Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36121 del 18/05/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 36121 Anno 2018
Presidente: VESSICHELLI MARIA
Relatore: CATENA ROSSELLA

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Ciavolino Carlo, nato a Torre del Greco (NA), il 04/11/1947,
avverso la sentenza della Corte di Appello di Napoli emessa in data 11/05/2017;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere dott.ssa Rossella Catena;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale dott.
Piero Gaeta, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso;
udito per la parte civile il difensore di fiducia, Avv.to Giancarlo Panariello, che ha
concluso per l’inammissibilità del ricorso, ed ha depositato conclusioni scritte e
nota spese.

RITENUTO IN FATTO

1.Con la sentenza impugnata la Corte di Appello di Napoli, in riforma della
sentenza emessa dal Tribunale di Torre Annunziata in composizione monocratica

Data Udienza: 18/05/2018

in data 14/01/201 – con cui Ciavolino Carlo era stato assolto dal reato di cui
all’art. 595 cod. pen. a lui ascritto – affermava la penale responsabilità
dell’imputato e io condannava a pena di giustizia, oltre che al risarcimento dei
danni nei confronti della costituita parte civile.
2. Con ricorso depositato in data 07/09/2015 Ciavolino Carlo, a mezzo del
difensore di fiducia Avv.to Andrea Ruggiero, ricorre per violazione di legge e vizio
di motivazione, ai sensi dell’art. 606, lett. b) ed e), cod. proc. pen., avendo la
Corte territoriale adottato la decisione in contrasto con i principi fissati dalle
Sezioni Unite con la sentenza Dasgupta, non avendo proceduto alla rinnovazione
dibattimentale,

avendo

approfondito

il

profilo

della

comunicazione a più persone, essenziale ai fini della sussistenza del reato.

3. In data 30/04/2018 è stata depositata memoria nell’interesse della parte
civile, con cui si chiede l’inammissibilità o il rigetto del ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso è infondato e va, pertanto, rigettato.
La sentenza impugnata ha affermato la penale responsabilità di Ciavolino Carlo
ravvisando gli estremi della diffamazione nella condotta dell’imputato, che aveva
inviato al Procuratore della Repubblica di Torre Annunziata una missiva
contenente affermazioni lesive della reputazione di Borriello Antonio, facendo
intendere, in particolare, che il predetto svolgeva l’incarico di portavoce del
sindaco solo in quanto cugino del primo cittadino, e riportando, altresì, alcune
affermazioni di dirigenti comunali in maniera difforme dal loro effettivo tenore.
Dalla lettura della motivazione della sentenza impugnata è agevole evincere che
la Corte territoriale sia pervenuta all’affermazione di penale responsabilità
dell’imputato sulla scorta della rivalutazione del fatto storico e, in particolare,
della sussistenza del requisito della comunicazione con più persone, rilevando,
sulla base delle medesime circostanze emerse all’esito dell’istruttoria in primo
grado, che la missiva indirizzata al Procuratore della Repubblica – contenente
richiesta di ulteriori approfondimenti circa il conferimento di incarico da parte di
amministrazione diversa da quella di appartenenza della persona offesa – fosse
fisiologicamente e pacificamente indirizzata a più persone, atteso che il
Procuratore della Repubblica, che riceve una missiva proveniente da un
amministratore pubblico, ha il preciso obbligo di svolgere i necessari
accertamenti propedeutici all’eventuale esercizio dell’azione penale,
coinvolgendo, quindi, gli organi investigativi, cosa di cui l’imputato era
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dell’istruttoria

consapevole, avendo egli stesso chiesto proprio quegli ulteriori approfondimenti
che avrebbero potuto essere svolti solo attraverso la divulgazione a terzi,
ancorché appartenenti alle Forze dell’Ordine, del contenuto della missiva.
A ciò va aggiunto come la Corte di merito abbia rilevato che dalla
documentazione in atti – missive del 17/08/2010 e 30/08/2010 – emergeva la
consapevolezza, da parte dell’imputato, della legittimità dell’incarico svolto dal
Borriello, benché nella missiva a sua firma l’imputato non avesse fatto alcun
riferimento a dette circostanze, avendo, anzi, falsamente rappresentato il
contenuto dell’incontro con due dirigenti del comune, aggiungendo che il doppio

Come appare quindi del tutto agevole evincere, le diverse conclusioni cui è
pervenuta la Corte territoriale non si basano affatto su di una diversa valutazione
di prove dichiarative – il che avrebbe reso necessario un nuovo esame dei testi bensì unicamente su di una diversa valutazione di elementi pacificamente emersi
dai documenti acquisiti nel corso dell’istruttoria dibattimentale di primo grado – il
cui contenuto risulta, peraltro, del tutto incontestato – e sottoposti ad una nuova
e diversa lettura da parte della Corte di Appello
In nessuno snodo motivazionale della sentenza impugnata è dato rilevare una
confutazione o una diversa valutazione delle deposizioni testimoniali, per cui ogni
richiamo ai principi sanciti dalle Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n.
27620 del 28/04/2016, Dasgupta, Rv. 267491, appare ultroneo ed inconferente,
atteso che nel caso in esame non è dato individuare alcuna prova dichiarativa
decisiva, la cui diversa valutazione abbia determinato o contribuito a
determinare un ribaltamento della decisione assolutoria in primo grado.
La sentenza impugnata, infatti, è pervenuta a conclusioni opposte rispetto a
quelle del primo giudice, sulla scorta di profili attinenti la qualificazione giuridica
del requisito della comunicazione a più persone e l’inquadramento della portata
oggettivamente offensiva del contenuto incontestato della missiva.
In tal senso non possono che richiamarsi i più recenti arresti di questa Corte
regolatrice, che ha affermato come il giudice d’appello che riformi la sentenza
assolutoria di primo grado per effetto della diversa qualificazione giuridica del
fatto, non è tenuto a procedere alla rinnovazione dell’istruttoria ove la sua
decisione si sia fondata sul medesimo materiale probatorio utilizzato in primo
grado e senza che vi sia stata una difforme valutazione della prova dichiarativa;
così come non è tenuto a disporre la rinnovazione del dibattimento nell’ipotesi in
cui si pervenga al diverso approdo decisionale in forza della rivalutazione di un
compendio probatorio di carattere documentale, ovvero all’esito della differente
interpretazione della fattispecie concreta, fondata su una complessiva
valutazione dell’intero compendio probatorio, ovvero ad una diversa
interpretazione della fattispecie incriminatrice (Sez. 6, sentenza n. 12397 del
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incarico dipendesse dal fatto che il Borriello era il cugino del sindaco.

27/02/2018, Gagliano, Rv. 272545; Sez. 2, sentenza n. 53594 del 16/11/2017,
Piano, Rv. 271694; Sez. 5, sentenza n. 42746 del 09/05/2017, Fazzini, Rv.
271012; Sez. 5, sentenza n. 33272 del 28/03/2017, Carosella, RV. 240471).
Ne consegue, quindi, il rigetto del ricorso, con condanna del ricorrente, ai sensi
dell’art. 616 cod. proc. pen., al pagamento delle spese del procedimento, nonché
alla refusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile, liquidate in euro
2.000,00 oltre accessori di legge.
La natura delle questioni trattate consente la redazione della sentenza in forma

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del
procedimento, nonché alla refusione delle spese sostenute nel grado dalla parte
civile, liquidate in euro 2.000,00 oltre accessori di legge. Motivazione
semplificata.
Così deciso in Roma, il 18/05/2018

Il Consigliere estensore

Il Presidente

semplificata.

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