Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36027 del 15/02/2017

Penale Sent. Sez. 3 Num. 36027 Anno 2017
Presidente: CAVALLO ALDO
Relatore: MENGONI ENRICO

SENTENZA

sul ricorso proposto da
A.A.

avverso la sentenza del 14/9/2015 della Corte di appello di Cagliari;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
sentita la relazione svolta dal consigliere Enrico Mengoni;
udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto
Procuratore generale Fulvio Baldi, che ha concluso chiedendo l’annullamento
senza rinvio per prescrizione
udite le conclusioni del difensore del ricorrente, Avv. Ennio Maccioni, che ha
concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 14/2/2015, la Corte di appello di Cagliari confermava la
pronuncia emessa il 14/7/2011 dal Giudice per le indagini preliminari del
Tribunale di Oristano, con la quale A.A. era stato
giudicato colpevole del delitto di cui agli artt. 81 cpv. cod. pen., 95, d.P.R. 30
maggio 2002, n. 115, e condannato – con rito abbreviato – alla pena di otto

Data Udienza: 15/02/2017

mesi, dieci giorni di reclusione e 400,00 euro di multa; allo stesso era contestato
di aver omesso di dichiarare – in sede di istanza di ammissione al patrocinio a
spese dello Stato – la titolarità di beni mobili ed immobili, come meglio descritti
in motivazione.
2. Propone ricorso per cassazione il A.A., a mezzo del proprio difensore,
deducendo i seguenti motivi:
– violazione ed erronea applicazione dell’art. 95 contestato; mancanza di
motivazione. La sentenza non avrebbe adeguatamente considerato che il delitto

accertata dal Giudice; pericolo che, peraltro, difetterebbe nel caso di specie,
atteso il valore sia della vettura (pari a zero) che degli immobili (redditi
dominicali ed agrari modestissimi), la cui disponibilità era stata omessa nelle
dichiarazioni contestate;
– violazione ed erronea applicazione degli artt. 42, 47 e 49 cod. pen.;
mancanza di motivazione. La Corte di merito, ancora, non avrebbe argomentato
quanto al dedotto errore sul fatto che aveva interessato il A.A. (il quale,
atteso lo scarso valore dei beni citati, aveva ritenuto che non fossero inclusi nei
limiti di reddito), né in ordine al dolo del reato. Negli stessi termini, poi, si
lamenta quanto al falso innocuo di cui all’art. 49 cod. pen., dedotto in appello
attesa l’inidoneità dalla condotta a ledere il bene giuridico tutelato.
CONSIDERATO IN DIRITTO
3. Il ricorso risulta infondato.
Premesso il carattere pacifico della condotta, osserva infatti la Corte che il
Collegio di merito ha steso al riguardo una motivazione del tutto adeguata, priva
di qualsivoglia illogicità manifesta o carenza argomentativa di sorta; come tale,
dunque, non censurabile.
In particolare, la sentenza ha diffusamente richiamato un fondamentale
intervento delle Sezioni Unite (n. 6591 del 27/11/2008, Infanti, Rv. 242152)
che, ponendo fine ad un contrasto ermeneutico sviluppatosi sul punto, hanno
affermato che integrano il delitto di cui all’art. 95 d.P.R. n. 115 del 2002 le false
indicazioni o le omissioni, anche parziali, dei dati di fatto riportati nella
dichiarazione sostitutiva di certificazione o in ogni altra dichiarazione prevista per
l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, indipendentemente dalla effettiva
sussistenza delle condizioni di reddito per l’ammissione al beneficio. Nel corpo
della motivazione, peraltro, il Supremo Collegio – qui ripreso dalla Corte di
merito – ha sottolineato che l’istanza di ammissione al patrocinio a spese dello
Stato deve contenere, a pena di inammissibilità, talune indicazioni, tra le quali art. 79, comma 1, lett. c), d.P.R. n. 115 del 2002 – una dichiarazione sostitutiva

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in esame costituisce un reato di pericolo concreto, la cui sussistenza deve esser

di certificazione da parte dell’interessato attestante la sussistenza delle
condizioni di reddito previste per l’ammissione, con specifica determinazione del
reddito complessivo valutabile a tal fine, determinato secondo le modalità
indicate nell’articolo 76; con la conseguenza che «la specifica falsità nella
dichiarazione sostitutiva (artt. 95 – 79, lett. c) è connessa all’ammissibilità
dell’istanza non a quella del beneficio (art. 96, comma 1), perché solo l’istanza
ammissibile genera obbligo del magistrato di decidere nel merito, allo stato.
L’inganno potenziale, della falsa attestazione di dati necessari per determinare al

od omissioni di fatti veri risultino poi ininfluenti per il superamento del limite di
reddito, previsto dalla legge per l’ammissione al beneficio. Pertanto, (…) il reato
di pericolo si ravvisa se non rispondono al vero o sono omessi in tutto o in parte
dati di fatto nella dichiarazione sostitutiva, ed in qualsiasi dovuta comunicazione
contestuale o consecutiva, che implichino un provvedimento del magistrato,
secondo parametri dettati dalla legge, indipendentemente dalla effettiva
sussistenza delle condizioni previste per l’ammissione al beneficio. Ogni altra
questione è di fatto e, si è visto, pone in discussione cosa il magistrato potesse
intendere allo stato a stregua delle comunicazioni dovute, e per contro la volontà
del privato di trarlo in inganno, in reato punibile a titolo di dolo generico».
4. A questa conclusione il Supremo Collegio è pervenuto sul presupposto richiamato anche dalla Corte di merito – per cui «la questione d’inidoneità è
circoscritta limiti dell’art. 49 CP, perciò diversa in quanto sempre e solo di fatto.
In concreto è possibile ritenere inidonea all’offesa taluna omessa, e per sé falsa
attestazione, quale quella di un diritto reale su mobile registrato. Ma va tenuto
da conto che tale diritto deve essere dichiarato, già perché la titolarità del bene
incide sulla valutazione del giudice, secondo il parametro del tenore di vita, ed a
maggior ragione se all’esercizio del diritto si connette un’attività economica, altro
metro decisivo per l’ammissione al beneficio (art. 96/1° co.). Insomma se il
reato concerne la parte determinativa della dichiarazione, che si connette al
tenore della dichiarazione IRPEF (…), la valutazione d’inidoneità all’inganno non
può essere implicata dal rilievo che la determinazione non è stata fatta propria
dal magistrato, che abbia respinto l’istanza. L’inidoneità del falso o dell’omissione
va apprezzata con riferimento a quanto il magistrato potesse intendere, prima di
decidere nel merito. E, a maggior ragione, l’inidoneità non può desumersi dalla
prova certa di sussistenza delle condizioni di reddito per l’ammissione a
beneficio, che si consegue dopo che il magistrato l’abbia disposta, per la verifica
compiuta deferita all’ufficio finanziario (art. 98).
Quanto precede – hanno affermato le Sezioni Unite – sul presupposto che
l’incriminazione in esame si rapporta al dovere di lealtà del singolo verso le

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momento dell’istanza le condizioni di reddito, sussiste quand’anche le alterazioni

istituzioni, ben oltre il pericolo di profitto ingiusto (quale l’ottenimento
all’ammissione, prevista, al più, come aggravante, ai sensi dell’art. 95 in esame,
secondo periodo).
5. Orbene, applicando tali principi al caso di specie, la Corte di merito ha
escluso che si potessero ravvisare gli estremi del falso innocuo o, in termini
soggettivi, dell’errore sul fatto ex art. 47 cod. pen.; elementi, quindi, analizzati
dalla sentenza in esame, contrariamente all’assunto di cui al ricorso. In
particolare, la sentenza ha sottolineato che la tesi difensiva – sotto entrambi i

dichiarazioni (tale in fatto e come ritenuto dal ricorrente), ed ha quindi
evidenziato che il dato medesimo, pur se confermato, non avrebbe comunque
fatto venir meno la falsità in sé, né la sua rilevanza penale. Del pari, quanto
all’errore, la Corte di merito ne ha congruamente affermato il carattere
improprio, sul presupposto che l’imputato stesso era risultato ben consapevole
della titolarità dei beni non dichiarati, al pari della necessità di indicare nella
dichiarazione tutti quelli dei quali era titolare. E con la precisazione – propria
della prima sentenza, in ciò richiamata da quella impugnata – che, con riguardo
ad un immobile sito in agro di Uta, il Temassi «aveva cercato di spostare indietro
nel tempo la data di vendita dello stesso, risalendo a due mesi e mezzo prima
della data ufficiale dell’atto notarile (ottobre 2008)», ma di ciò non aveva fornito
alcuna prova documentale o testimoniale. A conferma, dunque, della piena
consapevolezza dell’omissione e del dolo allo stesso sotteso; al pari, peraltro, del
veicolo, acquistato dallo stesso appena nove mesi prima della data dei fatti, sì
che «è chiaro che lo stesso doveva pur possedere un qualche valore o utilità».
Nessun vizio motivazionale, nei dedotti termini della carenza, può esser
quindi riscontrato.
6. Tutte le doglianze sono dunque infondate, sì da imporsi il rigetto del
ricorso; a tale conclusione, tuttavia, consegue l’annullamento senza rinvio della
sentenza per intervenuta prescrizione dei reati, atteso che – a fronte di una
duplice contestazione mossa al 9-15/7/2008 – i termini di cui agli artt. 157-161
cod. pen. sono spirati al 9-15/1/2016.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata per esser i reati estinti per
prescrizione.
Così deciso in Roma, il 15 febbraio 2017
Il

sigliere estensore

Il Presidente

profili – si fondava sull’asserito scarso valore economico dei beni omessi dalle

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