Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36063 del 26/06/2018


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 36063 Anno 2018
Presidente: PETITTI STEFANO
Relatore: CALVANESE ERSILIA

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Giglio Salvatore, nato a Strongoli il 04/10/1965

avverso la ordinanza del 01/02/2018 del Tribunale di Catanzaro

visti gli atti, il provvedimento denunziato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Ersilia Calvanese;
udite le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
generale Ciro Angelillis, che ha concluso chiedendo che il ricorso sia dichiarato
inammissibile;
udito il difensore, avv. Domenico Sirianni, anche in sostituzione del codifensore
avv. Pietro Pitari, che ha concluso insistendo nei motivi di ricorso e chiedendone
l’integrale accoglimento.

RITENUTO IN FATTO

1. Con la ordinanza in epigrafe indicata, il Tribunale di Catanzaro, quale
giudice del riesame, confermava l’ordinanza del Giudice per le indagini
preliminari del medesimo Tribunale del 28 dicembre 2017, che aveva applicato a
Salvatore Giglio la misura cautelare della custodia in carcere in relazione ai reati

Data Udienza: 26/06/2018

di cui agli artt. 416-bis cod. pen. (capi 1 e 15) e 81, 110, 629 cod. pen., 7 I. n.
203 del 1991 (capo 114-bis).
In particolare al Giglio era stato provvisoriamente contestato di aver fatto
parte a decorrere dal 2010 con condotta perdurante, sia della cosca di Cirò
denominata “Farao-Marincola”, nella quale aveva il compito in posizione apicale
di controllare il territorio di Strongoli (capo 1), sia della omonima cosca di
Strongoli “Giglio”, quale capo promotore (capo 15), nonché di aver dal febbraio
sino al settembre 2017, con violenze e minacce, allontanato alcuni imprenditori

titolari di quest’ultima di dover contrattare con soggetti allo stesso riferibili, con
l’aggravante derivante dall’uso del metodo mafioso della locale di ‘ndrangheta di
Cirò e Strongoli e dall’agevolazione a favore di quest’ultima.
1.1. Il Tribunale, dopo aver ripercorso i procedimenti giudiziari che avevano
portato ad accertare l’esistenza di una “locale” di ‘ndrangheta in Cirò – della
quale facevano parte le cosche dei Farao-Marincola e le ‘ndrine collegate e
subordinate di Casabona e Strongoli – il cui capo indiscusso era Giuseppe Farao,
aveva illustrato l’esito delle indagini (ed in particolare le captazioni effettuate in
carcere – dove erano reclusi il Farao, il fratello Silvio e Cataldo Marincola corroborate da servizi dinamici di P.G.), che aveva consentito di ritenere che la
suddetta consorteria avesse, nonostante gli interventi giudiziari, non solo
mantenuto la sua presenza e il suo indiscusso potere intimidatorio sul territorio
di originario riferimento, ma anche esteso la sua azione in altre zone in Italia e
all’estero anche verso settori economici diversi dai quali trarre ingenti profitti.
Il Tribunale rilevava inoltre che numerose sentenze avevano accertato
l’esistenza di una consorteria operante in Strongoli, autonoma ma referente alla
suddetta cosca e facente capo alla famiglia Giglio ed in particolare al suo
capostipite Salvatore.
Quest’ultimo, secondo le sentenze definitive, era divenuto, dopo
l’eliminazione nel 1994 dell’esponente della cosca lona-Dima, il vero referente
‘ndranghetistico del territorio strongolese, ponendosi da subito sotto l’influenza
della cosca cirotana Farao-Marincola.
Le indagini da ultimo disposte avevano consentito di evincere, in termini di
gravità indiziaria, la attuale partecipazione del Giglio alla consorteria FaraoMarincola e il mantenimento del ruolo di comando all’interno della cosca Giglio.
Il Tribunale richiamava a tal fine alcune captazioni eseguite nel carcere,
dove il Giglio era detenuto con Giuseppe Farao dal 16 novembre 2010 al 23
novembre 2016 (data in cui il primo era stato scarcerato): Farao, che dal carcere
aveva continuato a dirigere il sodalizio, servendosi della moglie per veicolare
all’esterno i messaggi, si rapportava al Giglio sulle dinamiche della cosca (dover

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interessati alle trattative per l’acquisto di una azienda agricola e imposto ai

pagare un debito da parte di un associato), si occupava di mantenere
economicamente il Giglio durante la carcerazione (la moglie di Farao riferiva di
aver dato soldi anche a quest’ultimo) e interveniva per regolare i rapporti con la
consorteria del Giglio (lamentandosi con quest’ultimo del comportamento tenuto,
tramite i suoi ed in particolare la moglie Carmela Putrino, nei confronti di
imprenditori cirotani, che già pagavano la sua cosca e avvertendo gli altri apicali
che, una volta scarcerato, Giglio doveva mantenere le distanze e occuparsi solo
del suo territorio) ed era lo stesso Giglio a rivolgersi al Farao per rivendicare

un’estorsione ai danni di una impresa che stava eseguendo un appalto e nella
quale volevano ingerirsi esponenti della cosca cirotana) e a continuare attraverso
i suoi interlocutori in carcere ad occuparsi di questioni che coinvolgevano la sua
cosca, mantenendo il suo ruolo di comando.
Quanto alla vicenda estorsiva, il Tribunale riteneva gravemente indizianti le
dichiarazioni rese dalle persone offese che avevano riferito del fallimento delle
trattative intavolate con i potenziali acquirenti della loro azienda agricola, dovuto
– come loro riferito da uno di essi e dal mediatore – all’inserimento di Salvatore
Giglio, che era tra l’altro intenzionato ad incontrarli da tempo; nonché dei furti
subiti all’interno dell’azienda quando costoro si erano rifiutati di incontrare il
boss, da poco scarcerato.
1.2. In punto di esigenze cautelari, il Tribunale riteneva che, vigendo la
presunzione di cui all’art. 275, comma 3, cod. proc. pen., non fossero rinvenibili
dagli atti elementi per ritenere l’insussistenza delle esigenze cautelari, che al
contrario emergevano positivamente dalle evidenze investigative in ordine al
ruolo apicale rivestito dal Giglio che rendeva altamente probabile la reiterazione
di condotte delittuose nell’interesse delle cosche di appartenenza.

2. Avverso la suddetta ordinanza ha proposto ricorso per cassazione
l’interessato, a mezzo dei suoi difensori, deducendo i motivi di seguito enunciati
nei limiti di cui all’art. 173, disp. att. cod. proc. pen.
2.1. Vizio di motivazione e violazione di legge (artt. 292, 273 cod. proc.
pen.).
Il Tribunale si sarebbe limitato a fare copia ed incolla dell’ordinanza
cautelare, limitandosi a riportare in modo del tutto asettico le argomentazioni
relative alla sussistenza della cosca Farao-Marincola e in seno ad essa del clan
Giglio senza analizzare le esigenze cautelari.
Ci troveremmo in altri termini di fronte ad una mancanza assoluta di
motivazione e ritenere che le interpretazioni alternative offerte dalla difesa
risultino assorbite dalla valutazione complessiva del Tribunale circa la gravità del

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libertà di azione criminale sul territorio di Strongoli (nella specie si trattava di

quadro d’accusa non consentirebbe in ogni caso di ritenere assolto l’obbligo
motivazionale in ordine alle esigenze cautelari, in quanto con ciò il giudice non
avrebbe illustrato le ragioni che depongono per la incontrovertibilità di quel
quadro indiziario.
A titolo esemplificativo a pag. 26 il Tribunale, con riguardo al reato di falso,
si sarebbe riportato alla esposizione della vicenda dell’ordinanza genetica senza
ulteriori considerazioni in quanto “non contestata nei suoi elementi fattuali” e in
diversi passaggi avrebbe invitato a leggere il compendio captativo contenuto
nella stessa ordinanza cautelare, riportandone solo stralci meno significativi.

Costituirebbe conferma dell’assunto la verifica di come è stata trattata la
posizione del ricorrente: dopo aver dedicato 17 pagine alla ricostruzione storica
della cosca Giglio e ai suoi rapporti con il clan Farao-Marincola, il Tribunale
avrebbe introdotto quasi marginalmente la questione della continuità
dell’adesione al sodalizio da parte del ricorrente.
Il Tribunale avrebbe fatto mal governo di un principio affermato in sede di
legittimità in ordine alla prova sulla continuità dell’adesione ad un sodalizio
mafioso, che non riteneva invece per nulla sufficienti a tal fine illazioni o meri
sospetti.
Il giudizio prognostico imposto dall’art. 273 cod. proc. pen. se pur non
particolarmente intenso, deve essere reale e non può essere invero di mera
congettura.
Gli elementi invero valorizzati dall’ordinanza impugnata non avrebbero alcun
autonomo significato probatorio, come ammesso dallo stesso Tribunale, se avulsi
dal quadro storico processuale del ricorrente: le captazioni relative ai dissapori
familiari non sarebbero relative alla gestione del territorio, quelle relative al
chiosco balneare riguarderebbero soltanto normali questioni lavorative familiari,
mancherebbero quantomeno i riferimenti ad attività materialmente intraprese su
mandato del boss al fine di mantenere od agevolare la consorteria mafiosa.
Anche la regola di diritto richiamata dal Tribunale sulla duplice responsabilità
del ricorrente in due distinte cosche mafiose mal si attaglierebbe al caso in
esame: il ricorrente viene rappresentato come il riferimento territoriale in
Strongoli del clan Farao-Marincola, di cui il clan Giglio era una costola non
autonoma.
Quanto poi ai presunti episodi estorsivi, il Tribunale in modo allarmante si
sarebbe affidato al solo narrato delle presunte parti offese, che in ogni caso non
hanno mai voluto incontrare il ricorrente e non sono state in grado di dire se sia
effettivamente avvenuto un incontro tra i potenziali acquirenti e il ricorrente.
Inoltre, i furti subiti dai dichiaranti – neppure denunciati al loro tempo – per
tipologia e per modalità di perpetrazione non avrebbero valenza intimidatoria né

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(

sarebbero riconducibili al Giglio; la ipotizzata menomazione contrattuale delle
parti offese sarebbe insita nelle sole dichiarazioni di queste ultime, senza che vi
sia traccia di condotte neppure in nuce violente e di minaccia.
Secondo il ricorrente, la prova del coinvolgimento di un soggetto in un
reato-fine dell’associazione, come ha affermato la Corte di cassazione, va
parametrata allo standard del “al di là di ogni ragionevole dubbio” e sarà
raggiunta solo quando si risolva nell’inferenza necessaria del coinvolgimento di
un determinato soggetto. Nel presente caso, il provvedimento avrebbe dichiarato

dimostrerebbe la circolarità del ragionamento probatorio e una forte componente
congetturale nella concatenazione degli assunti.
2.2. Violazione dell’art. 274 cod. proc. pen., per carenza delle esigenze
cautelari.
Il Tribunale avrebbe basato la pericolosità attuale del ricorrente
esclusivamente sulla gravità del reato contestato, con automatica valutazione
della adeguatezza della misura carceraria, così contravvenendo la novella del
2015 che richiede che il pericolo di cui all’art. 274 sia attuale e concreto e non
possa essere desunto dalla gravità del titolo di reato contestato.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è da dichiarare inammissibile in ogni sua articolazione per le
ragioni di seguito illustrate.

2. Quanto alle carenze motivazionali per il ricorso da parte del Tribunale alla
tecnica del cosiddetto copia-incolla, le critiche difensive si rivelano generiche.
Va rammentato che, secondo un principio consolidato in tema di riesame
dell’ordinanza applicativa di misure cautelari, è legittima la motivazione che
richiami o riproduca le argomentazioni contenute nel provvedimento impugnato,
in mancanza di specifiche deduzioni difensive, formulate con l’istanza originaria o
con successiva memoria difensiva, ovvero articolate oralmente in udienza (tra
tante, Sez. 1, n. 8676 del 15/01/2018, Falduto, Rv. 272628).
Il ricorrente invero si lamenta del tutto genericamente della omessa
considerazione di “deduzioni contrarie” o “interpretazioni alternative”, non
rappresentando tuttavia in questa sede quale deduzione o interpretazione abbia
effettivamente sottoposto al giudice del riesame, al fine di consentire l’autonoma
individuazione delle questioni che si assumono irrisolte e sulle quali si sollecita il
sindacato di legittimità (Sez. 3, n. 13744 del 24/02/2016, Schiorlin, Rv.
266782).

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solo formalmente di seguire i principi in materia, da un punto di vista concreto

3. Le critiche relative alla motivazione in ordine al quadro indiziario si
rivelano inammissibili per vari profili.
Va sul punto rammentato che il ricorso per cassazione che deduca
insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza è ammissibile solo se denuncia la
violazione di specifiche norme di legge o la manifesta illogicità della motivazione
del provvedimento, ma non anche quando propone censure che riguardano la
ricostruzione dei fatti, o che si risolvono in una diversa valutazione degli elementi
esaminati dal giudice di merito (ex multis, Sez. 2, n. 31553 del 17/05/2017,

Il controllo di legittimità non concerne infatti nè la ricostruzione dei fatti, nè
l’apprezzamento del giudice di merito circa l’attendibilità delle fonti e la rilevanza
e concludenza dei dati probatori (tra tante, Sez. F, n. 47748 del 11/08/2014,
Contarini, Rv. 261400).
Allorché sia denunciato, con ricorso per cassazione, vizio di motivazione del
provvedimento emesso dal tribunale del riesame in ordine alla consistenza dei
gravi indizi di colpevolezza, alla Corte suprema spetta infatti solo il compito di
verificare, in relazione alla peculiare natura del giudizio di legittimità e ai limiti
che ad esso ineriscono, se il giudice di merito abbia dato adeguatamente conto
delle ragioni che l’hanno indotto ad affermare la gravità del quadro indiziario a
carico dell’indagato e di controllare la congruenza della motivazione riguardante
la valutazione degli elementi indizianti rispetto ai canoni della logica e ai principi
di diritto che governano l’apprezzamento delle risultanze probatorie (per tutte,
Sez. 4, n. 26992 del 29/05/2013, Tiana, Rv. 255460).
Il controllo di legittimità è, perciò, circoscritto all’esclusivo esame dell’atto
impugnato al fine di verificare che il testo di esso sia rispondente a due requisiti,
uno di carattere positivo e l’altro negativo, la cui presenza rende l’atto
incensurabile in sede di legittimità: 1) l’esposizione delle ragioni giuridicamente
significative che lo hanno determinato; 2) l’assenza di illogicità evidenti,
risultanti cioè prima facie dal testo del provvedimento impugnato, ossia la
congruità delle argomentazioni rispetto al fine giustificativo del provvedimento.
Fatte queste premesse, il Tribunale ha esposto, con un conferente percorso
logico argonnentativo, le evidenze indiziarie che dimostravano, in termini di
gravità indiziaria, la perdurante adesione del ricorrente alle indicate consorterie.
I giudici, non trascurando la valenza indiziaria da riconoscere all’accertata
partecipazione del ricorrente con sentenza irrevocabile alla cosca Giglio (Sez. 2,
n. 43094 del 26/06/2013, Floccari, Rv. 257427), hanno ritenuto, alla stregua di
una corretta valutazione non frammentaria, ma unitaria degli elementi di accusa
(Sez. 5, n. 4864 del 17/10/2016, dep. 2017, Di Marco, Rv. 269207), che detta
partecipazione sia proseguita nel periodo in contestazione.

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Paviglianiti, Rv. 270628).

Le considerazioni espresse dal Tribunale risultano logicamente coerenti e del
tutto conformi ai criteri di inferenza che presiedono all’apprezzamento della
sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza.
Piuttosto le censure difensive, oltre che aspecifiche e quindi generiche
rispetto alle evidenze esposte nell’ordinanza impugnata (risultando in alcuni
passaggi anche del tutto avulse dall’effettivo tessuto argomentativo della
ordinanza impugnata), si risolvono in una richiesta di “rilettura” dei dati
procedimentali, inammissibile in questa sede.

argomentazioni sulla consistenza della cosca Giglio e dei suoi rapporti con la
cosca Farao-Marincola, che restavano quelli di ‘ndrina distaccata dal “locale”
cirotano, anche se ad essa referente, nell’ambito di alleanza e dinamiche
operative proprie di quelle realtà criminali; nonché con il contenuto delle
captazioni, che lungi – come sintetizzato in premessa – dal limitarsi a questioni
familiari, restituivano vicende che si inserivano nella gestione del territorio
controllato dalle due cosche.
Anche relativamente alla estorsione, le critiche si limitano ad una
sottovalutazione del significato indiziario degli elementi esposti.
Ai fini dell’adozione di una misura cautelare personale è sufficiente
qualunque elemento probatorio idoneo a fondare un giudizio di qualificata
probabilità sulla responsabilità dell’indagato in ordine ai reati addebitatigli,
perché i necessari “gravi indizi di colpevolezza” non corrispondono agli “indizi”
intesi quale elemento di prova idoneo a fondare un motivato giudizio finale di
colpevolezza e non devono, pertanto, essere valutati secondo gli stessi criteri
richiesti, per il giudizio di merito, dall’art. 192, comma 2, cod. proc. pen. (tra
tante, Sez. 4, n. 6660 del 24/01/2017, Pugiotto, Rv. 26917901)
Nella specie, il Tribunale ha raccolto i gravi indizi a carico del ricorrente in
ordine a tale capo provvisorio dal racconto dei fratelli Sculco, contenente precise
e circostanziate indicazioni in ordine alle ingerenze del Giglio, il quale non solo
aveva preso contatto con i vari potenziali acquirenti, determinandone
l’allontanamento dalla trattativa, ma aveva chiesto di incontrare gli stessi
venditori. Quanto ai mezzi utilizzati dal ricorrente, il Tribunale ha ritenuto che
questi avesse menomato la libertà contrattuale dei soggetti implicati (sia i
potenziali acquirenti sia i venditori) facendo ricorso alla minaccia anche implicita
derivante dalla sua carica criminale di soggetto appartenente ad una cosca
mafiosa, tra l’altro appena scarcerato.

4. Quanto alle esigenze cautelari, le critiche difensive non hanno fondamento
alcuno.

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Così, in particolare, il ricorrente non si confronta con le ampie

In tema di applicazione di misure cautelari personali, anche a seguito della
novella attuata con legge 16 aprile 2015, n. 47, l’art. 275, comma 3, cod. proc.
pen. continua a prevedere una doppia presunzione, relativa quanto alla
sussistenza delle esigenze cautelari ed assoluta con riguardo all’adeguatezza
della misura carceraria; ne consegue che in presenza di gravi indizi di
colpevolezza del delitto di partecipazione ad un’associazione mafiosa il giudice
non ha un obbligo di dimostrare in positivo la ricorrenza dei “pericula libertatis”
ma deve soltanto apprezzare l’eventuale sussistenza di segnali di rescissione del

l’effetto della presunzione, in mancanza dei quali trova applicazione in via
obbligatoria la sola misura della custodia in carcere (Sez. 2, n. 19283 del
03/02/2017, Cocciolo, Rv. 27006201).
Tale principio, quanto alla presunzione relativa di sussistenza delle esigenze
cautelari, è stato integrato dalla affermazione che qualora intercorra un
“considerevole” lasso di tempo tra l’emissione della misura e i fatti accertati, il
giudice, pur nel perimetro cognitivo limitato alla verifica della sussistenza delle
sole esigenze cautelari, ha l’obbligo di motivare puntualmente, su impulso di
parte o d’ufficio, in ordine alla rilevanza del tempo trascorso sull’esistenza e
sull’attualità delle esigenze cautelari (per tutte, Sez. 6, n. 20304 del
30/03/2017, Sinesi, Rv. 26995701).
Nella specie, le critiche del ricorrente si presentano generiche in ordine ai
rammentati principi, dovendosi in ogni caso rilevare che le manifestazioni della
partecipazione del ricorrente alla cosca, evidenziate dal Tribunale nell’ordinanza
impugnata, si sono protratte sino al 2017.

5. All’inammissibilità del ricorso segue per legge la condanna del ricorrente
al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma in favore
della cassa delle ammende che, avuto riguardo all’elevato coefficiente di colpa
connotante la rilevata causa di inammissibilità, appare conforme a giustizia
stabilire nella misura di euro 2.000 (duemila).
La Cancelleria provvederà alle comunicazione di rito.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente ai pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di euro duemila in favore della
cassa delle ammende.

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legame del soggetto con il sodalizio criminale tali da smentire, nel caso concreto,

Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94, comma

1-ter,

disp. att. cod. proc. pen.

Così deciso, il 6/06/2018.

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