Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36149 del 23/05/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 36149 Anno 2018
Presidente: VESSICHELLI MARIA
Relatore: FIDANZIA ANDREA

SENTENZA
sui ricorsi proposti da:
LAFORET OTTAVIA nato a ORBASSANO il 14/07/1959
TROM PINO ANGELICA nato a CIRIE il 06/01/1980
TROMPINO ALEN nato a CIRIE’ il 19/04/1989

avverso la sentenza del 01/12/2016 della CORTE APPELLO di TORINO
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere ANDREA FIDANZIA;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore MARIA GIUSEPPINA
FODARONI
che ha concluso chiedendo

Il Proc. Gen. conclude per l’annullamento senza rinvio, per intervenuta prescrizione
con riferimento a TROMPINO ALEN;
Inammissibilità nel resto.
udito il difensore

Data Udienza: 23/05/2018

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza dell’1.12.2017, la Corte d’Appello di Torino, ha riformato parzialmente la
sentenza di primo grado con la quale Laforet Ottavia, Trompino Angelica e Trompino Alen
erano state condannate per il reato di lesioni personali ai danni di Micheli Ida Renata con
l’aggravante dell’uso di armi ex art. 585 c.p..
La Corte territoriale, dichiarato il non doversi procede per la contravvenzione di cui al capo
B), per essere il reato estinto per intervenuta prescrizione, e riconosciute le circostanze

attenuanti generiche equivalenti all’aggravante contestata (ed alla recidiva per le sole
imputate Laforet Ottavia e Trompino Angelica), ha rideterminato la pena per ciascuna
prevenuta in mesi 4 di reclusione.
2.

Hanno proposto ricorso per Cassazione le imputate, con atto sottoscritto dal loro

difensore, affidandolo ai seguenti motivi.
2.1.

Con il primo motivo è stata dedotta violazione di legge nonché vizio di motivazione con

riferimento agli artt. 582 c.p. e 530 c.p.p. in relazione alla mancata assoluzione delle imputate.
Le ricorrenti deducono l’inattendibilità dei testi Ballarin Giovanni e Micheli Ida e la
contraddittorietà delle loro dichiarazioni in ordine all’identità dell’esecutore materiale del
ferimento della persona offesa. Rilevano, inoltre, che il rigetto della richiesta della difesa di
svolgere un accertamento sulla paternità delle tracce ematiche, a fronte di una colluttazione
tra le parti, non è stato adeguatamente motivato dalla corte territoriale.
Con il secondo motivo è stata dedotta violazione di legge nonchè vizio di motivazione in
relazione all’art. 131 bis c.p. in ordine al mancato riconoscimento della causa di non punibilità
per particolare tenuità del fatto.
Le ricorrenti eccepiscono la nullità della sentenza per assenza di motivazione sul punto,
evidenziando la non abitualità a delinquere delle imputate nonché lo stato di incensuratezza di
Trompino Alen.
2.2.

Con il terzo motivo è stata dedotta violazione di legge e vizio di motivazione in ordine al

trattamento sa nzionatorio.
Le ricorrenti lamentano che la mancanza di una prova certa sull’uso di uno strumento da punta
e da taglio nonché la minima entità del fatto di reato e la lievità del danno cagionato,
avrebbero dovuto comportare l’esclusione dell’aggravante contestata e l’irrogazione del minimo
della pena. Lamentano, infine, la mancata valutazione di prevalenza delle circostanze
attenuanti sulle aggravanti contestate, quantomeno per Trompino Alen, in ragione del suo
stato di incensuratezza, e di Trompino Angelica cui è stata contestata una recidiva semplice ex
art. 99 10 comma c.p. .

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il primo motivo è inammissibile.
Le ricorrenti lamentano un vizio di motivazione della sentenza impugnata nella parte in cui è
stata ritenuta comunque attendibile la persona offesa nonostante il

revirement di costei

nell’indicazione della donna che le aveva provocato le lesioni personali, individuata in un primo
tempo in Ottavia Laforet , e, successivamente, in Alen Trompino.
E’ evidente che le ricorrenti, nel formulare una tale censura, non si sono seriamente
confrontate con le persuasive argomentazioni della Corte territoriale, che ha evidenziato che,
nel parapiglia che si è scatenato nel corso dell’aggressione alla persona offesa, non era così
rilevante individuare quale delle tre donne avesse materialmente inferto i colpi che hanno
provocato le ferite alla vittima. Il reato era stato, infatti, commesso in concorso da tre persone
che, mosse da un fine comune, si erano preventivamente accordate per eseguire una

Trompino, che l’aveva, per così dire “disonorata”, tradendola e rompendo il fidanzamento.
Peraltro, secondo la ricostruzione della sentenza impugnata, il riconoscimento delle tre donne
da parte della persona offesa era particolarmente affidabile, trattandosi di persone
perfettamente conosciute dalla vittima, che avevano fatto improvvisamente irruzione nel locale
del figlio armate di bastoni o similari oggetti, e la versione dei fatti era stata puntualmente
confermata da un terzo estraneo quale il teste Franco Felice, coadiuvante del figlio della
persona offesa nella gestione del locale pubblico.
Al cospetto di un percorso argomentativo così articolato, le ricorrenti si sono limitate ad
eccepire l’inattendibilità della persona offesa , senza considerare che il giudizio sulla rilevanza
ed attendibilità delle fonti di prova, costituendo un giudizio di fatto, è devoluto
insindacabilmente ai giudici di merito e la scelta che essi compiono, per giungere al proprio
libero convincimento, con riguardo alla prevalenza accordata a taluni elementi probatori,
piuttosto che ad altri, ovvero alla fondatezza od attendibilità degli assunti difensivi, quando
non sia fatta con affermazioni apodittiche o illogiche – come nel caso di specie – si sottrae al
controllo di legittimità della Corte Suprema (Sez. 2, n. 20806 del 05/05/2011, Tosto, Rv.
250362).
Infine, immune da censure è la motivazione con cui la Corte territoriale ha ritenuto la
superfluità degli accertamenti ematici, essendo ben chiara la dinamica dei fatti ed essendo la
persona offesa l’unica ad aver riportato ferite che avevano determinato la fuoriuscita di
sangue.
2. Il secondo motivo è inammissibile in quanto manifestamente infondato.
Va osservato che la sentenza impugnata, nell’affermare che quella perpetrata dalle
imputate rappresentava “un’aggressione proditoria che ha posto la vittima inerme in una
condizione di minorata difesa rispetto alle tre imputate , che si erano preventivamente
armate”, si è espressa in termini molto simili a quelli utilizzati dal giudice di primo grado a
pag. 9, condividendone quindi il giudizio di gravità del fatto ascrivibile alle prevenute.
E’ evidente che affermare la gravità della condotta delle ricorrenti, come effettuato dalla
Corte territoriale in più punti della sentenza impugnata, vuol dire escluderne implicitamente,
ma in modo inequivoco, la particolare tenuità dalle stesse invocata, valutazione chiaramente
ostativa all’applicabilità dell’art. 131 bis c.p..
2

spedizione punitiva nei confronti della Micheli, “rea” di essere la madre dell’ex fidanzato di Alen

3. Il terzo motivo è inammissibile.
In primo luogo, con una motivazione lineare e coerente, la sentenza impugnata ha
accertato a carico delle imputate l’aggravante contestata ritenendo irrilevante che non fossero
stati rinvenuti gli strumenti a punta usati nell’aggressione, e ciò al cospetto delle evidentf
ferite da taglio riportate dalla persona offesa, non trovando, peraltro, neppure un appiglio
fattuale la tesi difensiva che ha tentato di ricondurre le lesioni ad un bicchiere andato in
frantumi, non avendo nessuno dei testi fatto riferimento ad una tale circostanza.
In ordine all’invocato contenimento della pena nel minimo edittale ed al giudizio di

nonostante il giudice d’appello abbia ridotto la pena rispetto a quella applicata in primo grado,
come sopra evidenziato, lo stesso ha comunque evidenziato la gravità del fatto posto in essere
dalle prevenute, che avevano compiuto una vera e propria spedizione punitiva, armandosi di
strumenti a punta per portarla a termine.
Le argomentazioni in ordine alla quantificazione della pena ed al giudizio di equivalenza tra
aggravanti ed attenuanti svolto dalla Corte di merito sono immuni da vizi logici e con le stesse
le ricorrenti non hanno ritenuto di confrontarsi seriamente.
Alla declaratoria d’inammissibilità dei ricorsi consegue la condanna di ciascuna ricorrente
al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle Ammende,
che si stima equo stabilire nella misura di 2.000,00 Euro.
P.Q.M.
dichiara inammissibili i ricorsi e condanna ciascuna ricorrente al pagamento delle spese
processuali e della somma di euro 2000,00 in favore della Cassa delle Ammende.
Così deciso in Roma, il 23 maggio 2018

prevalenza delle attenuanti generiche sulle contestate aggravanti, va osservato che,

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