappresentarsi le conseguenze dei propri gesti e delle proprie parole». Doveva
perciò concludersi che, in presenza di una volontà comunque palesata dal
disponente in occasione dei due atti, non vi fosse spazio per ravvisare i reati di
falso, per i quali sarebbe stata necessaria «una radicale assenza di dichiarazione
di volontà, ovvero una dichiarazione espressa in maniera così difforme dalle
comuni regole di comunicazione, da non poter essere nemmeno considerata
tale».

2. A seguito di impugnazioni proposte dal P.M., dalle parti civili e dalle
imputate condannate in primo grado, la Corte di appello di Milano – con la
sentenza sopra ricordata, e indicata in epigrafe – riformava la decisione del
Tribunale, dichiarando:
– non doversi procedere nei confronti della Nascimbene e della Poma con
riferimento ai reati di cui ai capi 3), 4) – limitatamente alla procura generale – e
5) della rubrica (sulla declaratoria di estinzione del contestato abuso d’ufficio vi
era una successiva correzione di errore materiale, disposta con ordinanza del
13/01/2014, stante la pronuncia liberatoria del Tribunale ed il ritenuto
assorbimento dell’addebito nelle più gravi ipotesi di falso);

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particolare la posizione del notaio (come poi riportato in sintesi alle pagg. 11 e

- la penale responsabilità della Nascimbene, della Poma e del Rossi con
riferimento ai reati contro la fede pubblica sub 1) e 2). Nella motivazione della
sentenza, i giudici dell’appello precisavano comunque che la condanna
pronunciata nei riguardi della Poma doveva intendersi riferita al solo capo 2).
2.1 La Corte territoriale reputava utilizzabili le intercettazioni telefoniche
compiute nell’ambito del procedimento che aveva avuto inizio ad Imperia, e che
si riferiva ad una presunta associazione per delinquere costituita fra vari soggetti
(tra i quali la Nascimbene ed il Rossetti) al fine di commettere reati di truffa. A
riguardo, richiamata la giurisprudenza di legittimità in tema di interpretazione

indagini relative alla vicenda del Cazzani si inserivano in un contesto riguardante
varie ipotesi criminose, da considerare connesse sul piano probatorio e collegate
sotto il profilo soggettivo con quelle che avevano costituito oggetto dei
provvedimenti dispositivi delle intercettazioni: solo in un momento successivo
era stato disposto uno stralcio per ragioni di competenza territoriale.
2.2 Quanto allo stato mentale del Cazzani all’epoca dei fatti, la Corte
milanese chiariva che risultavano acquisiti in atti plurimi elaborati: una
consulenza curata su incarico del P.M., una a firma di uno specialista nominato
nell’interesse delle parti civili, una per ciascuno dei tre imputati, una svolta
nell’ambito del procedimento per l’interdizione dell’anziano e l’ultima intervenuta
nella causa civile conseguente all’impugnazione della procura e del testamento
più volte ricordati. Solo i consulenti degli imputati avevano sostenuto che il
Cazzani non fosse affetto da demenza, ma il Tribunale aveva comunque ritenuto
– sulla base di dati testimoniali e di indicazioni tratte dalle stesse intercettazioni che egli avesse mantenuto una certa lucidità: fra l’altro, anche dopo avere
compiuto 100 anni l’uomo si era rivelato consapevole delle proprie sostanze,
aveva rappresentato la volontà di ricompensare la Nascimbene per l’assistenza
da lei ricevuta, aveva partecipato ad occasioni di festività e si era dimostrato
consapevole di fatti accadutigli nel presente. Soprattutto, il 23/06/2005 il
medico di famiglia del Cazzani, Dott. Marturano, aveva certificato che il suo
assistito risultava “vigile, cosciente e collaborante. Presenta deficit motori legati
all’età e non su base neurologica. Il paziente non è affetto da demenza senile,
ma presenta lievi deficit cognitivi legati anch’essi all’età»; sempre secondo il
Tribunale, appariva spiegabile la circostanza che lo stesso Dott. Marturano,
escusso nel gennaio 2006 poco dopo l’arresto della Nascimbene, si fosse
espresso in termini diversi con riguardo alla situazione dell’anziano (che la polizia
giudiziaria aveva riscontrato assai più compromessa, come di un soggetto non in
grado di capire cosa gli accadesse intorno). La Corte di appello ricordava altresì
che, stando alla ricostruzione dei giudici di primo grado, era innegabile

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dell’art. 270 del codice di rito, i giudici di secondo grado osservavano che le

«l’apprensione del medico nel trovarsi coinvolto, suo malgrado e seppure nella
veste di persona informata sui fatti, in un’inchiesta per reati contro il patrimonio
che vedeva come persona offesa il suo paziente Cazzani e come indagata la
Nascimbene, persona con la quale egli aveva avuto frequenti rapporti, proprio in
ragione della salute del Cazzani, e tenuto conto che i suoi certificati erano serviti
– e questo il Marturano lo sapeva – proprio per il rilascio delle procure; ciò gli
avrebbe procurato un comprensibile stato di tensione e preoccupazione, tali da
non consentirgli di rendere dichiarazioni con la necessaria serenità».

alla Nascimbene per gli atti di amministrazione ordinaria, alcuni vicini tra cui i
dottori Cianchi ed El Alam, gli stessi parenti del Cazzani) avevano poi descritto il
defunto come, anche nell’ultimo periodo, sostanzialmente presente a se stesso, e
comunque in condizioni non in linea con il quadro offerto da chi ne aveva
ipotizzato la demenza.
La Corte territoriale disattendeva invece le argomentazioni adottate dal
Tribunale, ritenendo di non poterle condividere.
Quanto agli accertamenti tecnici compiuti sulla persona del de cuius, i giudici
di secondo grado muovevano l’analisi dal sicuro, grave disorientamento
riscontrato sull’anziano nel gennaio 2006, quando egli aveva palesato una totale
dipendenza da chi gli prestava assistenza, ed osservavano che «pur dovendosi
dare atto che la progressione di una forma demenziale varia nel tempo in base a
molteplici fattori (sia individuali, che ambientali, etc.), talché a posteriori risulta
talora assai difficile retrodatarne l’insorgenza con chiarezza, non esiste in
letteratura alcuna evidenza scientifica che avvalori, sic et simpliciter, l’ipotesi che
in soli sette mesi una persona possa sviluppare tout court una forma demenziale
che porti la stessa da uno stato di sufficiente efficienza mentale ad un altro di
marcata deficitarietà psichica»; tanto più che al Cazzani, in occasione di
pregressi ricoveri, erano state comunque diagnosticate patologie assai gravi, tra
cui una vasculopatia cerebrale cronica, e che nel periodo luglio 2005 / gennaio
2006 non risultava che egli avesse sofferto di episodi acuti ex se idonei a
comprometterne le capacità cognitive. Contrariamente a quanto osservato dal
Tribunale, a nulla potevano rilevare i parziali stati di vigilanza e coscienza
mostrati dall’uomo nell’ultimo periodo della sua vita, quando era stato comunque
impossibilitato a far fronte alle necessità quotidiane od a rispondere a stimoli
esterni, salvo trovarsi occasionalmente a rispondere a «ordini semplici, di mera
non oppositività rispetto a comandi elementari, per di più riscontrati all’esito
dell’intervento dei sanitari». Nel contempo, non era possibile condividere il
giudizio formulato dai giudici di primo grado in ordine alla plausibilità delle
giustificazioni fornite dal Dott. Marturano onde spiegare la divergenza tra il

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Altri soggetti (il notaio Borri, che aveva rogato una prima procura rilasciata

contenuto della sua testimonianza e le dichiarazioni rese, tempo prima, alla
polizia giudiziaria: l’ipotesi che i verbalizzanti avessero equivocato su alcune
affermazioni del medico, o che costui si fosse trovato in uno stato di tensione
emotiva, appariva una mera congettura, mentre il teste aveva un oggettivo
interesse a descrivere il Cazzani come capace di intendere e di volere (avendo
financo ammesso che la Nascimbene gli aveva promesso uno degli appartamenti,
come ricompensa per la stesura del certificato redatto in vista degli atti notarili).
Non del tutto affidabile doveva parimenti considerarsi la deposizione del

di colui che aveva curato l’atto di compravendita del 19/12/2005, in forza
del quale la Nascimbene aveva venduto il residuo complesso immobiliare
per oltre 4.500.000,00 euro;

di un soggetto che si era dimostrato a conoscenza dei retroscena della
vicenda, tanto da aver rappresentato al telefono all’Avv. Poma,
apprendendo che il suo collega Rossi intendeva intestarsi uno degli
appartamenti, che lo stesso Rossi era “un pazzo, e doveva solo starsene
fuori”, sino a manifestare alla suddetta Ponna – come da costei riferito
alla Nascinnbene in un’altra conversazione intercettata –

il proprio

apprezzamento per l’operazione “perfetta” che era riuscita a
confezionare;

del genero dell’acquirente di uno degli appartamenti venduti dalla
Nascimbene in virtù della procura generale.
2.3 Con riferimento alla appena ricordata procura generale, la Corte

territoriale poneva quindi l’accento sulla stessa descrizione del contesto in cui
l’atto era stato perfezionato, offerta dal Rossi: l’imputato aveva infatti riferito di
aver trovato il Cazzani nudo nel letto, in una stanza semibuia, e di avergli sentito
dire che intendeva “dare la firma a Teresa”. Tale situazione non deponeva per la
piena capacità di un uomo anziano che si presentava senza pudore dinanzi ad un
notaio, mentre il richiamo ad una presunta volontà di consentire alla Nascimbene
di amministrare i suoi beni avrebbe dovuto leggersi alla luce della procura già
rilasciata alla donna qualche tempo prima: sarebbe stato pertanto necessario
accertare se il Cazzani non avesse piuttosto compreso, ove gli fosse stato
possibile, che si trattava di confermare l’atto precedente, che permetteva già alla
Nascimbene la gestione del patrimonio senza però alienare alcunché (tanto più
che lo stesso Cazzani era emerso, su base testimoniale, come un uomo
particolarmente attaccato ai suoi beni, e che mai aveva inteso venderne neppure
una parte).
Per quanto riguardava le disposizioni

mortis causa, la Corte di appello

escludeva che potesse riconoscersi rilievo decisivo alle dichiarazioni rese da

notaio Dott. Borri, trattandosi:

Annalisa Bertolotti, segretaria del notaio Rossi, secondo la quale l’anziano aveva
pronunciato la frase “Ga lasi tut a la Teresa”; la donna, escussa come persona
già imputata in reato connesso, aveva infatti «un interesse personale (oltre che
un debito morale verso il notaio) a riferire che tutto sommato la redazione del
testamento era stata più o meno conforme alla volontà apparente del Cazzani».
Inoltre, quella versione risultava in netto contrasto rispetto alle sommarie
informazioni della stessa Bertolotti dinanzi alla Guardia di Finanza, e non poteva
comunque ritenersi credibile che ella si fosse trovata in grave confusione, né che
gli inquirenti avessero verbalizzato in modo fuorviante il suo narrato. In ogni

né rappresentato a chicchessia la volontà di nominare la Nascimbene come
propria erede: ancora il giorno del centesimo compleanno, vale a dire nell’aprile
2002, egli aveva anzi palesato (alla presenza dei nipoti e della stessa
Nascimbene) il ben diverso proposito di voler “fare alla Teresa un contratto di
lunga durata”. L’altra testimone presente all’atto del testamento, Elena Zucca,
aveva del resto rappresentato al proprio convivente (il Geom. Criaco, che aveva
deposto sul punto dopo che la Zucca, già coimputata, si era astenuta dal rendere
dichiarazioni) che il Cazzani si era espresso con dei semplici suoni, senza che si
fossero distinte parole di senso compiuto.
La Corte territoriale, anche per evidenziare il movente che aveva animato il
notaio Rossi (la prospettiva di acquistare uno degli appartamenti del palazzo di
proprietà del Cazzani, dalla quale si era tirato indietro una volta appreso
dell’esistenza di parenti entro il sesto grado che avrebbero potuto impugnare il
testamento più volte ricordato), riproduceva quindi la trascrizione di numerose
conversazioni telefoniche intercettate.

3. Avverso la sentenza della Corte territoriale – nonché avverso l’ordinanza
emessa dalla stessa Corte di appello il 13/01/2014, recante la correzione del
dispositivo letto all’udienza del 14/10/2013 – propone ricorso il difensore della
Nascimbene, deducendo:
violazione degli artt. 127, 130 e 533 cod. proc. pen.
Nell’interesse della Nascimbene si evidenzia che la correzione suddetta,
concernente l’eliminazione del riferimento al capo 3) tra i reati per i quali
veniva dichiarato il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione,
risulta intervenuta lo stesso giorno del deposito della motivazione della
sentenza, non osservando la Corte milanese le previsioni di legge sulla
necessità del contraddittorio, come prescritto dall’art. 130 del codice di
rito, e privando così le parti della possibilità di interloquire in merito.
Violazione inconfutabile e sanzionata a pena di nullità, tanto più che nel

41111„ a

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caso, risultava accertato come il defunto non avesse mai inteso fare testamento,

corpo dell’ordinanza si farebbe riferimento a una divergenza tra
dispositivo e motivazione su cui non era possibile effettuare alcuna
valutazione o verifica, visto che la motivazione doveva intendersi non
ancora licenziata.
Inoltre, secondo la ricostruzione difensiva, sarebbe erroneo l’assunto della
Corte territoriale in base al quale la mancata conferma dell’assoluzione
per il reato sub 3) costituirebbe una semplice svista, in quanto vi era
stata rinuncia all’appello presentato dal P.M.: né quello risulta l’unico

omissione quanto alla Poma per il delitto di cui al capo 4), per il quale
costei era stata parimenti assolta dal Tribunale, sino addirittura a
condannare la stessa Poma anche per il reato di cui al capo 1), mai a lei
contestato
inosservanza ed erronea applicazione della legge penale e processuale,
nonché mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della
motivazione della sentenza impugnata
La difesa della Nascimbene fa osservare che i giudici di appello
ammettono con grande chiarezza di «avere sposato pienamente la lettura
di una complessiva rivalutazione delle condotte in chiave concorsuale,
arrivando a sostenere […] l’esistenza, tra tutti i partecipi nei reati di cui ai
capi 1) e 2), di un programma pianificato e concordato nei minimi
dettagli, finalizzato ad ottenere la disponibilità del compendio immobiliare
appartenente al Cazzani […]. Sul filo di questo percorso, essi si spingono
a conferire alle condotte di altri soggetti atteggiamenti di dubbia liceità,
così svalutandone e svilendone l’apporto testimoniale reso in primo grado
in favore degli imputati».
Tuttavia, come indicato dalla costante giurisprudenza di questa Corte, «in
assenza dì mutamenti del materiale probatorio acquisito al processo, la
riforma della sentenza assolutoria di primo grado, una volta compiuto il
confronto puntuale con la motivazione della decisione di assoluzione,
impone ai giudici di argomentare circa la configurabilità del diverso
apprezzamento come l’unico ricostruibile al di là di ogni ragionevole
dubbio, in ragione di evidenti vizi logici o di inadeguatezze probatorie che
abbiano minato la permanente sostenibilità del primo giudizio». In
concreto, la Corte territoriale si sarebbe limitata a notazioni critiche di
dissenso su singoli passi del percorso argomentativo adottato dal
Tribunale, ovvero sulla valutazione compiuta dai giudici di primo grado in
ordine alla credibilità di questo o quel testimone, per poi richiamare il
contenuto dell’atto di impugnazione del P.M. senza spiegare perché la

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