Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 35824 del 05/07/2018

Penale Sent. Sez. 5 Num. 35824 Anno 2018
Presidente: BRUNO PAOLO ANTONIO
Relatore: SCOTTI UMBERTO LUIGI CESARE GIUSEPPE

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
A.A.
avverso la sentenza del 15/02/2018 della CORTE APPELLO di ANCONA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere UMBERTO LUIGI CESARE GIUSEPPE
SCOTTI;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale MARIA
FRANCESCA LOY, che ha concluso chiedendo l’inammissibilità;
udito il difensore, avv. BRUNO BELLINI, del Foro di Pistoia, che si riporta al
ricorso ed eccepisce la prescrizione.

RITENUTO IN FATTO

1. La Corte di appello di Ancona con sentenza del 15/2/2018 ha confermato
la sentenza del Tribunale di Ascoli Piceno del 16/10/2016, appellata dall’imputato
A.A., che l’aveva ritenuto responsabile del reato di cui all’art.494
cod.pen., per aver indotto in errore G.G., titolare della XX c., dichiarandosi nipote di M.M., socio unico di CEMA
Costruzioni s.r.I., e facendo fatturare a carico di tale ultima società acquisti di
materiale edile per C 25.685,12, e l’aveva perciò condannato alla pena, sospesa,
di mesi due di reclusione.

Data Udienza: 05/07/2018

2. Ha proposto ricorso l’avv. Bruno Bellini, difensore di fiducia dell’imputato,
svolgendo tre motivi.
2.1. Con il primo motivo, proposto ex art.606, comma 1, lett. b),
cod.proc.pen., il ricorrente lamenta violazione della legge penale in relazione
all’art. 121 cod.proc.pen. e all’art.46 del Regolamento UE 910/2014.
La Corte di appello aveva ritenuto inammissibili i motivi aggiunti e le relative
richieste di integrazione per irritualità del primo deposito, avvenuto mediante

cod.proc.pen.
Era stato così violato l’art.48 del d.lgs.7/3/2005 n.82 che sancisce
l’equiparazione della trasmissione di un documento informatico con posta
elettronica certificata alla notificazione a mezzo posta e l’art.46 del Regolamento
UE 910/2014, in materia di identificazione elettronica e servizi fiduciari per le
transazioni elettroniche nel mercato interno che assume che a un documento
elettronico non possano essere negati effetti giuridici e ammissibilità come prova
in procedimenti giudiziali perché confezionato in quella forma.
2.2. Con il secondo motivo, proposto ex art.606, comma 1, lett. b),
cod.proc.pen., il ricorrente lamenta violazione della legge penale in relazione
all’art.494 cod.pen.
Tale delitto aveva natura plurioffensiva e la persona della cui identità era
stato arbitrariamente disposto (M.M.) non aveva subito alcun danno, come
pure nessun danno aveva subito il G.G. che era rientrato in possesso del
materiale
2.3. Con il terzo motivo, proposto ex art.606, comma 1, lett. e),
cod.proc.pen., il ricorrente lamenta mancanza, contraddittorietà e manifesta
illogicità della motivazione, in relazione alla richiesta di applicazione dell’art.131
bis cod.pen., già avanzata in primo grado e reiterata in appello in sede di
precisazione delle conclusioni, al cui riguardo la Corte territoriale aveva omesso
ogni motivazione.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta violazione della legge penale in
relazione all’art. 121 cod.proc.pen. e all’art.46 del Regolamento UE 910/2014.
La Corte di appello aveva ritenuto inammissibili i motivi aggiunti e le relative
richieste di integrazione per irritualità del primo deposito, avvenuto mediante
posta elettronica certificata (PEC) e non nelle rituali forme di cui all’art.121
cod.proc.pen.

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posta elettronica certificata (PEC) e non nelle rituali forme di cui all’art.121

1.1. La censura è inammissibile e manifestamente infondata.
In primo luogoe in via dirimente, il ricorrente non affronta e non confuta la
concorrente ratio decidendi opposta dalla Corte territoriale alla pagina 2 della
sentenza impugnata, laddove era stata ravvisata anche la tardività del deposito,
perché il termine di cui all’art.585 cod.proc.pen. deve intendersi riferito alla
prima udienza per la quale l’imputato era stato regolarmente citato (quella del
16/11/2017) e nella quale era stato disposto il rinvio per legittimo impedimento
del difensore.

di memorie trasmesse attraverso la posta elettronica certificata, mentre la
facoltà di deposito telematico di atti, non è estesa al processo penale in assenza
del decreto previsto dall’art. 16-bis, comma 6, d.l. 18 ottobre 2012, n. 179,
convertito, con modificazioni, dalla legge 17/12/2012, n. 221 (Sez. 2, n. 31336
del 16/05/2017, P.M. in proc. Silvestri, Rv. 270858; Sez. 3, n. 48584 del
20/09/2016, Cacciatore, Rv. 268192).
Il richiamo dell’art.48 del d.lgs.7/3/2005 n.82 che sancisce l’equiparazione
della trasmissione di un documento informatico con posta elettronica certificata
alla notificazione a mezzo posta, e dell’art.46 del Regolamento UE 910/2014, in
materia di identificazione elettronica e servizi fiduciari per le transazioni
elettroniche nel mercato interno, è ancor meno pertinente.
Tali norme, che assumono che a un documento elettronico non possano
essere negati effetti giuridici e ammissibilità come prova in procedimenti
giudiziali, sol perché confezionato in forma digitale, sono del tutto fuor d’opera
poiché attengono ai documenti e non agli atti processuali.

2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta violazione della legge penale
in relazione all’art.494 cod.pen.
Secondo il ricorrente il delitto in questione ha natura plurioffensiva e la
persona della cui identità era stato arbitrariamente disposto (M.M.) non aveva
subito alcun danno, come pure nessun danno aveva subito il G.G. che era
rientrato in possesso del materiale.
Il motivo è manifestamente infondato.
E’ pur vero che il delitto di sostituzione di persona (art. 494 cod. pen.) ha
natura plurioffensiva, essendo preordinato non solo alla tutela di interessi
pubblici, connessi alla pubblica fede, ma anche di quelli del soggetto privato nella
cui sfera giuridica l’atto sia destinato ad incidere concretamente (Sez. 5, n.
21574 del 27/03/2009, P.O. in proc. c/ ignoti, Rv. 243884; Sez. U, n. 46982 del
25/10/2007, Pasquini, Rv. 237855); tuttavia non è necessario che il fine
propostosi dall’agente sia in se stesso illecito o di natura patrimoniale, ben

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1.2. In ogni caso, nessuna norma autorizza nel processo penale il deposito

potendo essere lecito e non patrimoniale (Sez. 5, n. 3071 del 09/02/1973,
Misuri, Rv. 123858; Sez. 2, n. 7760 del 18/04/1972, Bruni, Rv. 122373; Sez. 5,
n. 182 del 03/02/1970, Giacon, Rv. 115024) e tantomeno è necessario per la
consumazione del reato che la sostituzione di persona abbia prodotto un
pregiudizio patrimoniale.
In ogni caso, nella specie il ricorrente, da un lato, trascura di considerare
come il fine perseguito fosse illecito e patrimoniale, oltre a offendere la fede
pubblica sfruttando l’identità di altro soggetto, e, dall’altro, attribuisce indebito

restituiti all’avente diritto.

3. Con il terzo motivo il ricorrente lamenta mancanza, contraddittorietà e
manifesta illogicità della motivazione, in relazione alla richiesta di applicazione
dell’art.131 bis cod.pen., già avanzata in primo grado e reiterata in appello in
sede di precisazione delle conclusioni, al cui riguardo la Corte territoriale aveva
omesso ogni motivazione.
Lo stesso contenuto della censura ne tradisce l’inammissibilità, visto che il
ricorrente implicitamente riconosce di non aver proposto tempestivo e specifico
motivo di appello in ordine al rigetto della richiesta di applicazione della speciale
causa di non punibilità contenuta nella sentenza di primo grado, essendosi
limitato all’intempestiva sollecitazione con le conclusioni rassegnate nel giudizio
di secondo grado.

4. In sede di conclusioni il ricorrente ha sostenuto che il reato era ormai
prescritto.
Così non è.
Il termine prescrizionale per il reato commesso il 1/12/2010 veniva a
scadere ex art.161, comma 2, cod.pen., in data 1/6/2018, ma occorreva tener
conto di 60 giorni di sospensione del giudizio di secondo grado in conseguenza
del rinvio disposto dal 16/11/2017 al 15/2/2018 per impedimento del difensore.
Di conseguenza la prescrizione sarebbe maturata solo il 31/7/2018.

5. Il ricorso va quindi dichiarato inammissibile; ne consegue la condanna
del ricorrente ai sensi dell’art.616 cod.proc.pen. al pagamento delle spese del
procedimento e al versamento della somma di C 2.000,00= in favore della
Cassa delle ammende, così equitativamente determinata in relazione ai motivi di
ricorso che inducono a ritenere il ricorrente in colpa nella determinazione della
causa di inammissibilità (Corte cost. 13/6/2000 n.186).

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rilievo al fatto che la frode sia stata sventata e i beni ottenuti con l’inganno

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese del procedimento e della somma di C 2.000,00 a favore della Cassa delle
ammende.

Così deciso il 5 luglio 2018

Il Consiliere estfer1sdr
Um

Paolo Antonio Bruno

Depositg.to in Cancelleria
Roma, lì

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1018 . ……..

Il Presidente

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