Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 35997 del 05/07/2018


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 35997 Anno 2018
Presidente: BONITO FRANCESCO MARIA SILVIO
Relatore: CENTONZE ALESSANDRO

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
RE GIUSEPPE nato a NAPOLI il 15/02/1981

avverso la sentenza del 28/09/2016 della CORTE APPELLO di NAPOLI
dato avviso alle parti;
udita la relazione svolta dal Consigliere ALESSANDRO CENTONZE;

Data Udienza: 05/07/2018

RITENUTO IN FATTO

Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Napoli confermava la
decisione impugnata, con cui Giuseppe Re era stato condannato alla pena di 6
mesi di arresto e 1000,00 euro di ammenda, per il reato di cui all’art. 4 legge 18
aprile 1975, n. 110, commesso a Napoli 1’11/11/2011.
Avverso tale sentenza l’imputato ricorreva personalmente per cassazione,
deducendo violazione di legge e vizio di motivazione della sentenza impugnata,
conseguenti al fatto che la decisione in esame risultava sprovvista di un percorso

acquisiti, indispensabili ai fini della configurazione del reato contestato, della
continuazione con il reato contro il patrimonio nel contesto del quale i fatti in
contestazione venivano accertati e del trattamento sanzionatorio irrogato,
censurato sotto della mancata concessione dell’esimente di cui all’art. 131-bis
cod. pen.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso è inammissibile, risultando basato su motivi manifestamente
infondati.
Deve, in proposito, rilevarsi che il ricorso in esame, pur denunziando
violazione di legge e vizio di motivazione, non critica la violazione di specifiche
regole inferenziali, preposte alla formazione del convincimento del giudice, ma,
postulando indimostrate carenze motivazionali della sentenza impugnata, chiede
il riesame nel merito della vicenda processuale, che risulta vagliato dalla Corte di
appello di Napoli in conformità delle emergenze probatorie.
Tale riesame, in ogni caso, è inammissibile in sede di legittimità, quando la
struttura razionale della sentenza impugnata abbia, come nel caso in esame, una
sua chiara e puntuale coerenza argomentativa e sia saldamente ancorata, nel
rispetto delle regole della logica, alle risultanze processuali (Sez. 2, n. 9242
dell’08/02/2013, Reggio, Rv. 254988).
La Corte di appello di Napoli, invero, evidenziava che il compendio
probatorio acquisito, tenuto conto degli accertamenti di polizia giudiziaria svolti
nell’immediatezza dei fatti dalla Squadra Mobile di Napoli – che individuava
l’imputato mentre armeggiava accanto a un’autovettura con l’arma in
contestazione – risultava univocamente orientato in senso sfavorevole alla
posizione dell’imputato, nei termini correttamente esplicitati nelle pagine 2 e 3
della sentenza impugnata.

2

argomentativo che desse adeguatamente conto degli elementi probatori

Quanto alla connessa doglianza, relativa al mancato riconoscimento della
continuazione tra i fatti in contestazione e il reato contro il patrimonio nel
contesto del quale la responsabilità di Re venivano accertate, deve rilevarsi che,
dal ricorso, non sono evincibili gli elementi indispensabili ai fini del vaglio
giurisdizionale richiesto, non risultando indicate le ragioni poste a fondamento
della dedotta preordinazione e i procedimenti nell’ambito dei quali il vincolo in
esame andava applicato. Ne consegue che tale censura deve ritenersi
inammissibile per la violazione del principio di autosufficienza, così come

giudizio di cognizione sia nel giudizio di esecuzione (Sez. 4, n. 46979 del
10/11/2015, Bregamotti, Rv. 265053).
Quanto, infine, al trattamento sanzionatorio irrogato al ricorrente
discendeva da una valutazione ineccepibile dei fatti illeciti, correttamente vagliati
dalla Corte territoriale napoletana, tenuto conto delle connotazioni oggettive e
soggettive della condotta di Re, che imponevano di escludere la particolare
tenuità dell’offesa presupposta, invocata ai sensi dell’art. 131-bis cod. pen. (Sez.
6, n. 39337 del 23/06/2015, Di Bello, Rv. 264596).
Per queste ragioni, il ricorso proposto da Giuseppe Re deve essere dichiarato
inammissibile, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle
spese processuali e, non ricorrendo ipotesi di esonero, al versamento di una
somma alla Cassa delle ammende, determinabile in 2.000,00 euro, ai sensi
dell’art. 616 cod. proc. pen.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di 2.000,00 euro alla Cassa delle
ammende.
Così deciso il 05/07/2018.

canonizzato dalla giurisprudenza di legittimità, che esplica i suoi effetti sia nel

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