Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36116 del 18/05/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 36116 Anno 2018
Presidente: VESSICHELLI MARIA
Relatore: AMATORE ROBERTO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
RUSSO VINCENZO nato a NAPOLI il 06/11/1979

avverso la sentenza del 20/12/2016 della CORTE ASSISE APPELLO di NAPOLI
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere ROBERTO AMATORE;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore PIETRO GAETA
che ha concluso chiedendo

Il Proc. Gen. conclude per l’inammissibilita’
udito il difensore
L’avvocato Fortunato, anche in qualità di sostituto processuale dell’avvocato Giorgiadi,
chiede la conferma della sentenza impugnata; deposita conclusioni e nota spese.
L’avvocato Ricciulli dopo aver ampliamente illustrato i motivi di ricorso ne chiede
l’accoglimento.

Data Udienza: 18/05/2018

RITENUTO IN FATTO
1.Con la sentenza impugnata la Corte di Assise di Appello di Napoli – decidendo in sede di
rinvio, in seguito all’annullamento disposto dalla Corte di Cassazione con sentenza del 10
marzo 2015, ed in riforma parziale della sentenza impugnata – ha riterminato la pena in quella
dell’ergastolo, escluso l’isolamento diurno, per il reato di omicidio pluriaggravato dai futili
motivi, dalla premeditazione e dall’art. 7 della I. 203/91, omicidio commesso in danno di
Cimminiello Salvatore.

territoriale di riesaminare la teste Vezzi e gli ufficiali di Polizia giudiziaria verbalizzanti le
operazioni di ricognizione fotografica operata dalla predetta teste, riesame resosi necessario
sulla base dell’accertato condizionamento della teste in ordine alle non corrette modalità di
esecuzione della ricognizione (sarebbe, invero, stato accertato tramite una captazione
ambientale che alla teste Vezzi era stata posta in visione da parte dei carabinieri la fotografia
dell’imputato due giorni prima della formale ricognizione fotografica) ; inoltre, la Corte di
Cassazione aveva richiesto di riesaminare il dichiarato dei collaboratori di giustizia stante il
pericolo della circolarità delle informazioni e la provenienza de relato delle informazioni riferite
dai propalanti che richiedevano un più severo scrutinio di attendibilità delle stesse.
Avverso la predetta sentenza ricorre l’imputato, per mezzo del suo difensore, affidando la sua
impugnativa a ben cinque motivi di doglianza.
1.1 Denunzia il ricorrente, con il primo motivo, violazione delle norme processuali in relazione
agli artt. 190, 190 bis e 603 cod. proc. pen..
1.1.1 Si evidenzia che il vizio di insufficienza del compendio probatorio posto a sostegno
dell’accusa di omicidio mossa all’odierno ricorrente era già emerso nel corso del giudizio di
appello ove l’ascolto delle captazioni ambientali aveva provato il suggerimento dei carabinieri
alla teste Vezzi per il riconoscimento fotografico dell’imputato e, comunque, l’evidente
mendacio del carabiniere escusso in sede dibattimentale che aveva riferito l’irrilevanza
investigativa delle registrazioni non trascritte.
1.1.2 Si denunzia, altresì, l’anomalia dell’andamento processuale nell’assunzione della prova
testimoniale atteso che, dopo l’annullamento con rinvio della sentenza di condanna impugnata
dall’imputato, la Corte di assise di appello aveva disposto un’integrale rinnovazione della prova
dichiarativa, assumendo la testimonianza di ben nove collaboratori di giustizia che non erano
stati invece ascoltati in precedenza, così stravolgendo – sempre secondo le doglianze della
difesa – l’iter normale di assunzione della prova, iter che prevede la possibilità di assumere
prove nuove in sede di giudizio di rinvio solo per integrare la prova già in precedenza acquisita.
1.1.3 Si osserva, inoltre, che le nuove prove così acquisite neanche avevano il carattere della
decisività, presupposto indefettibile per poter riaprire la istruttoria, ai sensi dell’art. 627 cod.
proc. pen..
1.2 Con un secondo motivo si articola vizio argomentativo e comunque vizio di violazione di
legge in relazione agli artt. 192, 2 e 3 comma, e 195 cod. proc. pen..
2

V’è da precisare che la Corte di Cassazione in sede di annullamento aveva richiesto alla Corte

1.2.1 Si evidenzia che lo scrutinio di attendibilità della prova dichiarativa proveniente dai cd.
collaboratori di giustizia non era conforme ai principi normativi e giurisprudenziali dettati in
materia di chiamata in reità, atteso che per ciascuna singola chiamata occorre procedere ad
una severa valutazione di attendibilità intrinseca (e ciò anche in riferimento alle persone che
avevano fornito la notizia), di attendibilità estrinseca e di ricerca di riscontri individualizzanti.
Tale valutazione – sempre secondo le doglianze del ricorrente – sarebbe mancante nella
motivazione impugnata ove il costrutto accusatorio si reggeva probatoriamente sulle
dichiarazioni dei collaboranti apprese de relato da altri soggetti intranei al sodalizio criminoso.

da parte della Corte ricorsa attraverso l’utilizzo di dichiarazioni

de relato (si leggano, in tal

senso, le dichiarazioni di Accurso, Ambra, Cerrato, Esposito, Guarino, Illiato, Niglio, Riccio e
Caiazza) ritenendo erroneamente che tali dichiarazioni, verificandosi a vicenda, integrassero
quella “convergenza del molteplice” dimostrativa della partecipazione del Russo all’omicidio del
Cimminiello. Ciò perché per alcune chiamate in reità il riscontro era rappresentato da altre
chiamate in reità non riscontrate per la reticenza della fonte di riferimento e perché alcuni dei
propalanti avrebbero trovato riscontro proprio nel ricorrente, così determinando quella
“circolarità della prova” inidonea a corroborare la valutazione di attendibilità del dichiarante.
1.3 Con un terzo motivo si articola vizio di violazione di legge in relazione all’applicazione
dell’aggravante di cui all’art. 7 della I. 203/91 sia in ragione della sua inapplicabilità in
presenza di una condotta all’ergastolo sia in relazione alla illogicità della motivazione
comunque resa dalla Corte per ritenere di aver favorito una consorteria di stampo mafioso o
comunque di aver utilizzato metodi mafiosi in presenza della contestazione di altra aggravante
dei motivi abietti e futili che si pone ontologicamente in aperto contrasto con la prima
aggravante sopra menzionata.
1.4 Con un quarto motivo si articola vizio di violazione di legge in relazione agli artt. 584 e 575
cod. pen. in riferimento alla qualificazione giuridica del fatto.
Osserva la difesa che il Cimminiello era stato attinto per primo da un colpo alla coscia sinistra,
con ciò determinando un inevitabile accasciamento del corpo sulla sinistra che renderebbe
possibile spiegare il secondo colpo, quello cioè mortale (che aveva attraversato il braccio
destro della vittima ed attinto il polmone destro e successivamente quello sinistro), come
frutto della volontà non già di uccidere la vittima, ma semplicemente di gambizzarla, come
riferito peraltro dai collaboratori Cerrato ed Esposito, e dunque dimostrativo dell’assenza di un
dolo omicidiario e integrante solo un delitto preterintenzionale.
1.5 Con un quinto motivo si articola vizio di violazione di legge in relazione agli artt. 500 e 603
cod. proc. pen. e, comunque, vizio argomentativo in relazione alle due ordinanza istruttorie
adottate in data 12.4.2016 e 30.6.2016.
Si evidenzia che, per la escussione dei testi Cerrato Carmine cl. 71

e, Caizza Paolo, il

Procuratore generale aveva posto a disposizione della difesa solo un verbale riassuntivo delle
dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, così violando l’art. 141 bis cod. proc. pen. che
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5U

Si osserva, ancora, che l’insufficienza probatoria dell’accusa era stata disinvoltamente superata

pretende la registrazione completa degli interrogatori dei detenuti in carcere e così rendendo la
prova inutilizzabile, e ciò anche in ragione della impossibilità di controesaminare i testi e di
muovere loro contestazioni dibattimentali in assenza della integrale trascrizione delle
dichiarazioni rese dai detti collaboratori.

CONSIDERATO IN DIRITTO
2. Il ricorso è inammissibile.

Si avanzano, invero, censure formulate, come detto, in modo generico sull’iter” di assunzione
della prova dichiarativa che, all’evidenza, non integrano la violazione di alcuna norma
processuale, atteso che, sulla scorta di quanto disposto dagli artt. 603 e 627 del codice di rito,
non è possibile censurare la scelta processuale di ammissione di prove dichiarative ritenute dal
giudice del rinvio strettamente necessarie per l’accertamento dei fatti ( nel caso di specie, in
riferimento all’assunzione delle testimonianze di una serie di collaboratori di giustizia la cui
collaborazione era intervenuta dopo la celebrazione del giudizio di secondo grado ).
Peraltro, va aggiunto che anche la doglianza in ordine alla decisività di tale prova dichiarativa è
stata formulata in modo generico, emergendo, al contrario, la rilevanza di quanto riferito dai
predetti collaboratori in modo lampante dalla lettura della motivazione impugnata, come tra
breve si preciserà.
2.2 Il secondo motivo è invece manifestamente infondato.
2.2.1 Già la doglianza – per come sopra ricordata ed articolata nei termini della denunziata
violazione di legge processuale in relazione ai ricordati indici normativi dettati dagli artt. 192, 2
e 3 comma, e 195 cod. proc. pen. – è manifestamente infondata.
Sul punto va subito precisato come la sentenza impugnata abbia applicato correttamente i
principi dettati dalla giurisprudenza di vertice di questa Corte in tema di chiamata in reità e
testimonianza de relato, così sconfessandosi in radice le censure così declinate dal ricorrente
come vizio di legge.
2.2.2 Invero, la giurisprudenza di questa Corte, nella sua massima espressione (cfr.
Sez. U, Sentenza n. 20804 del 29/11/2012 Ud. (dep. 14/05/2013 ) Rv. 255143 ), ha statuito
il principio secondo cui, verbatim, “la chiamata in correità o in reità “de relato”, anche se non
asseverata dalla fonte diretta, il cui esame risulti impossibile, può avere come unico riscontro,
ai fini della prova della responsabilità penale dell’accusato, altra o altre chiamate di analogo
tenore, purchè siano rispettate le seguenti condizioni: a) risulti positivamente effettuata la
valutazione della credibilità soggettiva di ciascun dichiarante e dell’attendibilità intrinseca di
ogni singola dichiarazione, in base ai criteri della specificità, della coerenza, della costanza,
della spontaneità; b) siano accertati i rapporti personali fra il dichiarante e la fonte diretta, per
inferirne dati sintomatici della corrispondenza al vero di quanto dalla seconda confidato al
primo; c) vi sia la convergenza delle varie chiamate, che devono riscontrarsi reciprocamente in
maniera individualizzante, in relazione a circostanze rilevanti del “thema probandum”; d) vi sia
4

2.1 II primo motivo di doglianza è inammissibile in relazione alla sua evidente genericità.

l’indipendenza delle chiamate, nel senso che non devono rivelarsi frutto di eventuali intese
fraudolente; e) sussista l’autonomia genetica delle chiamate, vale a dire la loro derivazione da
fonti di informazione diverse”.
Dunque, secondo gli insegnamenti di questa Corte i riscontri individualizzanti ad
una chiamata in reità “de relato” possono provenire da elementi di natura logica ed anche da
un’altra dichiarazione, sia pure “de relato”, a condizione che quest’ultima sia sottoposta ad un
pregnante vaglio critico e consenta di collegare l’imputato ai fatti a lui attribuiti

Sez. 1, Sentenza n. 33398 del 04/04/2012 Ud. (dep. 29/08/2012 ) Rv. 252930).
Pertanto, deve – anche in questa odierna sede decisoria – considerarsi rispettosa dei principi
normativi di cui all’art. 192 cod. proc. pen. l’utilizzazione di convergenti dichiarazioni
accusatorie “de relato”, purchè le stesse si inseriscano in un quadro probatorio ovvero
indiziario comunque apprezzabile, si caratterizzino nello specifico per credibilità ed affidabilità e
purché il rigoroso controllo del sapere dei dichiaranti investa tutti i momenti dell’acquisizione
conoscitiva e tutti i personaggi che l’hanno resa possibile (cfr.
Sez. 1, Sentenza n. 34525 del 28/02/2012 Ud. (dep. 11/09/2012 ) Rv. 252937).
Si assiste nella motivazione impugnata ad una puntualissima motivazione sia in ordine alla
valutazione della attendibilità intrinseca che su quella estrinseca e sulla idoneità del riscontro
specifico delle singole dichiarazioni di chiamata in reità attraverso anche il corretto esame delle
diverse dichiarazioni de relato (cfr. pagg. 37-67 della motivazione impugnata), motivazione
che, per quanto detto, da un lato, è conforme ai principi esegetici sopra ricordati e, dall’altro, è
scevra da possibili criticità argomentative.
2.2.2.1 Ne consegue

che la doglianza sollevata in termini generali in ordine alla

inammissibilità giuridica del riscontro reciproco tra le diverse chiamate in reità attraverso
dichiarazioni “de relato” risulta manifestamente infondata sulla base dei sopra richiamati
arresti giurisprudenziali, e ciò proprio perché la Corte distrettuale ha operato quel pregnante
vaglio critico di attendibilità tale da consentire il collegamento dell’imputato ai fatti a lui
attribuiti dai diversi chiamanti in reità.
2.2.3 Sotto altro e diverso profilo, preme alla Corte sottolineare che il giudizio di penale
responsabilità posto a sostegno della condanna oggi avversata prescinde completamente dalla
testimonianza resa lak teste oculare \,re?…t( atteso che, nonostante l’intrinseca attendibilità della
teste riaffermata più volte dalla Corte di merito nel corso della motivazione, le accertate
anomalie nell’attività di verbalizzazione dell’attività di riconoscimento fotografico dell’imputato
in cui sarebbero incorsi gli organi investigativi aveva reso – secondo le valutazioni della Corte
partenopea – la relativa prova non tranquillizzante (come del resto non era stato ritenuto
tranquillizzante il riconoscimento vocale operato dalla teste, in ragione della suggestione
determinata dal possibile incontro con l’imputato all’interno del carcere ove era ristretto il
Russo).

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dal chiamante in reità (cfr. anche

Ne consegue che tutte le doglianze sollevate dalla difesa dell’imputato, anche in questa
ulteriore sede di legittimità, risultano manifestamente infondate ed irrilevanti, atteso che la
valutazione di penale responsabilità riposa, expressis verbis, sulle riscontrate e convergenti
dichiarazioni dei collaboratori di giustizia ascoltati per la prima volta in sede di giudizio di rinvio
(ed in particolare sulle dichiarazioni di Cerrato Carmine cl. 71 detto “takaendo” e di Esposito
Biagio) e sulle dichiarazioni testimoniali del “teste puro” Russo Salvatore (che aveva riferito la
rilevante circostanza che l’imputato aveva manifestato la sua intenzione di uccidere il

l’efferato delitto).
La prova della penale responsabilità dell’imputato si fonda, nella corretta e condivisibile
motivazione impugnata, sulle dichiarazioni rese dai menzionati collaboratori di giustizia e sul
riscontro puntuale delle loro propalazioni accusatorie che ha consentito la ricostruzione della
dinamica dell’omicidio.
2.2.3.1 La vicenda omicidiaria — che qui si ripercorre per sintesi non già per “entrare” nella
valutazione di merito del fatto rimessa come tale alla esclusiva cognizione della Corte ricorsa,
quanto piuttosto per confutare le ragioni di doglianza sollevate dalla parte ricorrente per la
denunziata violazione dell’art. 192, terzo comma, cod. proc. pen. – prese spunto da una banale
lite intervenuta tra la vittima ed altro tatuatore della zona (detto quest’ultimo “il cubano”) per
una sorta di gelosia professionale insorta per la pubblicazione su facebook di una fotografia che
ritraeva il Cimminiello insieme ad uno noto calciatore della squadra di calcio del Napoli.
La situazione tuttavia degenerò nei termini purtroppo ben conosciuti per l’intervento nel banale
alterco dei rappresentanti delle cosche malavitose del luogo allorquando, in seguito ad una
visita non amichevole di tre esponenti del clan capeggiato da Cesare Pagano, il Cimrniniello ferì
uno dei tre che successivamente scoprì essere il Noviello, parente del predetto capo clan.
Allarmato dal pericolo che poteva derivare dalla vicenda, il Cimminiello interrogò il suo amico
Russo Salvatore (che, verrà, come detto, escusso in sede dibattimentale e che confermerà la
ricostruzione dei fatti qui solo tratteggiata) per tentare una mediazione con il capo clan. Ed
infatti, il Russo interessò un suo dipendente che lavorava nel forno di suo proprietà come
operaio, e cioè il Barone, il quale contattò suo cugino, l’Aprea (un intraneo alla cosca) che, se
in un primo momento, si dichiarò disponibile a tentare la mediazione, successivamente e una
volta venuto a sapere quale fosse la identità del soggetto picchiato dal Cimminiello (e cioè uno
stretto parente di “Cesarino”) si schierò subito dalla parte del clan malavitoso offeso dal gesto
del Cimminiello, offrendosi addirittura come esecutore della missione punitiva da concludersi
proprio con il contributo del Russo Vincenzo che con l’Aprea costituiva, come suo sodale, il
“gruppo di fuoco” del clan camorristico.
Di qui si giustifica — secondo il riscontro incrociato delle dichiarazioni dei diversi collaboratori
(ed in particolare del Cerrato cl. 71 e dello Esposito, la cui attendibilità è confortata dalla loro
intraneità la clan ) — anche il viaggio dell’Aprea e del Russo a Milano.

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Cimminiello ancor prima di recarsi nel laboratorio di quest’ultimo ove avrebbe poi commesso

Il costrutto accusatorio si regge allora sul riscontro incrociato delle dichiarazioni dei principali
collaboratori di giustizia ( cfr. in particolare le dichiarazioni dei sopra ricordati Cerrato cl. 71 e
Esposito ) e del tese “puro” Russo Salvatore, dichiarazioni sulle quali la Corte napoletana
fornisce un’adeguata e corretta motivazione, coerente con le emergenze istruttorie e con i
principi regolatori della valutazione probatoria della chiamata in reità.
Non si può invero dubitare che il Russo Vincenzo avesse, sin dall’inizio, manifestato la sua
personale volontà di uccidere il Cimminiello e non già solo di gambizzarlo (cfr. le dichiarazioni

motivatorio) e che inoltre l’organizzazione materiale dell’attentato dovesse essere seguita
direttamente dal predetto “gruppo di fukó” costituito dall’Aprea e, per l’appunto, dal Russo (cfr.
dichiarazioni del collaboratore Caizza).
A ciò si aggiunga la confessione “stragiudiziale” del Russo in ordine all’esecuzione materiale
dell’omicidio per come raccolta dal teste Biondi e dal collaboratore Cerrato e per come riferita
dagli stessi concordemente in dibattimento.
Come coerente epilogo della tragica vicenda si aggiunga, poi, la fuga del ricorrente a Milano
ove trovò un sicuro rifugio lontano dal luogo dell’omicidio per sviare le prime indagini degli
organi investigativi (cfr. dichiarazioni del collaboratore Esposito).
Senza qui voler ripetere l’analitica e ragionata elencazione delle fonti di prova dichiarativa
analizzata dalla sentenza impegnata con impeccabile sforzo argomentativo ( cfr. pagg. 65-67
come sintesi del ragionamento probatorio ), non si può neanche dimenticare che, ad ulteriori
conforto del quadro probatorio già solidamente fornito dai collaboratori Cerrato ed Esposito,
soccorrono ulteriori dichiarazioni di conferma provenienti dagli altri collaboratori di giustizia
Accorso, Ambra e Guarino sulla cui attendibilità intrinseca ed estrinseca la Corte fornisce
adeguata risposta argomentativa, descrivendo una convergenza di molteplice fonti dichiarative
sul nome del Russo quale esecutore materiale dell’omicidio e richiamando anche come
conferma delle fonti de relato le altri fonti dichiarative ( collaboratori e testi ) sopra ricordate.
2.3 Anche il terzo motivo di doglianza è inammissibile per manifesta infondatezza.
2.3.1 Sul punto non può essere dimenticato il chiaro insegnamento della giurisprudenza di
vertice di questa Corte ( cfr. Sez. U, Sentenza n. 337 del 18/12/2008 Ud. (dep. 09/01/2009 )
Rv. 241578 ) secondo il quale “la circostanza aggravante prevista dall’art. 7 D.L. 13 maggio
1991 n. 152, convertito in L. 12 luglio 1991 n. 203 (aver agito avvalendosi delle condizioni
previste dall’art. 416-bis cod. pen. o al fine di agevolare l’attività delle associazioni di tipo
mafioso) è applicabile anche ai delitti astrattamente punibili con la pena edittale dell’ergastolo
e pertanto può essere validamente contestata anche con riferimento ad essi, ma opera in
concreto solo se, di fatto, viene inflitta una pena detentiva diversa dall’ergastolo, mentre, se
non esclusa all’esito del giudizio di cognizione, esplica comunque la sua efficacia a fini diversi
da quelli di determinazione della pena”.
Deve invero osservarsi, seguendo il chiaro ragionamento delle Sezioni Unite, che il primo
comma dell’art. 7 d.l. n. 152 del 1991, nel prevedere che la pena sia aumentata da un terzo
7

del teste Russo Salvatore sulla cui attendibilità vi è peraltro un adeguato approfondimento

i

alla metà per i delitti punibili con pena diversa dall’ergastolo, non esclude affatto, con riguardo
ai reati puniti con la pena perpetua (come nel caso di specie di omicidio commesso con
premeditazione e per motivi abietti), la contestabilità e l’operatività della speciale aggravante
ad altri fini, ben potendosi anzi conseguire l’effetto aggravatorio nell’ipotesi di esclusione,
all’esito del giudizio di cognizione, delle circostanze aggravanti comportanti l’ergastolo.
La prescrizione de qua, al di là dell’ambiguità lessicale del termine “punibili”, è semplicemente
diretta, in sostanza, a quantificare l’aumento di pena applicabile alla pena detentiva

è ovviamente ipotizzabile allorché la pena inflitta in concreto sia invece quella dell’ergastolo.
Ne consegue la manifesta infondatezza della doglianza così sollevata dalla parte ricorrente.
3.4 Anche la quarta doglianza non supera la soglia della manifesta infondatezza.
La motivazione resa dalla Corte distrettuale in ordine alla qualificazione giuridica del fatto ( cfr.
pagg. 67-72 ) è fermamente ancorata ai dati obiettivi della ricostruzione della dinamica
dell’omicidio, così rendendo il ragionamento probatorio coerente a tali dati oggettivi e scevro
da criticità argomentative e illogicità nel percorso di valutazione della prova ( e così
escludendo, in radice, anche il profilo della denunziata violazione di legge sub artt. 584 e 575
cod. pen. ).
Ed invero, emerge con chiarezza che due furono i colpi che attinsero il Cimminiello : il primo, al
lato sinistro ( quello alla gamba ), e il secondo, al lato destro ( quello che colpisce il braccio e
poi il polmone ), determinando la morte della povera vittima.
Spiega la Corte partenopea che, ai fini della ricostruzione dell’evento omicidiario, fondamentale
è la posizione del corpo della vittima dopo l’attentato mortale : il corpo del Cirnminiello viene
infatti trovato dentro il negozio, dimostrando ciò che, dopo il primo colpo ( quello che lo colpì
alla gamba ) e quello successivo al torace, la vittima ebbe un minimo di forza vitale per
spostarsi in un vano tentativo di difesa all’interno del laboratorio di tatuaggi.
Altro dato rilevante — osserva ancora la Corte di merito — è la sequenza di colpi ricevuti dalla
vittima, per come ricostruita dalla teste Vezzi sulla cui attendibilità soggettiva il giudice di
appello ha fornito una adeguata ed approfondita argomentazione e che, comunque, per quanto
concerne la vicenda della visione diretta dell’omicidio non desta perplessità (a differenza di
quanto è invece emerso per il riconoscimento fotografico).
Ebbene, la sequenza descritta evidenzia, prima, l’esplosione di due o tre colpi e,
successivamente, l’esplosione di un colpo.
I dati probatori così evidenziati vengono sviluppati argomentativamente dalla Corte distrettuale
attraverso un ragionamento probatorio logico ed esente da aporie e contraddizione.
Senza qui voler accedere alla valutazione dei singoli elementi di prova ma solo per evidenziare
invece la tenuta logica della motivazione spesa della Corte di merito e l’assenza dei denunziati
vizi di violazione di legge, occorre evidenziare che la spiegazione fornita dalla Corte partenopea
è l’unica plausibile ricostruzione della dinamica dell’evento nei termini di evento omicidiario.

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temporanea, concretamente irrogata in presenza dell’aggravante speciale, incremento che non

Ed invero, colpire inizialmente il Cimminiello alla gamba è l’unica ipotesi compatibile con il
sopra descritto tentativo di fuga e con la durata dello stesso, giacché se la vittima fosse stata
colpita prima al torace non sarebbe stata in grado di spingersi sino all’interno del negozio.
Tale dinamica risulta anche compatibile sul piano logico – spiega ancora convisibilmente la
Corte napoletana – con il tentativo di dimostrare l’accidentalità della morte, diversamente non
spiegabile qualora il primo colpo fosse stato quello mortale.
Ma il secondo colpo, allorquando la missione di gambizzazione ( come sostenuto dalla difesa )

significato di manifestare in modo non equivoco la volontà di uccidere il Cimminiello e non già
la sola volontà di ferirlo, come peraltro confermato dalla testimonianza del Russo Salvatore.
Non possono pertanto residuare ancora dubbi sulla volontà omicidiaria dell’odierno ricorrente.
2.5 Anche per il quinto motivo deve concludersi con un giudizio di inammissibilità per
manifesta infondatezza.
2.5.1 Corre l’obbligo di precisare subito che il richiamo alla violazione dell’art. 141 bis cod.
proc. pen. in ordine alla acquisizione della prova dichiarativa dei collaboratori Cerrato Carmine
cl. 71 et Caizza Paolo è a diV poco fuori contesto, atteso che la predetta norma regola le
modalità di acquisizione degli interrogatori di persone in stato di detenzione e dunque non
incide in alcun modo sul diverso profilo di utilizzabilità delle dichiarazioni rese in sede di
dibattimento da parte del detenuto il cui interrogatorio era stato in precedenza assunto in
carcere.
Qui la prova oggetto di valutazione è costituita dalle dichiarazioni dibattimentali rese dai
predetti collaboratori e non già dalle precedenti dichiarazioni rese in sede di interrogatorio
inframurario.
Ne consegue, già sotto questo peculiare profilo, la manifesta infondatezza della doglianza.
Ma anche la censura sollevata in ordine all’impossibilità di contro esaminare i testi e di poter
avanzate contestazioni dibattimentali ai sensi dell’art. 500 cod. proc. pen. ( per la lamentata
assenza delle trascrizioni integrali degli interrogatori ) risulta doglianza, oltre che
genericamente formulata ( perché non si evidenzia quale concreta violazione al diritto di difesa
si sia realizzata ), anche giuridicamente infondata, giacché il richiamato art. 141 bis cod. proc.
pen. regola solo il profilo di utilizzabilità delle predette dichiarazioni rese dal detenuto ma non
incide sul profilo dell’esercizio del diritto alle contestazione che è subordinato alla esistenza
delle menzionate dichiarazioni nel fascicolo del pubblico ministero.
3. Alla inammissibilità consegue, ex art. 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al
versamento, in favore della cassa delle ammende, di una somma che appare equo determinare
in euro 2000.
In base al principio della soccombenza, l’imputato deve essere condannato, alla rifusione delle
spese sostenute nel grado dalle parti civili, liquidate come in dispositivo.

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era stata già realizzata con la esplosione dei primi colpi, non può non avere che l’unico

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del
procedimento e della somma di Euro 2.000 in favore della Cassa delle Ammende, nonché alla
h

refusione delle spese sostenute nel grado dalle parti civili liquidate in euro 3.000 in favore di
Rizzo Nunzia e in euro 4.000 complessivi in favore di Cimminiello Palma e Cimminiello Assunta,
oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 18.5.2018

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