Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36203 del 18/05/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 36203 Anno 2018
Presidente: VESSICHELLI MARIA
Relatore: CATENA ROSSELLA

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Foti Antonino, nato a Biancavilla (CT), il 08/03/1993,
avverso l’ordinanza emessa dal Tribunale del Riesame di Catania in data
01/03/2018;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere dott.ssa Rossella Catena;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale dott.
Piero Gaeta, che ha chiesto l’annullamento con rinvio dell’ordinanza;
udito per il ricorrente il difensore di fiducia, Avv.to Maria Lucia D’Anna, che ha
concluso per l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1.Con l’ordinanza impugnata il Tribunale del Riesame di Catania, ex art. 309 cod.
proc. pen., confermava l’ordinanza di custodia cautelare, emessa nei confronti di
Foti Antonino, dal Giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Catania in

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Data Udienza: 18/05/2018

data 23/01/2018, limitatamente al delitto di cui agli artt. 73 d.p.r. 309/90, 7 I.
203/1991.
2. Foti Antonino, in data 14/03/2018, ricorre, a mezzo del difensore di fiducia
Avv.to Maria Lucia D’Anna, per:
2.1. violazione di legge, ex art. 606, lett. b), cod. proc. pen., in riferimento
all’art. 7 I. 203/1991, non avendo il Tribunale del Riesame considerato come,
per valutare le circostanze del reato, non possano essere utilizzati criteri
presuntivi, dovendosi, anche per esse, pervenire ad una valutazione di gravità
indiziaria; nel caso di specie, pertanto, né la parentela tra l’indagato ed il proprio

associati avrebbero potuto fondare la sussistenza della circostanza aggravante di
cui all’art. 7 I. 203/1991, peraltro contestata sia sotto il profilo dell’agevolazione
che sotto quello del metodo mafioso, senza alcuna motivazione circa l’aspetto
dell’elemento psicologico; inoltre, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia
apparirebbero unidirezionalmente volte ad individuare il Foti come un soggetto
che spacciava per conto proprio;
2.2. vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 606, lett. e), cod. proc. pen., in
assenza di motivazione circa la sussistenza delle esigenze cautelari, non essendo
stati valutati i parametri della concretezza e dell’attualità del pericolo di
reiterazione, e la possibilità di concedere al ricorrente una misura meno afflittiva.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso è fondato.
Mentre l’ordinanza impugnata si diffonde lungamente sulle ragioni per le quali si
è proceduto all’annullamento dell’ordinanza genetica in riferimento
all’imputazione provvisoria di cui all’art. 74 d.p.r. 309/90, estremamente scarna,
ed in concreto assolutamente contraddittoria, appare la motivazione in
riferimento alla sussistenza del profilo relativo alla individuazione della
circostanza aggravante di cui all’art. 7 I. 203 dei 1991 in riferimento alla
fattispecie di cui all’art. 73 d.p.r. 309/1990, di cui al capo 9) dell’imputazione
provvisoria.
L’ordinanza impugnata

riproducendo il contenuto delle propalazioni dei

collaboratori di giustizia – dà atto della concordanza dei collaboratori sulla
circostanza che il Foti spacciasse per conto del proprio padre, Foti Salvatore,
senza alcun legame con il clan di appartenenza di quest’ultimo.
Già detta circostanza rende evidente la contraddizione motivazionale tra il
compendio indiziario analizzato e la ritenuta sussistenza della circostanza

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padre, né la frequentazione dell’abitazione paterna da parte di numerosi

aggravante di cui all’art. 7 I. 203/1991 nella forma di agevolazione del sodalizio
mafioso.
Ancor prima di detto rilievo indiziante, tuttavia, conta il rilievo logico che al
ricorrente, inoltre, è stato contestato un unico episodio di cessione illecita, ex
art. 73 d.p.r. 309/90, il che rende veramente ardua la configurazione
dell’aggravante contestata, in riferimento alla quale l’ordinanza impugnata si
limita ad affermare che il Foti Antonino fosse a conoscenza dell’appartenenza del
padre al clan mafioso Santangelo, dedito principalmente alla illecita attività di
traffico di stupefacente, con la conseguenza che egli era a conoscenza che la sua

Sul piano logico, infatti, il concetto di agevolazione non può che presupporre
un’attività connotata da un minimo di continuità temporale, soprattutto in
riferimento alla specifica tipologia di attività in contestazione, essendo stato al
Foti Antonino contestato — peraltro in termini di verosimiglianza – un unico
episodio di cessione di sostanza del tipo cocaina, non meglio indicata dal punto
di vista quantitativo, allo spacciatore Tomarchio Maurizio.
Inoltre, secondo l’orientamento di questa Corte, a cui il Collegio ritiene di
aderire, la circostanza aggravante prevista dall’art.7 D.L. 13 maggio 1991,
n.152, convertito nella legge 12 luglio 1991, n.203, nella forma
dell’agevolazione, ha natura soggettiva, e richiede per la sua configurazione il
dolo specifico di favorire l’associazione, con la conseguenza che questo fine deve
essere l’obiettivo “diretto” della condotta, non rilevando possibili vantaggi
indiretti, né il semplice scopo di favorire un esponente di vertice della cosca,
indipendentemente da ogni verifica in merito all’effettiva ed immediata
coincidenza degli interessi di un esponente del capomafia con quelli
dell’organizzazione; ne discende che la predetta finalità agevolatrice deve essere
oggetto di rigorosa verifica sotto il duplice profilo della dimostrazione che il reato
è stato commesso al fine specifico di favorire l’attività dell’associazione mafiosa e
della consapevolezza dell’ausilio prestato al sodalizio, anche a livello indiziario
prima che probatorio, onde evitare il rischio della diluizione della aggravante
nella semplice contestualità ambientale (Sez. 6, sentenza n. 8891 del
19/12/2017, dep. 23/02/2018, Castiglione, Rv. 272335; Sez. 6, sentenza n.
31874 del 09/05/2017, Ferrante ed altri, Rv. 270590; Sez. 5, sentenza n. 28648
del 17/03/2016, Zindato, Rv, 267300; Sez. 3, sentenza n. 9142 del 13/01/2016,
Basile ed altri, Rv. 266464; Sez. 6, sentenza n. 44698 del 22/09/2015,
Cannizzaro, Rv. 265359).
Non ignora il Collegio la sussistenza di pronunce di questa Corte di legittimità
che, al contrario, affermano che l’aggravante in esame abbia natura oggettiva;
trattasi, tuttavia, di un indirizzo minoritario, in cui, peraltro, non si opera alcuna
distinzione tra le diverse modalità di atteggiarsi dell’aggravante de quo, o in
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attività di spaccio agevolava il detto clan mafioso.

quanto all’esame del Collegio era stato sottoposto il caso di contestazione della
detta circostanza in entrambe le modalità di manifestazione (come, ad esempio,
in Sez. 2, sentenza n. 52025 del 24/11/2016, Vernengo, Rv. 268856), o in
quanto l’affermazione della natura oggettiva dell’aggravante non viene in alcun
modo motivata (ad esempio, Sez. 2, sentenza n. 24046 del 17/01/2017,
Tarantino ed altri, Rv. 270300) in riferimento al diverso, di gran lunga prevalente
orientamento, a cui, come detto, anche il Collegio ritiene di aderire.
Ne discende, pertanto, l’annullamento dell’ordinanza impugnata con rinvio, sul
punto, al Tribunale del Riesame di Catania, in diversa composizione, per nuovo

cautelari, che dovrà, in ogni caso, essere parimenti valutata dal Tribunale di
Catania all’esito del giudizio di rinvio.
Si dispone, ai sensi dell’art. 94, comma 1 ter, disp.att. cod. proc. pen., l’invio a
cura della Cancelleria al direttore dell’istituto penitenziario per quanto di
competenza.

P.Q.M.
Annulla l’ordinanza impugnata con rinvio per nuovo esame al Tribunale di
Catania. Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94 comma 1
ter, disp. att. cod. proc. pen.
Così deciso in Roma, il 18/05/2018

Il Consigliere estensore

Il Presidente

esame, restando assorbita la doglianza concernente la sussistenza delle esigenze

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