Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36034 del 31/01/2018


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 36034 Anno 2018
Presidente: DI TOMASSI MARIASTEFANIA
Relatore: CASA FILIPPO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
MENOZZI ALESSANDRA nato a ROMA il 27/09/1963

avverso l’ordinanza del 14/03/2017 del GIP TRIBUNALE di ROMA
udita la relazione svolta dal Consigliere FILIPPO CASA;
lette/s~ le conclusioni del PG

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Data Udienza: 31/01/2018

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza resa in data 14.3.2017, il G.I.P. del Tribunale di Roma, in funzione di
giudice dell’esecuzione, rigettava l’opposizione proposta da MENOZZI Alessandra, terza
interessata, avverso il provvedimento del 23.7.2015, con il quale lo stesso G.I.P. aveva
respinto la richiesta di revoca della confisca della somma di euro 243.604,77, in deposito sul
conto n. 1000/3649 intestato alla predetta MENOZZI, disposta con sentenza emessa dal G.U.P.

TOSERONI Marco (imputato dei reati di associazione per delinquere transnazionale e riciclaggio
transnazionale).
Il giudice dell’esecuzione, dato atto della natura del provvedimento ablatorio, costituito
da confisca obbligatoria per equivalente ai sensi dell’art. 12 sexies L. n. 356/92 e dell’art. 11 L.
n. 146/2006, individuava l’oggetto della possibile contestazione da parte del terzo interessato
nei seguenti profili:
– assenza di specifici elementi dimostrativi della riconducibilità dei beni del terzo al
condannato;
– estraneità del terzo al reato;
– mancato conseguimento di vantaggi o altre utilità;
– buona fede del terzo da intendere come non conoscibilità del rapporto di derivazione
della propria posizione soggettiva dal reato commesso dal condannato.
Aveva, per conseguenza, escluso l’ammissibilità di ogni rilievo inerente alla
quantificazione del prezzo conseguito dal condannato per effetto della partecipazione
all’associazione transnazionale e della commissione del riciclaggio transnazionale,
definitivamente accertato in euro 4.000.000,00.
Aveva, poi, ritenuto l’infondatezza dell’argomento inerente al mancato conseguimento
del vantaggio ritenuto in capo al condannato, in quanto il rilievo dell’avvenuto pagamento da
parte delle società di telefonia implicate nella vicenda processuale del debito tributario
attraverso il versamento di somma ben superiore all’imposta evasa doveva essere valutato
come non conferente a fronte dell’individuazione dell’utilità personale tratta dal condannato non
nel profitto del reato fiscale, ma nel prezzo ricevuto per l’attività di riciclaggio compiute
nell’ambito del gruppo organizzato transnazionale.
Infine, aveva escluso che fosse stata fornita la prova dell’origine delle provviste derivanti
dalla lecita attività di imprenditrice agricola della ricorrente.
2.

Avverso la suddetta ordinanza ha proposto ricorso per cassazione MENOZZI

Alessandra, tramite il proprio difensore e procuratore speciale, deducendo i seguenti motivi.

2

di Roma ex art. 444 cod. proc. pen. nel procedimento n. 38700/10 R.G.N.R. a carico di

2.1. Violazione ed erronea applicazione del principio del giudicato ex artt. 648, 649 e
650 cod. proc. ten.; difetto di motivazione sulle deduzioni difensive e manifesta illogicità della
motivazione.
Il giudice dell’esecuzione aveva applicato erroneamente il principio del giudicato nel
censurare le doglianze difensive proposte con riferimento al quantum ritenuto essere il prezzo
del reato contestato al TOSERONI e quantificato in euro 4.300.000,00, sulla base del quale era
stata disposta al confisca della somma depositata sul conto intestato alla ricorrente.

espressamente dall’art. 630 cod. proc. pen., tenuto conto che anche il procedimento di
esecuzione, pur con le sue peculiarità, può concludersi con un provvedimento avente natura di
sentenza.
In ogni caso, il giudice avrebbe dovuto valutare le specifiche doglianze formulate sul
punto dalla difesa, mentre la motivazione del provvedimento impugnato era talmente generica
e sintetica da potersi considerare assente.
2.2. Inosservanza o erronea applicazione dell’art. 676, comma 1, cod. proc. pen. e
difetto di motivazione.
Il giudice dell’esecuzione aveva operato una valutazione che esulava da quelle
riconducibili all’art. 676, comma 1, cod. proc. pen..
Il difensore aveva precisato come le residue somme depositate nel conto corrente
intestato alla MENOZZI e oggetto di confisca fossero di esclusiva pertinenza della medesima e
come detto conto corrente risultasse nella effettiva disponibilità della ricorrente, a prescindere
da eventuali rimesse effettuate dal terzo (il marito) sul conto in questione per esigenze
familiari.
Il giudice, fra l’altro, non aveva motivato sulla asserita riconducibilità al TOSERONI delle
somme di denaro richieste in restituzione, ancorando il suo convincimento a una mera
presunzione.
Peraltro, era stato documentalmente dimostrato come la somma fosse stata
legittimamente ricevuta dalla MENOZZI quale provento della propria attività lavorativa.
3. Il Procuratore Generale, nella sua requisitoria scritta, ha concluso per il rigetto del
ricorso, in quanto infondato.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso va rigettato, perché infondato.
2. Destituito di fondamento è il primo motivo di ricorso.
La ritenuta inammissibilità, da parte del giudice dell’esecuzione, della doglianza
formulata in merito alla quantificazione del prezzo del reato – in ordine alla quale si deduce
3

D’altro canto, l’ordinamento non esclude a priori il contrasto di giudicati, regolato

l’erronea applicazione del principio del giudicato non opponibile al terzo, in quanto non
partecipe del relativo giudizio – è basata, invero, sul rilievo delle eccezioni formulabili dal terzo
in relazione

g alla confisca per equivalente ai sensi dell’art. 12

sexies L. n. 356/92, non

rientrando tra di esse i profili afferenti all’individuazione dell’illiceità del prezzo e/o del profitto,
provenienti dai reati contestati e oggetto di sentenza irrevocabile.
In altri termini, il dato dirimente non è ravvisabile, come opinato dalla ricorrente, nel
passaggio in giudicato della sentenza di condanna, ma dalla posizione del terzo rispetto alla

Infondato, pertanto, va ritenuto il primo motivo di ricorso, non essendo il giudice
capitolino incorso nella contestata erronea applicazione della legge processuale (artt. 648, 649
e 650 cod. proc. pen.).
3. Analogamente infondato va considerato il secondo motivo di ricorso, che, dietro lo
schermo della dedotta violazione della legge processuale, disvela censure essenzialmente di
merito e rivalutative sulla ricostruzione delle somme affluite sul conto corrente oggetto di
confisca.
Riguardo a tale argomento, ritiene il Collegio che il giudice dell’esecuzione abbia
sviluppato argomentazioni giuridicamente corrette e appaganti sul piano logico, giustificando
come senz’altro plausibile la conclusione, peraltro desunta dagli stessi estratti conto prodotti
dalla difesa, secondo la quale il conto della ricorrente “era effettivamente alimentato da
rimesse di cui questa non poteva allora e anche attualmente giustificare la provenienza” e,
perciò, “del tutto ragionevole l’ipotesi che quel conto fosse anche nella disponibilità del marito
TOSERONI, che se ne serviva per far rientrare in un circuito lecito il denaro conseguito per
effetto delle condotte illecite”.
4. Al rigetto del ricorso consegue, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna
della ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 31 gennaio 2018

Il Consigliere estensore

misura ablatoria e dalle eccezioni che il terzo è legittimato e interessato a sollevare.

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