Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36090 del 08/05/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 36090 Anno 2018
Presidente: SABEONE GERARDO
Relatore: FIDANZIA ANDREA

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
CONTI DELLE CANNE ERLING CLAUDIO nato il 09/08/1968 a MILANO

avverso la sentenza del 09/02/2017 della CORTE APPELLO di MILANO
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere ANDREA FIDANZIA
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore FRANCESCO
SALZANO
che ha concluso per

Il Proc. Gen. conclude per l’inammissibilita’
Udito il difensore A;

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Ae-e.45-id

Il difensore presente conclude per la conferma della sentenza di appello, così
come da conclusioni che deposita contestualmente alla nota spese. Deposita
altresì la sentenza dell’appello di Milano RG. 1105/2015

Data Udienza: 08/05/2018

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza emessa in data 7 marzo 2017 la Corte d’Appello di Milano ha confermato
la sentenza di primo grado con cui Conti Delle Canne Erling Claudio è stato condannato alla
pena di giustizia per i delitti di violazione di domicilio e di percosse ai danni di Bellentani Giulia
Renata Maria.

affidandolo ai seguenti motivi.
2.1. Con il primo motivo è stata dedotta violazione di legge in relazione all’art. 15 c.p..
Ha premesso l’imputato che la Corte d’Appello di Milano lo aveva condannato in data 1
aprile 2015 alla pena di anni uno e mesi sei di reclusione per il delitto di atti persecutori ai
danni della sig.ra Bellentani, in relazione al quale gli era stato contestato anche quanto
accaduto in data 1 gennaio 2014 allorquando il prevenuto si era introdotto nell’abitazione della
sig.ra Bellentani contro la sua volontà e la aveva spinta violentemente per terra facendola
cadere, episodio per il quale erano state successivamente elevate le autonome imputazioni di
violazione di domicilio e percosse di cui al presente procedimento, dando luogo alla condanna
di mesi tre di reclusione, previo il riconoscimento del vincolo di continuazione con i fatti sopra
descritti di cui alla sentenza pronunciata dalla Corte di Appello di Milano in data 1 aprile 2015.
2.2. Con il secondo motivo è stata dedotta la violazione dell’art. 649 c.p.p. in virtù
dell’identità della persona imputata e di parte della res giudicanda dei due processi sopra
menzionati.
Si osserva che nel capo di imputazione del delitto di atti persecutori erano state
espressamente indicate le condotte di percosse e violazione di domicilio riproposte a
fondamento della diversa accusa ex art. 614 e 581 c.p., con conseguente intervenuta
violazione del principio del ne bis in idem.
Censura il ricorrente la scelta del giudice di secondo grado di non considerare assorbite
nel reato di cui all’art. 612 bis c.p. le condotte di percosse e violazione di domicilio, avendo i
singoli segmenti persecutori già formato oggetto di contestazione in altro procedimento, con la
conseguenza che non possono essere valutati come fatti integranti reati oggetto di nuovi
procedimenti, soluzione che si impone anche alla luce dell’arresto della Corte Costituzionale n.
n. 200/2016.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1.

Il secondo motivo, concernente l’invocato ne bis in idem, è fondato e va

pertanto accolto.
Va osservato che, secondo la stessa ricostruzione dei giudici di merito, le condotte
dell’imputato poste in essere in data 1 gennaio 2014 e contestate nei capi di imputazione nn.
2

2. Con atto sottoscritto dal suo difensore ha proposto ricorso per cassazione l’imputato

1 e 2 del presente procedimento (rispettivamente come violazione di domicilio e percosse) ,
avevano già costituto oggetto di accertamento nella sentenza del Tribunale di Milano del 29
settembre 2014, confermata dalla Corte di Appello di Milano in data 1 aprile 2015, “essendo
state valutate come comportamenti che, unitamente alle successive condotte poste in essere
dal Conti delle Canne, integravano il reato di atti persecutori (art. 612 bis c.p.) commesso ai
danni della Bellantani tra 1’1.1.2014 e il 25.3.2014″ .
I giudici di merito hanno escluso, sotto il profilo storico-naturalistico, l’identità dei fatti in

in idem”, sul rilievo che mentre nel presente procedimento vengono in rilievo esclusivamente
la violazione di domicilio e le percosse, nel precedente procedimento sfociato nel giudicato,
oggetto di valutazione era stata la condotta persecutoria nel suo complesso derivante dalla
reiterazione di ulteriori atti che avevano comportato per la persona offesa un disagio tale da
fondare uno stato di prostrazione psicologica certamente progressivo e successivo rispetto ai
due episodi iniziali.
Questo Collegio non condivide l’impostazione della sentenza impugnata.
Non vi è dubbio che, secondo la stessa ricostruzione dei giudici di merito, le medesime
condotte che nel presente procedimento sono state autonomamente contestate come
violazione di domicilio e percosse, sono, sotto il profilo storico-naturalistico, identiche a che
quelle che nel giudizio in cui si è formato il giudicato sono già state oggetto di accertamento,
seppur non considerate come fatti penalmente rilevanti a sé stanti, ma come semplici
segmenti di una più complessa condotta persecutoria perpetrata dall’imputato ai danni della
signora Bellentani.
Ad avviso di questo Collegio, la valutazione in ordine alla identità dei fatti sotto il profilo
storico-naturalistico, ai fini dell’applicazione del principio del ne bis in idem, non può
dipendere dalla differente qualificazione giuridica del titolo di imputazione della responsabilità
(sul punto vedi S.U. n. 34655 del 28/06/2005 , Rv. 231799), scaturente dalla scelte
processuali della pubblica accusa (che nel primo processo non ha ritenuto di contestare
autonomamente come reati condotte già da sole penalmente rilevanti).
Diversamente argomentando, si correrebbe il rischio paventato dalla Corte Costituzionale
nella sentenza n. 200/2016 (punto 8) di considerare gli elementi costituenti il fatto non con
esclusivo riferimento alla loro dimensione empirica, ma anche nella loro dimensione giuridica,
considerando quindi anche le implicazioni penalistiche dell’accadimento, così da effettuare il
giudizio secondo il criterio dell’idem legale e non dell’idem factum.
Non a caso, la sentenza impugnata, ha citato una pronuncia di questa Corte appartenente
all’orientamento minoritario — stigmatizzato dalla Consulta – che si è affermato all’indomani
della sentenza delle S.U. n. 34655/2006 che riteneva che il medesimo fatto dovesse risultare
tale nei suoi elementi costitutivi “considerati sia nella loro dimensione storico-naturalistica,
sia in quella giuridica”.

3

contestazione e, conseguentemente, l’iotoperatività della preclusione processuale del ” ne bis

E’ evidente, come già statuito da questa Corte (sez 5 n. 54923 del 8/06/2016, Rv. 268408),
che il reato di atti persecutori può ben concorrere con altri reati che tutelano beni giuridici
diversi. Tuttavia, il divieto del ne bis in idem si sviluppa in una dimensione esclusivamente
processuale, precludendo non il simultaneus processus – allorquando il medesimo fatto, oltre
ad assumere rilevanza nel contesto di una più articolata condotta persecutoria, sia a sua volta
da solo penalmente rilevante – ma soltanto una nuova iniziativa penale dopo che è già
intervenuto un giudicato.

giudicato per il medesimo fatto.
P.Q.M.
Annulla senza rinvii) la sentenza impugnata perché l’imputato è già stato giudicato per il
medesimo fatto.
Così deciso in Roma, 1’8 maggio 2018
Il consigliere estensore

Il Presidente

Andrea danzia

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Depositato in Cancelleria

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Deve quindi annullarsi senza rinvio la sentenza impugnata perché l’imputato è già stato

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