Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 35845 del 11/06/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 35845 Anno 2018
Presidente: BRUNO PAOLO ANTONIO
Relatore: SCOTTI UMBERTO LUIGI CESARE GIUSEPPE

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
NAPOLI SANTO nato a MILAZZO il 09/09/1950

avverso l’ordinanza del 09/02/2018 del TRIBUNALE LIBERTA’ di MESSINA
udita la relazione svolta dal Consigliere UMBERTO LUIGI CESARE GIUSEPPE
SCOTTI;
sentite le conclusioni del Sostituto Procuratore generale PERLA LORI, che
conclude per il rigetto
udito il difensore, avv. ANTONINO FAVAZZO del Foro di Messina, che insiste per
raccoglimento del ricorso.
RITENUTO IN FATTO

1. Il Tribunale del Riesame di Messina ha rigettato con ordinanza del 9/226/3/2018 l’istanza di riesame proposta da Santo Napoli avverso l’ordinanza con
cui il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Messina in data 3/1/2018
aveva applicato nei suoi confronti la misura cautelare degli arresti domiciliari, in
relazione al reato di concorso esterno al sodalizio mafioso armato denominato
«clan dei Barcellonesi», commesso dagli anni ’90 sino all’attualità, di cui agli
artt.110 e 416 bis cod.pen., previa riqualificazione dell’imputazione provvisoria
originaria, che atteneva alla partecipazione all’associazione mafiosa.

Data Udienza: 11/06/2018

..

2. Ha proposto ricorso l’avv. Antonino Favazzo, difensore di fiducia
dell’indagato, svolgendo tre motivi.
2.1. Con il primo motivo, proposto ex art.606, comma 1, lett. b) ed e),
cod.proc.pen., il ricorrente lamenta violazione della legge penale in relazione agli
artt.125, comma 3, 192, commi 3 e 4, 273, commi 1 e 1 bis, cod.proc.pen. e
degli artt.110 e 416 bis cod.pen., nonché mancanza e/o contraddittorietà della
motivazione.
L’ordinanza impugnata aveva confermato il giudizio di gravità indiziaria

apparente, sulla scorta di generiche, contraddittorie e insufficienti dichiarazioni di
collaboratori di giustizia, in violazione delle regole fissate dagli artt. 192, commi
3 e 4, 273, commi 1 e 1 bis, cod.proc.pen.
In primo luogo, la più evidente contraddizione dell’impianto accusatorio
risiedeva nel fatto che nessuno dei procedimenti richiamati dall’ordinanza (Mare
Nostrum, Icaro, Romanza, Pozzo 2, Gotha 1,2,3,4) aveva fatto registrare un
coinvolgimento del Napoli, coinvolto solo da postume propalazioni, peraltro
riferite, al più tardi, a fatti risalenti all’anno 2011.
Le innumerevoli divergenze fra i contributi dichiarativi acquisiti circa il
ruolo e le attività del Napoli erano state sbrigativamente giustificate dal
Tribunale con il cattivo ricordo dei dichiaranti in ragione del lungo tempo
trascorso.
A proposito della candidatura politica del Napoli come consigliere
provinciale o regionale, riferita dal Siracusa e oggettivamente smentita, il
Tribunale era sceso al livello della mera congettura, ipotizzando un
interessamento dell’indagato a favore di altro candidato.
Il contrasto fra le dichiarazioni di Nunziato Siracusa e Francesco D’Amico
era stato superato del tutto apoditticamente, considerandolo un elemento
marginale.
L’attendibilità soggettiva dei dichiaranti e la credibilità oggettiva del
narrato erano state date per scontate e non sottoposte all’attenta analisi
richiesta dalla legge. I riscontri oggettivi delle propalazioni erano stati colti in
numerosi fatti specifici e peculiari non indicati.
Il riscontro delle parole del D’Amico, quanto ai rapporti fra il Napoli e
Salvatore Rinzivillo e tra quest’ultimo e la famiglia Russello, era stato individuato
in fatti notori privi della benché minima carica indiziaria.
La preoccupazione dell’indagato di essere sottoposto ad intercettazioni
era smentita dalla mancata emersione di alcunché di illecito a suo carico
attraverso di esse.

che aveva determinato la misura applicata con motivazione meramente

Le chiamate in correità potevano sì riscontrarsi fra di loro, ma dovevano
caratterizzarsi per la loro convergenza, indipendenza e specificità, concordando
sul nucleo essenziale del narrato.
Non era stato considerato il sostanziale allineamento delle dichiarazioni
dei collaboranti, pur denunciato dal ricorrente, verificando la loro derivazione da
reali fonti informative diverse con esclusione di ogni ipotesi di collusione.
Prendendo le mosse da una asserita e indimostrata convergenza del
molteplice, riveniente da pluralità di fonti, il Tribunale aveva omesso di motivare

difesa.
2.2. Con il secondo motivo, proposto ex art.606, comma 1, lett. b) ed e),
cod.proc.pen., il ricorrente lamenta violazione della legge penale in relazione agli
artt.125, comma 3, cod.proc.pen. e 110 e 416 bis cod.pen., nonché mancanza
e/o contraddittorietà della motivazione.
Il Collegio si era limitato ad affermare che le condotte ascritte al Napoli dai
dichiaranti costituivano un contributo dotato di effettiva rilevanza causale in
ordine alla conservazione e rafforzamento del sodalizio, senza corroborare
l’assunto con l’indispensabile prova dell’efficacia causale della condotta, storica,
logica o deduttiva.
Anche sul piano soggettivo occorreva pur sempre che il soggetto fosse
consapevole dei metodi e dei fini dell’associazione mafiosa e dell’efficacia causale
della sua attività di sostegno, al cui proposito la pronuncia impugnata si era
astenuta dalla necessaria verifica.
2.3. Con il terzo motivo, proposto ex art.606, comma 1, lett. b) ed e),
cod.proc.pen., il ricorrente lamenta violazione della legge penale in relazione agli
artt.125 e 274, comma 1, lett.

c),

cod.proc.pen., nonché mancanza e/o

contraddittorietà della motivazione, meramente apparente e tautologica, con
riferimento alla mancanza di esigenze cautelari.
Ancor meno era stata valutata la sussistenza dei requisiti di concretezza ed
attualità delle esigenze cautelari, tanto più necessaria in relazione alla corretta
individuazione dell’epoca del commesso reato, a fronte di un rilevante arco
temporale «silente», non segnato da condotte sintomatiche di perdurante
pericolosità, dovendo il Giudice altresì considerare la rilevante probabilità del
ripresentarsi di una occasione criminosa.
Non era stato valutato nemmeno il fatto che il Napoli avrebbe offerto il suo
contributo, comunque occasionale, alla consorteria in due ambiti circoscritti,
legati alla sua veste di consigliere comunale di Milazzo e di infermiere al locale
ospedale, entrambi venuti meno, per cessazione dalla carica e pensionamento.
Era mancata infine la necessaria caratura soggettiva della misura adottata.

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in ordine al complesso delle argomentazioni di fatto e di diritto proposte dalla

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta violazione della legge penale in
relazione agli artt.125, comma 3, 192, commi 3 e 4, 273, commi 1 e 1 bis,
cod.proc.pen. e 110 e 416 bis cod.pen. nonché mancanza e/o contraddittorietà
della motivazione, a proposito della conferma del giudizio di gravità indiziaria
contenuto nell’ordinanza impugnata con riferimento al delitto di concorso esterno

rispetto all’imputazione provvisoria proposta dal Pubblico Ministero.
1.1. L’art.273, comma 1, cod.proc.pen., richiede gravi indizi di colpevolezza
a carico del soggetto sottoposto a misura cautelare.
Il grado di serietà e concludenza della prova del fatto, che costituisce il
presupposto per l’applicazione della misura cautelare, è diverso e minore di
quello necessario per la condanna, che richiede il superamento della soglia del
ragionevole dubbio (art.533, comma 1, cod.proc.pen.) e in tema di prova
indiziaria esige che gli indizi a carico siano non solo gravi, ma anche precisi e
concordanti (art.192, comma 2, cod.proc.pen.).
Non a caso l’art.273, comma 1-bis,cod.proc.pen. per la valutazione dei gravi
indizi di colpevolezza sancisce l’applicabilità, oltre che degli artt.195, comma 7,
203 e 271, dei soli commi 3 e 4 dell’art.192, escludendo intenzionalmente quella
del comma 2 dello stesso articolo.
Ai fini dell’adozione di una misura cautelare personale, è pertanto sufficiente
qualunque elemento probatorio idoneo a fondare un giudizio di qualificata
probabilità sulla responsabilità dell’indagato in ordine ai reati addebitatigli,
perché i necessari «gravi indizi di colpevolezza» non corrispondono agli «indizi»
intesi quali elementi di prova idonei a fondare un motivato giudizio finale di
colpevolezza e non devono, pertanto, essere valutati secondo gli stessi criteri
richiesti, per il giudizio di merito, dall’art. 192, comma 2, cod. proc. pen. – che,
oltre alla gravità, richiede la precisione e la concordanza degli indizi – non
richiamato dall’art. 273, comma 1-bis, cod. proc. pen. (Sez. 2, n. 22968 del
08/03/2017, Carrubba, Rv. 270172; Sez. 4, n. 6660 del 24/01/2017, Pugiotto,
Rv. 269179; Sez. 4, n. 53369 del 09/11/2016, lovanovic, Rv. 268683; Sez. 4, n.
22345 del 15/05/2014, Francavilla, Rv. 261963).
1.2. Più specificamente, in tema di vizio di motivazione del provvedimento
emesso dal Tribunale del riesame in ordine alla consistenza dei gravi indizi di
colpevolezza, questa Corte, nella sua espressione più autorevole, ha ritenuto che
la legge le attribuisca il compito di verificare, in relazione alla peculiare natura
del giudizio di legittimità e ai limiti che ad esso ineriscono, se il giudice di merito

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in associazione mafiosa, così riqualificato dal Giudice per le indagini preliminari

abbia dato adeguatamente conto delle ragioni che l’hanno indotto ad affermare
la gravità del quadro indiziario a carico dell’indagato, controllando la congruenza
della motivazione riguardante la valutazione degli elementi indizianti rispetto ai
canoni della logica e ai principi di diritto che governano l’apprezzamento delle
risultanze probatorie; di conseguenza la motivazione della decisione del
Tribunale del riesame, per la sua natura di pronuncia cautelare, non fondata su
prove, ma su indizi, deve essere parametrata all’accertamento non della
responsabilità, bensì di una qualificata probabilità di colpevolezza. (Sez. U, n. 11

La successiva giurisprudenza della Corte, condivisa dal Collegio, è ferma nel
ritenere che l’insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza ex art. 273 cod. proc.
pen. sia rilevabile in cassazione soltanto se si traduce nella violazione di
specifiche norme di legge o in mancanza o manifesta illogicità della motivazione,
risultante dal testo del provvedimento impugnato; il controllo di legittimità non
concerne né la ricostruzione dei fatti, né l’apprezzamento del giudice di merito
circa l’attendibilità delle fonti e la rilevanza e concludenza dei dati probatori; non
sono di conseguenza consentite quelle censure che, pur investendo formalmente
la motivazione, si risolvono nella prospettazione di una diversa valutazione di
circostanze già esaminate dal giudice di merito (ex multis: Sez. 2, n. 31553 del
17/05/2017, Paviglianiti, Rv. 270628; Sez. 4, n. 18795 del 02/03/2017, Di Iasi,
Rv. 269884; Sez. F, n. 47748 del 11/08/2014 , Contarini, Rv. 261400; Sez. 4, n.
26992 del 29/05/2013, P.M. in proc. Tiana, Rv. 255460; Sez. 6, n. 11194 del
08/03/2012, Lupo, Rv. 252178; Sez. 5, n. 46124 del 08/10/2008, Pagliaro, Rv.
241997; Sez. 4, n. 22500 del 03/05/2007, Terranova, Rv. 237012).
1.3. Il ricorrente addita, in primo luogo, come la più evidente
contraddizione dell’impianto accusatorio nel fatto che nessuno dei procedimenti
richiamati dall’ordinanza (Mare Nostrum, Icaro, Romanza, Pozzo 2, Gotha
1,2,3,4) aveva fatto registrare un coinvolgimento del Napoli, coinvolto solo da
postume propalazioni, peraltro riferite, al più tardi, a fatti risalenti all’anno 2011.
La circostanza segnalata non ha affatto l’inequivocabile valenza
contraddittoria che il ricorrente le attribuisce e rappresenta semmai solamente
una ragione per scrutinare con maggior attenzione e rigore i contributi
dichiarativi accusatori dei collaboranti, che comunque, nella revisione della
costruzione accusatoria adottata dal Giudice per le indagini preliminari rispetto
alla richiesta della Pubblica Accusa, attengono alla posizione di un concorrente
esterno, non ritenuto intraneo all’associazione mafiosa.
1.4. Occorre tener presente che il concorso esterno si distingue dal reato
di partecipazione mafiosa nel quale il soggetto vuole fornire il suo contributo
all’interno dell’associazione, perché il mero concorrente esterno intende prestare

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del 22/03/2000, Audino, Rv. 215828).

il suo apporto senza far parte della compagine associativa (Sez. 2, n. 31541 del
30/05/2017 – dep. 2017, Abbamundo e altri, Rv. 270465; Sez. 1, n. 4043 del
25/11/2003 – dep. 2004, Cito, Rv. 229992).
La giurisprudenza di questa Corte è consolidata nel ritenere necessario il
dolo diretto e intenzionale; occorre cioè che l’agente, pur in assenza dell’
«affectio societatis», e cioè della volontà di fare parte dell’associazione, sia

consapevole dei metodi e dei fini della stessa, rendendosi conto dell’efficacia
causale della sua attività di sostegno per la conservazione o il rafforzamento

poter contare sull’apporto vantaggioso del concorrente esterno (Sez. 2, n. 34979
del 17/05/2012, Di Bella e altri, Rv. 253657; Sez. 2, n. 18132 del 13/04/2016
P.M. in proc. Trematerra, Rv. 266907); il predetto dolo deve atteggiarsi come
diretto e non come meramente eventuale, nel senso che il sostegno prestato può
non aver rappresentato l’obiettivo unico o primario della condotta dell’imputato,
che deve tuttavia averlo previsto, accettato e perseguito come risultato non solo
possibile o probabile, bensì certo o comunque altamente probabile della propria
condotta (Sez. 5, n. 15727 del 09/03/2012, Dell’Utri ed altri, Rv. 252330; Sez.
U, n. 33748 del 12/07/2005, Mannino, Rv. 231672; Sez. U, n. 22327 del
30/10/2002 – dep. 2003, Carnevale, Rv. 224181).
1.5. Nella fattispecie il Tribunale del Riesame messinese, al pari del G.i.p.
della stessa città, ha richiamato, dapprima e in linea generale, le dichiarazioni di
Carmelo Bisognano (esponente storico del «clan dei barcellonesi», a lungo
esattore per conto della famiglia mafiosa nel settore degli appalti pubblici),
Salvatore Centorrino, Carmelo D’Amico, Francesco D’Amico, Santo Gullo,
Nunziato Siracusa, Franco Munafò (esponente del gruppo D’Amico), Alessio
Alesci (associato dedito a narcotraffico ed estorsioni, legato da vincoli di
parentela e frequentazione con esponenti storici del sodalizio) e Bernardo
Mendolia (aderente al sodalizio mafioso solo dal 2013).
1.6. Secondo la giurisprudenza di questa Corte, in tema di valutazione della
chiamata in reità o correità, i necessari riscontri individualizzanti possono essere
costituiti anche da ulteriori dichiarazioni accusatorie, le quali devono tuttavia
caratterizzarsi: a) per la loro convergenza in ordine al fatto materiale oggetto
della narrazione; b) per la loro indipendenza – intesa come mancanza di
pregresse intese fraudolente – da suggestioni o condizionamenti che potrebbero
inficiare il valore della concordanza; c) per la loro specificità, nel senso che la
c.d. convergenza del molteplice deve essere sufficientemente individualizzante e
riguardare sia la persona dell’incolpato sia le imputazioni a lui ascritte, fermo
restando che non può pretendersi una completa sovrapponibilità degli elementi
d’accusa forniti dai dichiaranti, ma deve privilegiarsi l’aspetto sostanziale della

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della struttura organizzativa, all’interno della quale i membri effettivi devono

loro concordanza sul nucleo centrale e significativo della questione fattuale da
decidere (Sez. 2, n. 13473 del 04/03/2008, Lucchese e altro, Rv. 239744).
Le dichiarazioni accusatorie rese da imputati dello stesso reato ovvero di
reato connesso o interprobatoriamente collegato, per costituire prova, possono
anche riscontrarsi reciprocamente, a condizione che siano dotate ciascuna di
intrinseca attendibilità, soggettiva ed oggettiva, e (in assenza di specifici
elementi atti a far ragionevolmente sospettare accordi fraudolenti o reciproche
suggestioni), risultino concordanti sul nucleo essenziale del narrato, rimanendo

elementi circostanziali del fatto, a meno che le loro caratteristiche siano tali da
far necessariamente ritenere o che il dichiarante, contrariamente al suo assunto,
non abbia in realtà partecipato alle vicende i cui particolari sono stati da lui
riferiti, ovvero che egli tali particolari abbia dovuto inventare o alterare al
riconoscibile fine di sostenere un’accusa che, altrimenti, sarebbe stata
insostenibile. (Sez. 1, n. 19683 del 19/03/200, Vitale ed altri, Rv. 223848; Sez.
1, n. 7643 del 28/11/2014 – dep. 2015, Villacaro e altro, Rv. 262309).
1.7. Nella fattispecie il Tribunale si è basato, quanto al Napoli, su di un vero
e proprio fascio di dichiarazioni accusatorie, sostanzialmente convergenti, alcune
delle quali (quelle di Carmelo Bisognano, Carmelo D’Amico, Franco Munafò),
provenienti da soggetti ritenuti collocati in posizioni apicali.
Al proposito occorre ricordare che non può definirsi

de relato l’accusa

proveniente da un correo di associazione mafiosa, il quale, proprio per la sua
qualità di associato, ha precisa e sicura conoscenza degli altri partecipanti al
sodalizio, anche se – nell’ipotesi in cui l’accusato abbia una posizione preminente
nella gerarchia dell’organizzazione – il chiamante non abbia avuto con lui contatti
diretti. (Sez. 1, n. 38321 del 19/09/2008, Sarno, Rv. 241490).
Inoltre, se è vero che la convergenza di plurime attendibili dichiarazioni che
si limitino ad affermare la generica conoscenza dell’appartenenza di un soggetto
ad un sodalizio criminoso non costituiscono un compendio indiziario
sufficientemente grave per l’adozione di una misura cautelare personale per
reato associativo di tipo mafioso (Sez. 6, n. 40520 del 25/10/2011, Falcone, Rv.
251063), plurime, attendibili e convergenti dichiarazioni di collaboranti di
giustizia che affermino la generica appartenenza di un soggetto ad
un’associazione di stampo mafioso sono idonee a configurare i gravi indizi di
colpevolezza necessari per l’emissione di una misura cautelare quando almeno
una di esse indichi specifici atti o comportamenti che, se pure non
necessariamente forniti di autonoma rilevanza penale, comunque siano indicativi
del consapevole apporto dell’accusato al perseguimento degli interessi della
consorteria (Sez. 6, n. 38117 del 09/07/2013, Fusco, Rv. 256334). In

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quindi indifferenti eventuali divergenze o discrasie che investano soltanto

particolare, la partecipazione dell’indagato ad episodi di estorsione compiuti
nell’ambito di un contesto mafioso costituisce per sé solo elemento gravemente
indiziante di partecipazione al gruppo criminale, senza che siano necessarie
ulteriori rappresentazioni di frequentazione con altri associati. (Sez. 6, n. 47048
del 10/11/2009, Plastino, Rv. 245448).
1.8. Salvatore Centorrino ha indicato nel Napoli la faccia pulita del clan per
l’apertura di discoteche e attività varie e ha dichiarato di essere entrato in
contatto con lui attraverso Giovanni Ilardo, cugino di Piddu Madonia, allora

Nunziato Siracusa ha individuato il Napoli come un vero e proprio associato
da epoca risalente e individuandolo in relazione alla carica di consigliere
comunale e al lavoro presso l’Ospedale di Milazzo; ne ha quindi descritto il
compito come quello di segnalare al sodalizio le imprese che avrebbero vinto gli
appalti del Comune per sottoporle ad estorsioni e ha riferito che egli era
regolarmente a libro paga del sodalizio mafioso; lo ha anche accusato di aver
realizzato personalmente alcune estorsioni, fra cui una ai danni del locale «Dolce
vita » di Milazzo e un’altra ai danni della pescheria «Caravello» (il cui titolare
aveva peraltro smentito la circostanza); ha sostenuto che Napoli gestiva alcune
discoteche insieme a Carmelo D’Amico e aveva richiesto e ottenuto un intervento
protettivo nei confronti delle ingerenze di Carmelo Vito Foti.
Francesco D’Amico ha descritto il Napoli (ben individuato per lavoro, carica e
caratteristiche personali) come un soggetto che favoriva l’associazione, facendo
assegnare lavori ad imprese, Mastronei, Marchetti e Di Salvo, che orbitavano
intorno ad essa, interessandosi all’assegnazione di lavori per impianti sportivi, o
segnalando le imprese assegnatarie di appalti per estorcere loro denaro; ha
ricordato di aver preso parte a un intervento, sollecitato dal Napoli e volto a
intimidire il Foti; ha precisato che il Napoli poteva contare sul supporto
dell’associazione mafiosa per mantenere l’ordine nei suoi locali e non pagava il
pizzo.
Francesco D’Amico ha anche ricordato uno specifico episodio in cui il Napoli
gli aveva richiesto una spedizione punitiva contro un fioraio che lavorava presso
il cimitero di Milazzo e che il Napoli voleva cacciare. L’accusa trovava riscontro
nella denuncia del fioraio Roberto Scibilia e nella condanna per l’aggressione e la
rapina in tal occasione perpetrata di uno dei picchiatori inviati dal D’Amico.
Carmelo D’Amico ha definito il Napoli come soggetto entrato nella
consorteria negli anni ’90; gli ha attribuito le segnalazioni sulle imprese che
avrebbero ottenuto degli appalti dal Comune per consentire al sodalizio di
estorcer loro denaro e un compenso mediante percentuali dei proventi o regali;
ha raccontato di una segnalazione relativa alla Tecnical s.p.a., poi Angelo

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capostazione di Milazzo.

Russello s.p.a., come ditta vincitrice di un appalto per 7 milioni di euro
accompagnata dalla richiesta del Napoli di un trattamento di favore per la sua
stretta amicizia con i titolari. La circostanza gode del riscontro degli accertati
cordiali rapporti fra il Napoli e il boss mafioso Salvatore Rinzivillo, che, secondo i
collaboratori Salvatore Cassarà e Carmelo Barbieri, era a sua volta in strettissimi
rapporti con la famiglia Russello e da questa era finanziato.
Anche Carmelo D’Amico aveva riferito degli interventi del Napoli a favore
delle imprese vicine all’associazione Mastronei, Marchetti e Di Salvo e di un

industriale in luogo dove doveva essere costruito un capannone che aveva
trovato conferma nelle dichiarazioni rese dopo inziale reticenza dall’imprenditore
Lorenzo Perroni.
Anche Carmelo D’Amico aveva riferito della spedizione punitiva contro il Foti
relativa alla discoteca Lido Azzurro (anche Le Terrazze) e ha parlato del
mantenimento dell’ordine nei locali del Napoli, della spedizione punitiva ai danni
del fioraio e di altri interventi illeciti richiesti dal Napoli.
Ha aggiunto che il Napoli rappresentava un punto di riferimento per
l’associazione all’interno dell’Ospedale sia per prestazioni mediche ma anche per
ottenere certificati falsi.
Infine Carmelo Bisognano ha indicato il Napoli, pur non conosciuto
personalmente, come punto di appoggio per l’associazione in tutto il territorio del
Comune di Milazzo, confermando i suoi contatti con le ditte Mastronei e Di Salvo;
ha riferito che il Napoli era in grado di supportare gli associati all’interno
dell’ospedale sia per ricoveri e prestazioni mediche di favore, sia per certificati
falsi.
Il quadro indiziario proveniente dalle accuse dei collaboratori è stato
completato con ulteriori elementi: le reiterate richieste del Napoli al collega
consigliere comunale Antonino La Rosa di intervenire presso il dirigente del
Commissariato di P.S. di Barcellona P.G. per «ammorbidire» la relazione sul
conto di Pio Cattafi, appartenente all’associazione mafiosa; il fortissimo timore di
essere intercettato che aveva spinto il Napoli a far bonificare la propria
autovettura; le dichiarazioni di Elio D’Amico, con cui questi aveva riferito delle
rimostranze del Napoli in seguito alle dichiarazioni accusatorie del fratello
Carmelo, a cui aveva chiesto di far pervenire un messaggio.
1.9. Il ricorrente lamenta innumerevoli divergenze fra i contributi dichiarativi
acquisiti circa il ruolo e le attività del Napoli, sbrigativamente giustificate dal
Tribunale con il cattivo ricordo dei dichiaranti in ragione del lungo tempo
trascorso.

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intervento del Napoli per agevolare una trasformazione urbanistica in zona

La doglianza è del tutto generica e non coglie il segno, perché al di là di
divergenze del tutto marginali e comprensibili, le dichiarazioni accusatorie
descrivono un solido nucleo centrale comune, ben scolpito, di attività illecite
effettuate dal Napoli e la sua relazione con l’associazione, non disgiunto
dall’individuazione di specifici episodi di natura criminosa.
Quanto al ruolo di supporto svolto dal Napoli, le dichiarazioni convergono
sulla segnalazione di appalti in assegnazione al fine di prendere di mira le ditte
vincitrici con richieste estorsive, sulle interferenze in procedimenti amministrativi

dell’associazione, su favori di vario genere nell’ambito dell’Ospedale, incluso il
procacciamento di certificazioni mediche false.
Quanto alle specifiche attività illecite, le dichiarazioni convergono su alcune
estorsioni praticate in proprio, sulla richiesta di spedizione punitive ai danni del
fioraio Scibilia e di intimidazione nei confronti della discoteca del Foti, sul
tentativo di condizionamento di una relazione di polizia giudiziaria.
In questo amplissimo contesto le marginali incongruenze fra i vari contributi
non appaiono tali da scardinare la tenuta logica e giuridica della prospettazione
accusatoria, nei termini attinenti al giudizio probabilistico consentito in sede
cautelare circa la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza dell’indagato.
1.10. Il ricorrente osserva che a proposito della candidatura politica del
Napoli come consigliere provinciale o regionale, riferita dal Siracusa e
oggettivamente smentita, il Tribunale era sceso al livello della mera congettura,
ipotizzando un interessamento dell’indagato presso il sodalizio mafioso a favore
di altro candidato.
A parte il fatto che tale circostanza non appare in grado di incidere in modo
determinante sull’apparato motivazionale del provvedimento impugnato, il
Tribunale ha elaborato una possibile composizione del contrasto, che godeva di
riscontri nelle dichiarazioni di Carmelo D’Amico circa l’abituale sostegno di
candidati a lui vicini effettuato dal Napoli e delle attività di propaganda svolte da
Salvatore di Salvo a favore di Francesco Maria Nicola Bucalo alle amministrative
del 1996.
1.11. Il contrasto fra le dichiarazioni di Nunziato Siracusa e Francesco
D’Amico circa le ragioni della spedizione punitiva richiesta dal Napoli ai danni del
Foti sarebbe stato superato del tutto apoditticamente, considerandolo un
elemento marginale.
Resta il fatto che la richiesta della spedizione punitiva è stata riferita sia
da Francesco, sia da Carmelo D’Amico. I due D’Amico l’hanno ricondotta alla
gestione della discoteca Lido Azzurro- Le Terrazze (nomi successivi dello stesso
locale) che il Napoli voleva recuperare.

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comunali, sull’agevolazione politica delle imprese gravitanti nell’orbita

Il Siracusa ha invece parlato di un suo intervento per dissuadere Foti dal
creare problemi alle discoteche gestite dal Napoli, in particolare entrandovi
gratis.
Fermi i cattivi rapporti fra il Foti e il Napoli le due narrazioni non
sembrano riferirsi nemmeno allo stesso episodio, visto che il Siracusa situa la
vicenda in un momento in cui la discoteca Le Terrazze era gestita dal Napoli.
1.12. Il ricorrente lamenta che l’attendibilità soggettiva dei dichiaranti e la
credibilità oggettiva del narrato siano state date per scontate e non sottoposte

La doglianza è espressa in termini assolutamente generici, senza indicare
specifiche ragioni per le quali i propalanti dovrebbero essere considerati
soggettivamente inattendibili, al contrario di quanto ritenuto dal Tribunale
(pag.11) e dal G.i.p., mentre le circoscritte e modeste ragioni di inattendibilità
oggettiva delle dichiarazioni sono state puntualmente esaminate e valutate.
1.13. Il ricorrente contesta i riscontri oggettivi delle propalazioni, a suo
dire colti in fatti specifici e peculiari non indicati.
Al contrario i riscontri oggettivi erano numerosi e sono stati ricordati nel
corso del precedente § 1.8.
Il riscontro delle parole del D’Amico (Carmelo), quanto ai rapporti fra il
Napoli e Salvatore Rinzivillo e tra quest’ultimo e la famiglia Russello, sarebbe
stato individuato in fatti notori, privi della benché minima carica indiziaria.
Non è così perché Carmelo D’Amico aveva attribuito al Napoli un
interessamento per un trattamento di favore da riservare a una impresa
assegnataria di un importante e lucroso appalto comunale finanziato con risorse
ministeriali, riconducibile alla famiglia Russello, legata al Napoli, attraverso
Salvatore Rinzivillo.
1.14. La preoccupazione dell’indagato di essere sottoposto ad
intercettazioni era smentita dalla mancata emersione di alcun illecito a suo carico
attraverso di esse.
L’indizio resiste alla critica; indubbiamente un soggetto che teme,
fondatamente, di essere intercettato, al punto da far sottoporre a bonifica
elettronica la propria autovettura, starà molto attento nelle sue conversazioni.
Rimane comunque la circostanza indubbiamente sospetta, che il Napoli
abbia provato un tale timore, normalmente non avvertito dalle persone estranee
alla frequentazione di ambienti criminali.
1.15. Il ricorrente ricorda che le chiamate in correità potevano sì
riscontrarsi fra di loro, ma dovevano caratterizzarsi per la loro convergenza,
indipendenza e specificità, concordando sul nucleo essenziale del narrato.
Prendendo le mosse da una asserita e indimostrata convergenza del molteplice,

11

all’attenta analisi richiesta dalla legge.

riveniente da pluralità di fonti il Tribunale aveva omesso di motivare in ordine al
complesso delle argomentazioni di fatto e di diritto proposte dalla difesa.
Il Collegio ritiene che il Tribunale abbia in effetti riscontrato la necessaria
sostanziale convergenza delle propalazioni prese in considerazione sul nucleo
centrale del tema accusatorio e abbia ricomposto le divergenze, in parte
spiegandole e in parte apprezzandole, non illogicamente, come marginali.
1.16. Secondo il ricorrente, non sarebbe stato considerato il sostanziale
allineamento delle dichiarazioni dei collaboranti, denunciato dal ricorrente,

ogni ipotesi di collusione.
La gran parte dei collaboratori ha riferito circostanze apprese
direttamente; quanto al Bisognano, privo di rapporti diretti con Napoli, si
trattava pur sempre di un esponente apicale del clan, provvisto, per ciò solo, di
elementi informativi di grado superiore.

2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta violazione della legge penale
in relazione agli artt.125, comma 3, cod.proc.pen. e 110 e 416 bis cod.pen.,
nonchè mancanza e/o contraddittorietà della motivazione.
2.1. Il Collegio si era limitato ad affermare che le condotte ascritte al Napoli
dai dichiaranti costituivano un contributo dotato di effettiva rilevanza causale in
ordine alla conservazione e rafforzamento del sodalizio, senza corroborare
l’assunto con l’indispensabile prova storica, logica o deduttiva, dell’efficacia
causale della condotta.
L’assunto non può essere condiviso: l’apporto causale significativo al in
ordine alla conservazione e rafforzamento del sodalizio è stato descritto con
notevole precisione nel provvedimento impugnato.
Secondo il Tribunale, il Napoli rappresentava l’interfaccia della cosca mafiosa
all’interno dell’Ospedale di Milazzo per favori più o meno illeciti e per
l’acquisizione di certificazioni falsificate; inoltre forniva con anticipo indicazioni
sulle imprese che avrebbero vinto gli appalti comunali in modo che la cosca
potesse organizzare sistematicamente le pressioni estorsive; prestava il supporto
politico in seno al Comune di Milazzo alle esigenze del clan per influire in
procedimenti amministrativi; sfruttava i propri legami politici addirittura per
tentare di manipolare le attività di polizia giudiziaria.
2.2. Il ricorrente puntualizza che anche sul piano soggettivo era pur sempre
necessario che il soggetto fosse consapevole dei metodi e dei fini
dell’associazione mafiosa e dell’efficacia causale della sua attività di sostegno,
per la conservazione e il rafforzamento del sodalizio, al cui proposito la pronuncia
impugnata si era astenuta dalla necessaria verifica.

12

verificando la loro derivazione da reali fonti informative diverse con esclusione di

L’argomentazione costituisce puro esercizio dialettico, privo di reale
sostanza: è evidente ed in re ipsa che colui che sfrutta una funzione pubblica,
che fornisce indicazioni preventive sulle imprese assegnatarie di appalti pubblici
per poterle assoggettare a sistematiche pretese estorsive, che gestisce in un
ospedale le richieste di falsificazioni di certificati medici, che manipola
procedimenti amministrativi comunali e che cerca di ammorbidire la relazione di
un ufficiale di polizia giudiziaria sul conto di un associato mafioso, non può non
essere consapevole dei metodi e dei fini dell’associazione mafiosa e dell’efficacia

sodalizio, tanto più se, a sua volta, si avvale disinvoltamente del supporto
dell’associazione mafiosa per intimidire con violenza i propri avversari o i
soggetti che interferiscono lecitamente nelle sue attività.

3. Con il terzo motivo il ricorrente lamenta violazione della legge penale in
relazione agli artt.125 e 274, comma 1, lett.c) cod.proc.pen. nonché mancanza
e/o contraddittorietà della motivazione, meramente apparente e tautologica, con
riferimento alla mancanza di esigenze cautelari.
Ancor meno era stata valutata la sussistenza dei requisiti di concretezza ed
attualità delle esigenze cautelari, tanto più necessaria in relazione alla corretta
individuazione dell’epoca del commesso reato, a fronte di un rilevante arco
temporale «silente», non segnato da condotte sintomatiche di perdurante
pericolosità, dovendo il giudice altresì considerare la rilevante probabilità del
ripresentarsi di una occasione criminosa.
Non era stato valutato nemmeno il fatto che il Napoli avrebbe offerto il suo
contributo, comunque occasionale, alla consorteria in due ambiti circoscritti,
legati alla sua veste di consigliere comunale di Milazzo e di infermiere al locale
ospedale, entrambi venuti meno, per cessazione dalla carica e pensionamento.
Era mancata infine la necessaria caratura soggettiva della misura adottata.
3.1. L’art.275, comma 3, cod.proc.pen., come novellato dalla legge
16/4/2015 n.47, prevede una presunzione, relativa, di sussistenza delle esigenze
cautelari in presenza di gravi indizi di colpevolezza in ordine al delitto di
associazione per delinquere di tipo mafioso ex art. 416-bis del codice penale,
salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze
cautelari, e una presunzione assoluta di adeguatezza della custodia cautelare in
carcere.
La Corte costituzionale con riferimento al comma 3 nella versione
precedente alla legge 47/2015, aveva dichiarato con sentenza 26/3/2015, n. 48,
l’illegittimità costituzionale del secondo periodo nella parte in cui – nel prevedere
che, quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine al delitto di cui

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causale della sua attività di sostegno, per la conservazione e il rafforzamento del

all’art. 416-bis c.p., è applicata custodia cautelare in carcere, salvo che siano
acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari – non fa
salva, altresì, rispetto al concorrente esterno nel suddetto delitto, l’ipotesi in cui
siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti
che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con altre misure.
Ciò comporta, per il concorrente esterno in associazione per delinquere di
tipo mafioso, la possibilità di superamento della presunzione di adeguatezza della
custodia carceraria, nel caso ritenuta da parte dei Giudici del merito che hanno

3.2. La giurisprudenza di questa Corte in tema di concorso esterno in
associazione di tipo mafioso, ritiene che la presunzione di sussistenza delle
esigenze cautelari possa essere superata attraverso una valutazione prognostica,
ancorata ai dati fattuali emergenti dalle risultanze investigative acquisite, della
ripetibilità della situazione che ha dato luogo al contributo dell’extraneus alla vita
della consorteria, tenendo conto in questa prospettiva dell’attuale condotta di
vita e della persistenza o meno di interessi comuni con il sodalizio mafioso, senza
necessità di provare la rescissione del vincolo, peraltro in tesi già insussistente.
(Sez. 2, n. 32004 del 17/06/2015, Pmt in proc. Putortì, Rv. 264209; Sez. 6, n.
9748 del 29/01/2014, Ragosta, Rv. 258809).
3.3. Il ricorrente sostiene che le occasioni concrete sarebbero venute meno
in ragione del pensionamento dall’ospedale e dalla cessazione dalla carica dal
2015: l’una e l’altra circostanza, per vero, sono meramente affermate, senza una
indicazione degli atti processuali e delle fonti di prova dalle quali essere
risulterebbero dimostrate, nel rispetto dell’onere di autosufficienza che grava sul
ricorso.
In ogni caso, al di là della disponibilità prestata dal Napoli per lungo tempo
alle esigenze della consorteria mafiosa, nella duplice veste di consigliere
comunale e dipendente ospedaliero, l’ordinanza impugnata delinea un complesso
intreccio di rapporti illeciti che avevano permesso al Napoli di ottenere favori
come spedizioni punitive nei confronti di rivali d’affari o soggetti invisi e di
sfruttare conoscenze per interferire in pubbliche funzioni, sicché, quand’anche le
due funzioni siano effettivamente cessate, non può ritenersi superata la
presunzione legale di necessità di contenimento cautelare del rischio di
reiterazione dei reati.
Recentemente questa Corte ha affermato che la presunzione di sussistenza
delle esigenze cautelari, quando sia contestata la fattispecie di concorso esterno
in associazione di tipo mafioso nei confronti di soggetto decaduto dalle cariche
pubbliche e di partito, costituenti il presupposto fattuale della condotta
contestata, non è superabile sulla base di un’astratta applicazione della massima

14

ritenuto concretamente adeguata la più lieve misura degli arresti domiciliari.

di esperienza secondo cui le organizzazioni camorristico-mafiose non hanno
interesse a servirsi di politici «bruciati», ma sono solite individuare referenti
politici «dal potere in ascesa», al contrario è necessario verificare la continuità
dei rapporti dell’indagato o dell’imputato con gli ambienti criminali e l’eventuale
persistenza degli interessi scambievoli che possono in concreto mantenere
inalterato, nonostante la perdita delle cariche, il legame con il sodalizio
criminoso. (Sez. 2, n. 14773 del 17/01/2014, P.M. in proc. Cosentino, Rv.
258976).

concorso esterno, la sua forma di manifestazione appare di particolare gravità,
sia per il carattere sistematico degli interessamenti illeciti in favore
dell’associazione mafiosa, sia per il mutualistico rapporto di scambio che
permetteva, secondo l’ipotesi accusatoria, al Napoli di sfruttare la potenza
dell’associazione mafiosa ai propri fini, in un contesto che contemplava una
retribuzione sistematica a suo favore.
3.4. In tema di rilevanza del decorso del tempo fra i fatti contestati e
l’adozione della misura in rapporto alla presunzione relativa di sussistenza della
esigenze cautelari, la giurisprudenza di questa Corte registra due differenti
orientamenti.
3.4.1. Secondo un filone giurisprudenziale, in tema di custodia cautelare in
carcere applicata, ai sensi dell’art. 275, comma

1-bis, cod. proc. pen., nei

confronti del condannato per il delitto di associazione di tipo mafioso, per il quale
l’art. 275, comma 3, cod. proc. pen. pone una presunzione relativa di
sussistenza delle esigenze cautelari, qualora intercorra un considerevole lasso di
tempo tra l’emissione della misura e i fatti accertati, il giudice, pur nel perimetro
cognitivo limitato alla verifica della sussistenza delle sole esigenze cautelari, ha
l’obbligo di motivare puntualmente, su impulso di parte o d’ufficio, in ordine alla
rilevanza del tempo trascorso sull’esistenza e sull’attualità delle esigenze
cautelari. (Sez. 6, n. 20304 del 30/03/2017, Sinesi, Rv. 269957; Sez. 6, n.
25517 del 11/05/2017, Fazio, Rv. 270342; Sez. 5, n. 52628 del 23/09/2016,
Gallo e altri, Rv. 268727).
Ovvero, più sfumatamente, è stato sostenuto che, pur operando una
presunzione relativa di sussistenza delle esigenze cautelari, il tempo trascorso
dai fatti contestati, alla luce della riforma di cui alla legge 16/4/2015, n. 47 e di
una esegesi costituzionalmente orientata della stessa presunzione, deve essere
espressamente considerato dal giudice, ove si tratti di un rilevante arco
temporale non segnato da condotte dell’indagato sintomatiche di perdurante
pericolosità, che può rientrare tra gli «elementi dai quali risulti che non
sussistono esigenze cautelari», cui si riferisce lo stesso art. 275, comma 3, cod.

15

Nella fattispecie, ancorché il reato sia stato derubricato in termini di

proc. pen. (Sez. 6, n. 29807 del 04/05/2017, Nocerino e altri, Rv. 270738; Sez.
5, n. 36569 del 19/07/2016, Cosentino, Rv. 267995).
Nell’ambito di questo orientamento potrebbe ulteriormente distinguersi, con
atteggiamento pragmatico, tra l’ipotesi in cui il tempo tra le condotte addebitate
e l’applicazione della misura sia stato trascorso dall’indagato in regime di
restrizione carceraria ovvero in stato di libertà, sì da assegnare maggior rilievo
probatorio per il superamento della presunzione all’intervallo «silente» decorso in
una situazione non ristretta e astrattamente idonea allo sviluppo di condotte

3.4.2. L’opposto orientamento tende a preservare intatto il valore probatorio
della presunzione, tuttora prevista dalla legge, ed esige l’allegazione e la
dimostrazione di elementi volti a contrastare lo sviluppo inferenziale.
E’ stato quindi ritenuto che l’art. 275, comma 3, cod. proc. pen., ponga una
presunzione relativa di pericolosità sociale che determina, in chiave di
motivazione del provvedimento cautelare, la necessità non già di dar conto in
positivo della ricorrenza dei pericula libertatis, ma soltanto di apprezzarne le
ragioni di esclusione e ciò solo se queste siano state evidenziate dalla parte o
siano direttamente evincibili dagli atti. (Sez. 5, n. 57580 del 14/09/2017, P.M. in
proc. Lupia, Rv. 272435; in motivazione la Corte ha chiarito che, tra le ragioni di
esclusione suddette, la sola rescissione dei legami con il sodalizio di
appartenenza ha valore determinante, mentre il fattore «tempo trascorso dai
fatti» deve essere parametrato alla gravità della condotta).
Di conseguenza, in presenza di gravi indizi di colpevolezza del delitto di
partecipazione ad un’associazione mafiosa, il giudice non ha un obbligo di
dimostrare in positivo la ricorrenza dei pericula libertatis ma deve soltanto
apprezzare l’eventuale sussistenza di segnali di rescissione del legame del
soggetto con il sodalizio criminale tali da smentire, nel caso concreto, l’effetto
della presunzione, in mancanza dei quali trova applicazione in via obbligatoria la
sola misura della custodia in carcere (Sez. 2, n. 19283 del 03/02/2017, Cocciolo,
Rv. 270062; Sez. 5, n. 48285 del 12/07/2016, Girardo, Rv. 268413; Sez. 5, n.
52303 del 14/07/2016, Gerbino, Rv. 268726; Sez. 1, n. 17624 del 17/12/2015 dep. 2016, S, Rv. 266984).
La presunzione relativa di pericolosità sociale in questione è stata ritenuta
superabile anche quando dagli elementi a disposizione del giudice emerga una
situazione che, pur in mancanza di una rescissione del vincolo associativo,
dimostri – in modo obiettivo e concreto – l’effettivo e irreversibile allontanamento
dell’indagato dal gruppo criminale e la conseguente mancanza delle esigenze
cautelari (Sez. 1, n. 13593 del 09/11/2016 – dep. 2017, Curcio, Rv. 269510; in
motivazione, è stato aggiunto che la mancanza di prova di rapporti dell’indagato

16

criminali.

con altri esponenti della cosca non costituisce elemento idoneo al superamento
della presunzione di pericolosità).
In proposto, in una pronuncia è stato conferito rilievo alla distinzione tra
associazioni mafiose storiche o comunque caratterizzate da particolare stabilità,
in relazione alle quali è necessaria la dimostrazione del recesso dell’indagato
dalla consorteria, ed associazioni mafiose non riconducibili alla categorie delle
mafie «storiche», per le quali possono rilevare anche la distanza temporale tra la
applicazione della misura ed i fatti contestati, nonché elementi che dimostrino la

Rv. 270626).
3.5. Nel caso concreto il ricorrente non può invocare appropriatamente il
decorso del tempo fra i fatti contestati e l’adozione della misura, tenuto conto
della gravità e della sistematicità della condotte addebitate, visto che la
contestazione si estende sino all’attualità.
Inoltre ancora nel 2014 il Napoli temeva di essere intercettato, al punto da
sottoporre la propria autovettura ad opere di bonifica da parte di un tecnico,
mostrando così di aver qualcosa di attuale da nascondere, e che in tempi
recentissimi l’indagato risulta aver tentato pressioni e manovre per intervenire
sul collaborante Carmelo D’Amico, attraverso il fratello Elio.

4. Il ricorso va quindi rigettato; ne consegue la condanna del ricorrente ai
sensi dell’art.616 cod.proc.pen. al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del
procedimento.

Così deciso il 11 giugno 2018
“-Il Consigliere e tenssire
Umberto Luig Sco0
C■4U-

Il Presidente •
Paolo Antonio Bruno

1-

Depositato in Cancelleria
Roma, lì

)

instabilità o temporaneità del vincolo. (Sez. 2, n. 26904 del 21/04/2017, Politi,

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