Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 35876 del 27/06/2018


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 35876 Anno 2018
Presidente: CIAMPI FRANCESCO MARIA
Relatore: BRUNO MARIAROSARIA

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
RAMINI HASSAN nato il 23/08/1951

avverso la sentenza del 14/02/2017 della CORTE APPELLO di ROMA
dato avviso alle parti;
udita la relazione svolta dal Consigliere MARIAROSARIA BRUNO;

Data Udienza: 27/06/2018

MOTIVI DELLA DECISIONE

Ramini Hassan, a mezzo del difensore, ricorre avverso la sentenza della
Corte di appello di Roma, indicata in epigrafe, con cui, in riforma della pronuncia
emessa dal Tribunale dì Roma, è stata ridotta la pena allo stesso inflitta in quella
di mesi sei di reclusione ed euro mille di multa per il reato di cui all’art. 73,
comma quinto, d.P.R. 309/90.

per essere la imputazione riportata in epigrafe della sentenza assolutamente
illeggibile, tale da non renderne possibile la comprensione; carenza e vizio
logico della motivazione di primo grado e di quella di secondo grado, avendo i
giudici dì appello confermato la sentenza di primo grado, senza colmare le lacune
motivazionali presenti nella pronuncia di primo grado, in cui i fatti erano stati
travisati.
Il ricorso è inammissibile.
Quanto al primo motivo, risultano condivisibili le argomentazioni illustrate in
sentenza dalla Corte territoriale, essendo tali argomentazioni conformi agli
orientamenti espressi in sede di legittimità dove si è affermato che, tra gli
elementi essenziali la cui mancanza o incompletezza determina la nullità della
sentenza, a norma dell’art. 546, comma 3, cod. proc. pen., non è previsto il
capo di imputazione, posto che l’enunciazione dei fatti e delle circostanze ascritte
all’imputato ben possono desumersi dal complessivo contenuto della decisione,
tenendo conto delle sentenze di primo e secondo grado, che si integrano a
vicenda confluendo in un risultato organico ed inscindibile (Sez. 3, n. 48348 del
29/09/2017, Rv. 271882). A ciò si aggiunga, come correttamente osservato
dalla Corte territoriale che: l’imputazione era conosciuta al ricorrente essendo
contenuta nel decreto che dispone il giudizio, nella forma rimasta immutata nel
corso dei gradi di merito; la scarsa leggibilità del capo di imputazione riportato in
sentenza non ha in alcun modo pregiudicato i diritti della difesa (né la difesa nel
ricorso individua ì concreti pregiudizi ricevuti dalla illeggibilità della imputazione
riportata nell’epigrafe della sentenza).
Quanto al secondo motivo di ricorso, a fronte delle puntuali e logiche
argomentazioni svolte dalla Corte di appello, il ricorrente si limita a censure
oltremodo generiche e tendenti ad ottenere una rivalutazione del fatto e delle
prove assunte nel corso del giudizio.
Deve rilevarsi che, secondo il consolidato orientamento della Corte di
Cassazione, il vizio della motivazione deducibile in sede di legittimità deve
risultare dal testo della decisione impugnata e deve essere riscontrato tra le

A motivi di ricorso lamenta: la nullità della sentenza per violazione di legge,

varie proposizioni inserite nella motivazione, senza alcuna possibilità di ricorrere
al controllo delle risultanze processuali; con la conseguenza che il sindacato di
legittimità «deve essere limitato soltanto a riscontrare l’esistenza di un logico
apparato argomentativo, senza spingersi a verificare l’adeguatezza delle
argomentazioni, utilizzate dal giudice del merito per sostanziare il suo
convincimento, o la loro rispondenza alle acquisizioni processuali» (in tal senso,

ex plurimis, Sez. 5, n. 4295 del 07/10/1997, Di Stefano, Rv. 20904001; Sez. 3,
n.4115 del 27/11/1995, dep. 1996, Beyzaku, Rv. 20327201). Tale principio, più

dalle stesse Sezioni Unite, le quali hanno precisato che esula dai poteri della
Corte di Cassazione quello di una «rilettura» degli elementi di fatto, posti a
sostegno della decisione, il cui apprezzamento è riservato in via esclusiva al
giudice di merito, senza che possa integrare i vizio di legittimità la mera
prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle
risultanze processuali (Sez. U, n. 6402 del 30/04/1997, Dessimone, Rv.
20794501). La Corte regolatrice ha rilevato che anche dopo la modifica dell’art.
606 lett. e) cod. proc. pen., per effetto della legge 20 febbraio 2006 n. 46, resta
immutata la natura del sindacato che la Corte di Cassazione può esercitare sui
vizi della motivazione, essendo rimasta preclusa, per il giudice di legittimità, la
pura e semplice rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della
decisione o l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione o
valutazione dei fatti (Sez. 5, n. 17905 del 23/03/2006, Baratta, Rv. 23410901).
Pertanto, in sede di legittimità, non sono consentite le censure che si risolvono
nella prospettazione di una diversa valutazione delle circostanze esaminate dal
giudice di merito (ex multis Sez. 6, n. 22445 del 08/05/2009, Candita,
Rv.24418101).
Alla inammissibilità del ricorso, consegue la condanna del ricorrente al
pagamento delle spese processuali e di una somma che congruamente si
determina in 2000,00 euro, in favore della Cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di duemila euro alla Cassa delle
ammende.
Così deciso in Roma il 27 giugno 2018

volte ribadito dalle varie sezioni della Corte di Cassazione, è stato altresì avallato

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