Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36037 del 05/07/2018


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 36037 Anno 2018
Presidente: ROCCHI GIACOMO
Relatore: SANTALUCIA GIUSEPPE

SENTENZA

sui ricorsi proposti da:
MALASPINA PAOLO nato a MONTEBELLO IONICO il 09/08/1955
D’ANGELO MARIA AUSILIA nato a MESSINA il 12/12/1959

avverso l’ordinanza del 29/01/2018 del TRIBUNALE di REGGIO CALABRIA
udita la relazione svolta dal Consigl i ere GIUSEPPE SANTALUCIA;

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Data Udienza: 05/07/2018

Ritenuto in fatto
1. Il Tribunale di Reggio Calabria ha rigettato la richiesta di Paolo Malaspina
e Maria Ausilia D’Angelo di sospensione dell’ordine di carcerazione, eseguito in
data 29 novembre 2017, per l’espiazione rispettivamente della pena di anni
quattro di reclusione ed anni tre e mesi sei di reclusione, inflitta dal Tribunale di
Reggio Calabria con sentenza dell’Il luglio 2013, confermata in appello il 28
ottobre 2014 e divenuta irrevocabile il 3 novembre 2015.
Il Tribunale ha preso in esame la richiesta pur dopo aver osservato che gli

sorveglianza, ritenendo che l’esame nel merito potesse essere giustificato dalla
prospettazione dell’interesse alla riparazione per ingiusta detenzione a seguito
della caducazione dell’ordine di esecuzione.
Ha quindi affermato che l’ordine di carcerazione per pene espiande
superiori a tre anni di reclusione non può essere sospeso, perché non è possibile
né conveniente una lettura estensiva del comma 5 dell’articolo 656 cod. proc. pen.,
allineandolo con la previsione di cui all’articolo 47, comma 3 bis, ord. pen.

2.

Avverso l’ordinanza halat3:11 proposto ricorso il difensore di Paolo

Malaspina e Maria Ausilia D’Angelo, che ha dedotto vizio di violazione di legge e
difetto di motivazione. La legge delega n. 103 del 2017 ha dettato un criterio
talmente specifico, secondo cui devono essere sospesi gli ordini di esecuzione per
pena espianda non superiore a quattro anni di pena detentiva, da essere
d’immediata applicazione. In forza di una interpretazione sistematica si giunge alla
conclusione non accolta dal provvedimento impugnato.
3. Il Procuratore generale, intervenuto con requisitoria scritta, ha chiesto
che sia dichiarata l’inammissibilità del ricorso, in considerazione del fatto che i
ricorrenti sono stati già scarcerati, già prima dell’emissione dell’ordinanza
impugnata, a seguito dell’accoglimento delle istanze di affidamento provvisorio ai
servizi sociali.
Successivamente il difensore ricorrente ha proposto motivi aggiunti con cui
ha ricordato che la norma di cui all’articolo 656, comma 5, cod. proc. pen. è stata
dichiarata incostituzionale con la sentenza n. 41 del 2018, nella parte in cui non
consente la sospensione dell’ordine di esecuzione per pene detentive superiori a
tre ma non superiori a quattro anni di reclusione, e ha dunque insistito nelle ragioni
del ricorso.
Con memoria ancora successiva il difensore ricorrente ha ribadito
l’interesse all’impugnazione, in vista dell’esercizio del diritto alla riparazione per
ingiusta detenzione.
Considerato in diritto

1

istanti avevano già ottenuto la libertà con provvedimento del magistrato di

1. I ricorsi sono carenti di interesse attuale e concreto, per le ragioni di
seguito esposte. Essi sono stati proposti quando i due ricorrenti avevano già
ottenuto l’affidamento provvisorio ai servizi sociali, peraltro disposto ancor prima
che fosse emessa l’ordinanza impugnata e quindi in assenza di alcun interesse ad
ottenere una pronuncia su quanto richiesto. Né può individuarsi un interesse,
capace di sostenere l’ammissibilità del ricorso, nella prospettiva del futuro
esercizio del diritto alla riparazione per ingiusta detenzione, una volta che fosse
riconosciuta l’illegittimità della mancata sospensione dell’ordine di esecuzione,

legittimamente disposto non segue il diritto alla riparazione. Questa Corte ha già
affermato, per un caso sovrapponibile a quello in esame, che “la tardiva
sospensione dell’esecuzione della pena legittimamente disposta non determina
l’ingiustizia della detenzione sofferta fino all’adozione del provvedimento di
sospensione e pertanto non costituisce titolo per la domanda di riparazione” – Sez.
4, n. 7091 del 29 gennaio 2009, Camaioni Rapetta, Rv 242870; Sez. 1, n. 42093
del 19 novembre 2002, Pierleoni, Rv 223070 -.
2. Alla dichiarazione di inammissibilità consegue la condanna dei ricorrenti
al pagamento delle spese processuali e ciascuno al versamento della somma, equa
al caso, di euro tremila in favore della Cassa delle ammende.
P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle
spese processuali e ciascuno al versamento della somma di euro tremila in favore
della Cassa delle ammende.
Così deciso in Roma, 5 luglio 2018.

Il con

ere estensore

Il presidente
Giacomo Rocchi

Giuse

ORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
Prima Sezione Penale

Depositata in Cancelleria oggi

Roma, n 2 L1JG, 201i. .

posto che alla ritardata cessazione degli effetti dell’ordine di esecuzione

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