Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36160 del 23/05/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 36160 Anno 2018
Presidente: VESSICHELLI MARIA
Relatore: SCOTTI UMBERTO LUIGI CESARE GIUSEPPE

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
PILATO FRANZO nato a CATANIA il 23/04/1966

avverso la sentenza del 14/07/2017 del TRIBUNALE di CATANIA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere UMBERTO LUIGI CESARE GIUSEPPE
SCOTTI;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore MARIA
GIUSEPPINA FODARONI, che ha concluso chiedendo l’inammissibilità;

RITENUTO IN FATTO

1. Il Tribunale di Catania con sentenza del 14/7/2017 ha confermato, con
l’aggravio delle spese del grado, la sentenza del Giudice di Pace di Mascalucia,
appellata dall’imputato Franzo Pilato, che l’aveva ritenuto responsabile del reato
di diffamazione ex art.595 cod.pen. in danno di Grazia Spampinato e l’aveva
perciò condannato alla pena di C 600,00= di multa e al risarcimento dei danni in
favore della parte civile, da liquidarsi in separato giudizio.

2.

Ha proposto ricorso l’avv.Rosario Leotta, difensore di fiducia

dell’imputato, svolgendo tre motivi.

Data Udienza: 23/05/2018

2.1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta violazione della legge penale
in relazione all’art.159 cod.pen. e al calcolo della prescrizione e delle cause di
sospensione.
Innanzitutto, secondo il ricorrente, il Tribunale aveva considerato quale data
di commissione del reato il 20/9/2010, che però era la data di presentazione
della querela da parte di Grazia Spampinato.
Le due testimoni, Patrizia Gemelli e Giuseppa Brancato, che avevano riferito
della comunicazione diffamatoria da parte di Franco Pilato, avevano collocato

intercorsa tra il mese di aprile 2010 e la data massima del 4/5/2010, come si
desumeva da quanto accertato nel corso del processo conclusosi con la sentenza
della Corte di appello di Catania n.2541/2017, relativo all’accusa promossa
contro il Pilato dalla teste Patrizia Gemelli; in tale processo, appunto, era stato
accertato che i rapporti fra l’imputato e le signore Patrizia Gemelli e Giuseppa
Brancato si erano interrotti sicuramente il 4 maggio del 2010.
In secondo luogo, i 595 giorni di sospensione della prescrizione calcolati dal
Tribunale sarebbero frutto di errore:

il rinvio di udienza dal 22/6/2012 al 12/10/2012 era dipeso da mancanza
di prova della notifica del decreto di citazione a giudizio, con la
conseguenza che non competeva sospensione;

il rinvio di udienza dal 10/1/2014 al 9/5/2014 era dovuto a legittimo
impedimento, sicché la sospensione non poteva superare i 60 giorni e
operare per 168 giorni;

il rinvio di udienza dal 24/10/2014 al 12/12/2014 era dipeso da esigenze
di assunzione della prova, sicché non competeva sospensione;

il rinvio di udienza dal 21/10/2016 al 17/3/2017 nel giudizio di appello
era dovuto a legittimo impedimento, sicché la sospensione non poteva
superare i 60 giorni.
In conseguenza di quanto esposto occorreva riferirsi come data di

commissione del reato tuttalpiù al 4/5/2010 e i giorni di sospensione erano al
massimo 120.
2.2. Con il secondo motivo, il ricorrente lamenta omessa e/o contraddittoria
motivazione sull’attendibilità delle dichiarazioni rese dai testi e sul
comportamento processuale dell’imputato.
Entrambe le testimoni dell’accusa avevano motivi di rancore verso
l’imputato e avevano dichiarato di avergli versato somme di denaro in relazione
a non meglio precisati affari contenziosi, ragion per cui avevano proposto querela
nei suoi confronti, all’incirca in coincidenza temporale con quella presentata dalla
sig.ra Spampinato, ossia il 1/10/2010; tale processo si era recentemente

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temporalmente l’episodio all’epoca della loro frequentazione con l’imputato,

concluso il 14/9/2017 con l’assoluzione dell’imputato e la revoca della
costituzione di parte civile.
Il Giudice non aveva tenuto conto inoltre della lettera agli atti, indirizzata
dall’imputato alla parte civile, volta ad esprimere il proprio rammarico e a
ribadire di non aver mai diffamato né lei, né suo padre.
Infine i rapporti fra l’imputato e la parte civile erano sempre stati buoni sino
all’ingresso nella loro vita delle signore Gemelli e Brancato, ossia dalla data
dell’inaugurazione dell’agenzia di viaggi.

processo della dichiarazione di nuova nomina del difensore della parte civile, che
era dianzi costituita a mezzo di altro difensore. L’atto di costituzione di nuovo
difensore, sottoscritto dall’avv.Robuazzo, inserito nel verbale di udienza del
9/5/2014, datato 7/5/2014, non risultava depositato o prodotto, non vi era alcun
timbro di cancelleria, né alcuna annotazione o dichiarazione agli atti di causa.
Tra l’altro, l’udienza del 9/5/2014 era stata rinviata per impedimento del
difensore dell’imputato, per cui non era legittimo lo svolgimento di alcuna attività
processuale.
Il risarcimento del danno accordato alla parte civile doveva perciò essere
revocato in difetto di presentazione delle conclusioni dall’unico difensore abilitato
della parte civile, ossia quello precedentemente nominato, essendo viceversa
ininfluente l’attività svolta dal difensore privo di regolare nomina.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il primo motivo, dedicato dal ricorrente al calcolo della prescrizione e
delle cause di sospensione, è inammissibile e comunque palesemente infondato.
1.1. Il ricorrente sostiene, in primo luogo, che la data di commissione del
reato non era il 20/9/2010, come ritenuto dal Tribunale, che era la data di
presentazione della querela da parte di Grazia Spampinato, ma al più tardi il
4/5/2010.
L’assunto del ricorrente però si basa su elementi di prova (le dichiarazioni
delle testi Patrizia Gemelli e Giuseppa Brancato e le risultanze della sentenza
della Corte di appello di Catania n.2541/2017 relativa all’accusa promossa
contro il Pilato dalla teste Patrizia Gemelli) che dimostrerebbero che la
diffamazione sarebbe stata compiuta prima del 4 maggio 2010, menzionati solo
assai genericamente e non indicati specificamente, con riferimento alla loro
collocazione negli atti processuali, con il conseguente difetto di autosufficienza
del ricorso.

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2.3. Con il terzo motivo il ricorrente rileva l’omesso deposito agli atti del

1.2. In secondo luogo, il delitto di diffamazione ai sensi dell’art.157, comma
1, e 161, comma cod.pen. si prescrive con il decorso di sette anni e sei mesi
dalla commissione del reato.
Pertanto, anche volendo considerare la data del 4/5/2010 indicata dal
ricorrente, la prescrizione non era comunque maturata alla data della pronuncia
della sentenza di appello, il 14/7/2017 e si sarebbe compiuta solo il 4/11/2017,
anche non tenendo conto dei periodi di sospensione che ne avevano bloccato il
decorso.

del ricorrente che occorreva conteggiare:

giorni 60 per il rinvio dal 28/6/2013 al 10/1/2014 per impedimento del
difensore;

giorni 119 per il rinvio dal 10/1/2014 al 9/5/2014, dovuto a istanza del
difensore (volta a reperire i testi), e non a legittimo impedimento, come
addotto da parte del ricorrente;

giorni 60 per il rinvio dal 9/5/2014 al 24/10/2014 per impedimento del
difensore;

giorni 49 per il rinvio dal 24/10/2014 al 12/12/2014 che era dipeso da
istanza del difensore e non da esigenze di assunzione della prova;

giorni 147 per il rinvio dal 21/10/2016 al 17/3/2017, dovuto a istanza
del difensore (istanza congiunta dei difensori per tentare di raggiungere
un accordo, con espressa sospensione dei termini di prescrizione) e non
a legittimo impedimento, come addotto da parte del ricorrente;

in tutto quindi

giorni 435, che spostano la

maturazione della

prescrizione al 29/5/2019, considerando la data di commissione del reato
indicata in sentenza, o tuttalpiù al 13/1/2019, considerando la data
indicata dal ricorrente.

2. Con il secondo motivo, il ricorrente lamenta omessa e/o contraddittoria
motivazione sull’attendibilità delle dichiarazioni rese dai testi e sul
comportamento processuale dell’imputato.
Il ricorrente sostiene che entrambe le testimoni di accusa avevano motivi di
rancore verso l’imputato, accampavano ragioni di credito nei suoi confronti per
somme versate per la gestione di non meglio precisati affari contenziosi, e
avevano proposto querela nei suoi confronti; il processo penale che ne era
scaturito si era recentemente concluso con l’assoluzione dell’imputato e la revoca
della costituzione di parte civile.

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1.3. Sarebbe quindi superfluo rilevare ulteriormente a confutazione delle tesi

Il Giudice non aveva tenuto conto inoltre della lettera agli atti, indirizzata
dall’imputato alla parte civile, volta ad esprimere il proprio rammarico e a
ribadire di non aver mai diffamato né lei, né suo padre.
Infine i rapporti fra l’imputato e la parte civile erano sempre stati buoni sino
all’ingresso nella loro vita delle signore Gemelli e Brancato, ossia
dall’inaugurazione dell’agenzia di viaggi.
2.2. Le doglianze del ricorrente

mirano a sollecitare inammissibilmente

dalla Corte di Cassazione una non consentita rivalutazione del fatto

l’art.606, comma 1, lett. e)

cod.proc.pen., attraverso la dimostrazione di vizi

logici intrinseci della motivazione (mancanza, contraddittorietà, illogicità
manifesta) o denunciarne in modo puntuale e specifico la contraddittorietà
estrinseca con «altri atti del processo specificamente indicati nei motivi di
gravame».
I limiti che presenta nel giudizio di legittimità il sindacato sulla motivazione,
si riflettono anche sul controllo in ordine alla valutazione della prova, giacché
altrimenti anziché verificare la correttezza del percorso decisionale adottato dai
Giudici del merito, alla Corte di Cassazione sarebbe riservato un compito di
rivalutazione delle acquisizioni probatorie, sostituendo, in ipotesi,
all’apprezzamento motivatamente svolto nella sentenza impugnata, una nuova e
alternativa valutazione delle risultanze processuali che ineluttabilmente
sconfinerebbe in un eccentrico terzo grado di giudizio. Da qui, il ripetuto e
costante insegnamento (Sez. 6, n. 10951 del 15/03/2006, Casula, Rv. 233708;
Sez. 5, n. 44914 del 06/10/2009, Basile e altri, Rv. 245103) in forza del quale,
alla luce dei precisi confini che circoscrivono, a norma dell’articolo 606, comma
1, lett. e) cod.proc.pen., il controllo del vizio di motivazione, la Corte non deve
stabilire se la decisione di merito proponga la migliore ricostruzione dei fatti, né
deve condividerne la giustificazione, ma deve limitarsi a verificare, sulla base del
testo del provvedimento impugnato, se questa giustificazione sia compatibile con
il senso comune e con i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento.
Non è quindi sindacabile in sede di legittimità, salvo il controllo sulla
congruità e logicità della motivazione, la valutazione del giudice di merito, cui
spetta il giudizio sulla rilevanza e attendibilità delle fonti di prova, circa contrasti
testimoniali o la scelta tra divergenti versioni e interpretazioni dei fatti. (Sez. 5,
n. 51604 del 19/09/2017, D’Ippedico e altro, Rv. 271623; Sez. 2, n. 29480 del
07/02/2017, Cammarata e altro, Rv. 270519).
Il Collegio in materia di vizio di motivazione ribadisce che il sindacato del
giudice di legittimità sulla motivazione del provvedimento impugnato deve
essere volto a verificare che quest’ultima: a) sia «effettiva», ovvero realmente

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motivatamente ricostruito dal Giudice del merito, senza passare, come impone

idonea a rappresentare le ragioni che il giudicante ha posto a base della
decisione adottata; b) non sia «manifestamente illogica», perché sorretta, nei
suoi punti essenziali, da argomentazioni non viziate da evidenti errori
nell’applicazione delle regole della logica; c) non sia internamente
«contraddittoria», ovvero sia esente da insormontabili incongruenze tra le sue
diverse parti o da inconciliabilità logiche tra le affermazioni in essa contenute; d)
non risulti logicamente «incompatibile» con «altri atti del processo» (indicati in
termini specifici ed esaustivi dal ricorrente nei motivi posti a sostegno del

profilo logico.
Non sono quindi deducibili censure attinenti a vizi della motivazione diversi
dalla sua mancanza, dalla sua manifesta illogicità, dalla sua contraddittorietà
(intrinseca o con atto probatorio ignorato quando esistente, o affermato quando
mancante), su aspetti essenziali ad imporre diversa conclusione del processo;
per cui sono inammissibili tutte le doglianze che «attaccano» la persuasività,
l’inadeguatezza, la mancanza di rigore o di puntualità, la stessa illogicità quando
non manifesta, così come quelle che sollecitano una differente comparazione dei
significati probatori da attribuire alle diverse prove o evidenziano ragioni in fatto
per giungere a conclusioni differenti sui punti dell’attendibilità, della credibilità,
dello spessore della valenza probatoria.
2.3. E’ quindi superfluo rilevare come le considerazioni critiche circa la
scarsa attendibilità delle dichiarazioni accusatorie delle due testimoni siano
connotate da estrema genericità e non siano neppure accompagnate
dall’indicazione specifica delle fonti probatorie invocate a sostegno delle
argomentazioni; che le auto-giustificazioni, peraltro di assoluta genericità,
perorate dall’imputato siano del tutto ininfluenti; che la serenità dei rapporti fra
imputato e persona offesa prima del comparire sulla scena delle due testimoni
costituisca oggetto di argomentazione del tutto vaga, indeterminata e valutativa,
comunque non incompatibile logicamente con la veridicità dei fatti posti a
sostegno della condanna.

3. Con il terzo motivo il ricorrente

rileva l’omesso deposito agli atti del

processo della dichiarazione di nuova nomina del difensore della parte civile, che
era dianzi costituita a mezzo di altro difensore. L’atto di costituzione di nuovo
difensore, sottoscritto dall’avv.Robuazzo, inserito nel verbale di udienza del
9/5/2014, datato 7/5/2014, non risultava depositato o prodotto, non era
corredato da alcun timbro di cancelleria, né da alcuna annotazione o
dichiarazione agli atti di causa.

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ricorso) in misura tale da risultarne vanificata o radicalmente inficiata sotto il

3.1. Innanzitutto il nuovo difensore risulta presente, a verbale, all’udienza
del 9/5/2014 e l’atto di nomina risulta materialmente allegato al verbale di
udienza.
3.2. Il fatto che l’udienza del 9/5/2014 fosse stata rinviata per impedimento
del difensore dell’imputato, non significa che non potesse essere svolta alcuna
attività processuale che non determinasse pregiudizio per la posizione
dell’imputato, come la costituzione di un nuovo difensore della parte civile, che
ben poteva essere esaminata successivamente.

pretesa nullità, comunque sanabile, alle successive udienze del processo di primo
grado, nonostante che l’avv. Robuazzo sia successivamente comparso (udienze
del 24/10/2014, 11/12/2014 8/5/2015, 25/9/2015), né ha eccepito alcunché in
sede di conclusioni finali del giudizio di primo grado.
Del tutto ininfluente, nella prospettiva dell’eccezione proposta, appare il
fatto che alle udienze citate, dopo aver assunto la difesa, l’avv.Robuazzo sia
stato ritualmente sostituito dall’avv. Scuderi.
In ogni caso, infine, il ricorrente non ha dedotto alcuna doglianza in
proposito con i motivi di appello con il conseguente effetto preclusivo di cui
all’art.606, comma 3, cod.proc.pen.

4. Il ricorso va quindi dichiarato inammissibile; ne consegue la condanna
del ricorrente ai sensi dell’art.616 cod.proc.pen. al pagamento delle spese del
procedimento e al versamento della somma di € 2.000,00= in favore della
Cassa delle ammende, così equitativamente determinata in relazione ai motivi di
ricorso che inducono a ritenere il ricorrente in colpa nella determinazione della
causa di inammissibilità (Corte cost. 13/6/2000 n.186).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese del procedimento e della somma di € 2.000,00= a favore della Cassa delle
ammende.

Così deciso il 23 maggio 2018

Il C nsigliere estensore
uigi Scotti

Li_

ositato in Cancelleria
Roma,

2 7T Lin.,

Il difensore dell’imputato, invece, non ha sollevato alcun rilievo circa la

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