Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 35846 del 11/06/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 35846 Anno 2018
Presidente: BRUNO PAOLO ANTONIO
Relatore: BORRELLI PAOLA

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
PORCINO ANGELO nato a BARCELLONA POZZO DI GOTTO il 19/04/1956

avverso l’ordinanza del 09/02/2018 del TRIB. DEL RIESAME di MESSINA
udita la relazione svolta dal Consigliere PAOLA BORRELLI;
sentite le conclusioni del Procuratore generale PERLA LORI, che ha concluso per
il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Il 9 febbraio 2018, il Collegio del riesame del Tribunale di Messina ha
confermato l’ordinanza applicativa della custodia in carcere emessa il 3 gennaio
2018 dal Giudice per le indagini preliminari dello stesso Tribunale nei confronti di
Angelo Porcino; quest’ultimo è stato ritenuto gravemente indiziato di due
estorsioni continuate, ciascuna protrattasi per anni ai danni di esercenti attività
commerciali, entrambe aggravate ex artt. 7 I. 13 maggio 1991, n. 152, conv.
con mod. nella I. 12 luglio 1991, n. 203, 629, comma 2, in relazione all’art. 628,
comma 3, n. 3) e 61, comma 1, n. 7), cod. pen.
Le estorsioni erano state commesse l’una ai danni di Francesco Cartone,
costretto a versare la somma di 3000 euro l’anno suddivisa in due rate nei
periodi ricompresi tra il 2000 ed il 2007 e tra il 2009 ed il 2011, l’altra ai danni
della profumeria “Principato & Materia”, i cui titolari avevano dovuto versare
somme imprecisate in occasione delle festività, con contestazione tra il 2000 ed
il marzo 2007 e dal 2011 al dicembre 2013.

Data Udienza: 11/06/2018

2. Il provvedimento del Tribunale del riesame è stato impugnato dall’Avv.
Tindaro Celi per conto del Porcino, che ha devoluto a questa Corte tre motivi di
ricorso.
2.1. Il primo verte su violazione di legge e concerne l’estorsione continuata
ai danni di Francesco Cartone.
2.1.1. Il Tribunale del riesame avrebbe recepito acriticamente le
prospettazioni del Giudice per le indagini preliminari e non avrebbe considerato

non si riscontravano reciprocamente perché attinenti a momenti differenti. Il
primo — sostiene il ricorrente — avrebbe collocato l’estorsione (di cui si era
anch’egli accusato) tra il 2000 ed il 30 gennaio 2009, data del suo arresto;
Francesco D’Amico, invece, aveva riferito, peraltro in termini generici, di avere
appreso dell’estorsione da Ottavio Imbesi nel 2009.
2.1.2. Era generica e priva di riscontro, aggiunge il ricorrente, la tesi del
Tribunale del riesame, che aveva neutralizzato l’efficacia scagionante delle
dichiarazioni della persona offesa prodotte all’udienza dell’i febbraio 2018.
2.2. Il secondo motivo lamenta gli stessi vizi quanto all’altra estorsione
continuata, quella ai danni della profumeria “Principato & Materia”. I due
collaboratori di giustizia che avevano accusato Porcino — Carmelo D’Amico e
Franco Munafò — avrebbero ricostruito periodi diversi; il primo collocando le
richieste estorsive tra il 2000 ed il 2007, il secondo affermando di avere appreso
della sottoposizione ad estorsione dell’esercizio dopo il dicembre 2013, quando
proprio Porcino gli aveva detto che l’estorsione era sempre stata curata da
Giovanni Rao. Ne conseguiva che né l’una né l’altra propalazione erano
riscontrate. A ciò doveva aggiungersi che Bernardo Mendolia aveva appreso dei
fatti dal Munafò e peraltro non direttamente dell’estorsione, ma del fatto che la
figlia del Rao lavorasse nell’esercizio, dal che aveva compreso che il titolare fosse
costretto a versare tangenti al Rao.
2.3. Il terzo motivo è parimenti basato su una violazione di legge in cui il
Tribunale del riesame sarebbe incorso quanto alla valutazione dell’attualità e
della concretezza delle esigenze cautelari. Il ricorrente era stato colpito da
ordinanza cautelare in carcere nel 2010, misura sostituita con gli arresti
domiciliari per motivi di salute dal 2011 al 2014. Non sussisteva alcuna
presunzione assoluta di adeguatezza della custodia in carcere e i fatti ai danni
della profumeria risalivano al 2013; misura adeguata era il divieto di dimora a
Barcellona Pozzo di Gotto.

CONSIDERATO IN DIRITTO

2

che le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Carmelo e Francesco D’Amico

1. Il ricorso è infondato.

2. Il primo motivo — quello che ritiene viziata da violazione di legge e vizio
di motivazione la valutazione di gravità indiziaria per quanto concerne
l’estorsione a Francesco Cartone — è inammissibile. Laddove, infatti, il ricorrente
contesta l’error iuris in cui il Tribunale del riesame sarebbe incorso nel valutare
la convergenza delle propalazioni eteroaccusatorie dei due collaboratori di

lettura soggettivamente orientata delle dichiarazioni e non si confronta
realmente con il provvedimento che contesta. L’ordinanza, infatti, da conto della
convergenza delle propalazioni accusatorie: Carmelo D’Amico ha collocato
temporalmente l’estorsione

«almeno» fino al gennaio 2009 (data del suo

arresto), mentre Francesco D’Amico, asserendo che Porcino aveva riferito ad
Imbesi, nel 2009, che l’unica estorsione che gestiva era quella a Cartone, non
l’ha collocata a quella data ma ha dato conto che, a quell’epoca, Porcino se ne
occupava. Il ricorrente, invece, mostra di ignorare la valenza terminologica di
quanto riferito, seguendo un proprio percorso critico che si scontra, però, con
una realtà argomentativa diversa da quella ipotizzata nella censura.
Alcun errore di diritto contrassegna l’ordinanza impugnata quanto alla
smentita della rilevanza pro reo delle dichiarazioni delle persone offese — che il
ricorrente rimarca solo quanto all’estorsione del Cartone —, dal momento che il
Tribunale ha fondato su una motivazione effettiva la propria valutazione, né il
ricorrente lamenta profili di illogicità argomentativa su cui questa Corte debba
interrogarsi.

3. Il percorso che conduce al rigetto del secondo motivo di ricorso non è
molto diverso, dal momento che, anche in questo caso, non vi è divergenza delle
date, ma semplicemente una fonte — Carmelo D’Amico — che individua un
periodo di tempo prolungato ed un’altra — Bernardo Munafò — che da atto che,
ad una certa data, Porcino aveva rivendicato la paternità a Giovanni Rao (per
conto del quale agiva) dell’estorsione da lui direttamente curata, il che non
significa che essa non andasse avanti da prima, vale a dire dall’epoca indicata da
D’Amico.
Ne consegue, dunque, che il Tribunale del riesame non è incorso in alcuna
violazione di legge né vizio di motivazione nel vagliare la convergenza delle
propalazioni.

3

giustizia, ritenendo non coincidenti i periodi da ciascuno indicati, propone una

4. Il motivo di ricorso che concerne le esigenze cautelari e la scelta della
misura si scontra con i dati evidenziati dal Tribunale del riesame, con particolare
riferimento alla connotazione mafiosa del Porcino — condannato in secondo
grado per l’appartenenza all’associazione mafiosa barcellonese dal 1990 al
giugno 2011 — ed alla circostanza che egli ha mantenuto il controllo delle
estorsioni anche quando era sottoposto a misura cautelare.
4.1. Più nel dettaglio, va evidenziato che il Tribunale del riesame ha
correttamente valutato il profilo delle esigenze cautelari, ritenendo non vinta la

4.1.1. Per giungere a detta conclusione, il Giudice adito ex art. 309 cod.
proc. pen. ha tenuto conto non solo della circostanza aggravante di cui all’art. 7
cit., ma anche dell’intervenuta condanna del Porcino, in altro procedimento, per
il reato di cui all’art. 416-bis cod. pen. fino al 2011.
Quanto a quest’ultimo aspetto, del tutto coerentemente e logicamente, il
Tribunale si è soffermato sulla necessità di elidere i collegamenti con la
consorteria mafiosa di appartenenza — in cui erano maturati i reati — giacché
tali legami non solo ne connotano il profilo soggettivo, ma hanno indubbiamente
costituito il substrato per i delitti oggetto di questo procedimento.
Il riferimento all’appartenenza del Porcino alla cosca mostra come il
Tribunale del riesame abbia attribuito a quest’ultima un peso nella valutazione
sull’attualità delle esigenze cautelari, non attenendosi ai soli reati per cui si
procede oggi e vagliando le condotte contestate e la loro proiezione futura sulla
scorta dei connotati strutturali della partecipazione mafiosa, di cui l’indagato era
stato riconosciuto responsabile.
4.1.2. Fatta questa premessa, giova dunque osservare che la censura del
ricorrente è infondata nella parte in cui verte sul passaggio del tempo e sulla
detenzione inframuraria del Porcino, quali fattori idonei ad incidere
favorevolmente sulla prognosi di recidiva. Così opinando, il ricorrente trascura di
considerare quella parte della giurisprudenza di legittimità che questo Collegio
ritiene preferibile, secondo cui la presunzione relativa di pericolosità sociale, di
cui all’attuale dettato dell’art. 275, comma terzo, cod. proc. pen., per il partecipe
ad associazione mafiosa, può essere superata solo quando dagli elementi a
disposizione del giudice (presenti agli atti o addotti dalla parte interessata)
emerga che l’associato abbia stabilmente rescisso i suoi legami con
l’organizzazione criminosa; secondo questa giurisprudenza, in assenza di
elementi a favore, sul Giudice della cautela non grava un onere di argomentare
in positivo circa la sussistenza o la permanenza delle esigenze (Sez. 2, n. 19283
del 03/02/2017, Cocciolo, Rv. 270062; Sez. 5, n. 47401 del 14/09/2017,
Iannazzo, Rv. 271855; Sez. 5, n. 52303 del 14/07/2016, Gerbino, Rv. 268726;

4

presunzione relativa di sussistenza di cui all’art. 275, comma 3, cod. proc. pen.

Sez. 5, n. 44644 del 28/06/2016, Leonardi, Rv. 268197; Sez. 1, n. 5787 del
21/10/2015, dep. 2016, Calandrino, Rv. 265986; Sez. 5, n. 38119 del
22/07/2015, Ascone, Rv. 264727; nonché Sez. 2, n. 26904 del 21/04/2017,
Politi, Rv. 270626, che opera un distinguo tra mafie storiche e non).
Tale principio è stato affermato anche quando la gravità indiziaria
concerneva “solo” un reato aggravato dall’art. 7 cit.; Sez. 2, n. 3105 del
22/12/2016, dep. 2017, Puca, Rv. 269112, ha infatti sancito il principio secondo
cui la contestazione dell’aggravante di cui all’art. 7 L. n. 203 del 1991 determina

superabile solo dalla prova, offerta dall’interessato, di elementi da cui desumere
l’affievolimento o la cessazione di ogni esigenza cautelare, sicché, in difetto di
detta prova, l’onere motivazionale incombente sul giudice ai sensi dell’art. 274
cod. proc. pen. deve ritenersi rispettato mediante il semplice riferimento alla
mancanza di elementi positivamente valutabili nel senso di un’attenuazione delle
esigenze di prevenzione.
Non è irrilevante segnalare, poi, che gli arresti suddetti si sono sviluppati in
situazioni in cui lo scarto temporale tra la manifestazione delinquenziale e
l’emissione dell’ordinanza cautelare era anche più ampio rispetto a quello che
interessa il Porcino.
Ne consegue che, aderendo a tale orientamento, vi è un’inversione
dell’onere probatorio in favore della pubblica accusa, che è sollevata dal dovere
di dimostrare l’esistenza dei

pericula libertatis;

a ciò corrisponde una

semplificazione dell’impianto argomentativo dei provvedimenti

de libertate ed

una marcata attenuazione dell’onere di motivazione, giacché il giudice della
cautela non ha un obbligo di dimostrare in positivo la ricorrenza delle esigenze
cautelari, ma deve soltanto apprezzare le ragioni di esclusione, eventualmente
evidenziate dalla parte o direttamente evincibili dagli atti, tali da smentire, nel
caso concreto, l’effetto della presunzione.
Il Collegio non ignora che esiste un fronte interpretativo divergente (quello
invocato nel ricorso), che, pur in presenza della presunzione di sussistenza delle
esigenze cautelari, ritiene comunque esistente un onere motivazionale in capo al
Giudice della cautela allorché si registrino fattori quali il passaggio del tempo e lo
stato detentivo (Sez. 6, n. 25517 del 11/05/2017, Fazio, Rv. 270342; Sez. 6, n.
29807 del 04/05/2017, Nocerino e altri, Rv. 270738; Sez. 6, n. 20304 del
30/03/2017, Sinesi, Rv. 269957; Sez. 5, n. 36569 del 19/07/2016, Cosentino,
Rv. 267995; Sez. 5, n. 52628 del 23/09/2016, Gallo e altri, Rv. 268727).
Esso tuttavia non sembra condivisibile, salvo voler svuotare di contenuti la
presunzione di legge, ancorché essa sia “sopravvissuta” agli interventi garantisti
della I. 16 aprile 2015, n. 47. Attribuire rilevanza a tali dati significherebbe,

5

una presunzione relativa di concretezza ed attualità del pericolo di recidiva,

infatti, determinare una neutralizzazione della presunzione relativa di sussistenza
delle esigenze cautelari, pur in presenza di fattori non ancorati ad una particolare
condotta meritoria del soggetto o comunque indice di una positiva condotta che
segni una presa di distanza dal passato; così facendo si opterebbe per un’esegesi
che non tiene conto delle peculiarità di chi si muove in contesti di criminalità
organizzata, caratterizzati dalla adesione ad un vero e proprio sistema di vita e
dalla stabilità nel tempo del vincolo, ad onta dello scorrere del tempo e dello
stato detentivo, quest’ultimo talvolta addirittura foriero di una maggiore

accrescimento del suo spessore criminale e del suo credito rispetto ai sodali.
4.1.3. D’altra parte, le caratteristiche di persistenza del vincolo associativo
ex art. 416-bis cod. pen. e la necessità di tenerne conto a fini cautelari sono
state, di recente, nuovamente riconosciute dalla Corte Costituzionale, sia pure al
fine di respingere, per manifesta infondatezza, una censura di illegittimità della
presunzione non già di sussistenza delle esigenze cautelari, ma di adeguatezza
della sola custodia in carcere.
Nell’ordinanza n. 136 del 2017, infatti, la Consulta ha ricordato la
«specificità del vincolo, che, sul piano concreto, implica ed è suscettibile di
produrre, da un lato, una solida e permanente adesione tra gli associati, una
rigida organizzazione gerarchica, una rete di collegamenti e un radicamento
territoriale e, dall’altro, una diffusività dei risultati illeciti, a sua volta produttiva
di accrescimento della forza intimidatrice del sodalizio criminoso».
Mette conto altresì sottolineare che, nell’occasione, la Corte, nel richiamare
propri precedenti (sentenza n. 265 del 2010), ha ricordato che le caratteristiche
del vincolo associativo lo rendono capace di permanere inalterato nonostante le
vicende personali dell’associato e di mantenerne viva la pericolosità, il che
costituisce una traccia esegetica di grande rilievo a conforto dell’interpretazione
seguita nella questione sub iudice.
4.1.4. A tali considerazioni generali deve aggiungersi un dato specifico della
vicenda cautelare sub iudice: la detenzione — inframuraria o domiciliare — cui il
Porcino è stato sottoposto non ha giovato alla sua inclinazione a delinquere,
considerato che le estorsioni sono state portate avanti — come logicamente
valorizzato dal Tribunale del riesame — anche quando l’indagato era detenuto, il
che evidenzia il fallimento della portata risocializzante del trattamento.
4.2. Analoghe considerazioni consentono di ritenere che l’ordinanza si
sottragga alle censure di parte anche con riferimento alla scelta della misura
cautelare; a questo proposito, va ricordata l’esistenza della presunzione, relativa,
di adeguatezza della sola custodia in carcere, non solo non contrastata, ma
addirittura confortata dalla circostanza — come già osservato, valorizzata dal

6

fidelizzazione del soggetto coinvolto nei confronti della compagine e di un

Tribunale del riesame — che l’indagato abbia mantenuto il controllo delle
estorsioni ad onta della sottoposizione a misura cautelare.

5. Alla declaratoria di rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente
al pagamento delle spese processuali.

6. Si dispone che la Cancelleria effettui gli adempimenti di cui all’art. 94,

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Manda la Cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94, comma

1-ter,

disp. att. cod. proc. pen.
Così deciso il 11/06/2018
Il Presidente

Il Consigliere estensore

Paolo Antonio Bruno

Paola Borrelli

t,Lz
Depositato in Cancelleria
Roma,

n 2

1.3 2.19…….

comma 1-ter, disp. att. cod. proc. pen.

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