Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 35805 del 11/06/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 35805 Anno 2018
Presidente: BRUNO PAOLO ANTONIO
Relatore: BORRELLI PAOLA

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
RUSSOTTO ORAZIO nato a CALTAGIRONE il 13/08/1982

avverso la sentenza del 12/11/2015 del TRIBUNALE di BOLOGNA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere PAOLA BORRELLI;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore PERLA LORI
che ha concluso chiedendo, l’annullamento senza rinvio, per intervenuta
prescrizione, della sentenza impugnata.

RITENUTO IN FATTO

1. Il 12 novembre 2015, il Giudice monocratico del Tribunale di Bologna —
in funzione di Giudice dell’appello proposto dalla parte civile avverso la sentenza
del locale Giudice di pace che aveva assolto Orazio Russotto (ed il concorrente
Salvatore Madonna) per lesioni ai danni di Filippo Labanti — ha riformato la
sentenza di primo grado, condannando Russotto (e Madonna) alla pena di mesi
tre di reclusione ed al risarcimento del danno.
I fatti, secondo le sentenze di merito, si erano verificati allorché il Labanti,
dopo aver accompagnato un cliente con il proprio taxi e mentre transitava in una
strada ove vi erano molti pedoni, era stato rimproverato dal Russotto, che lo

Data Udienza: 11/06/2018

aveva accusato di non aver prestato attenzione al proprio cane, che aveva
attraversato la strada; ne era nato uno scontro verbale e poi fisico, rispetto al
quale il Giudice di pace aveva ritenuto, sia pure non nel senso della certezza,
integrati gli estremi della legittima difesa, assolvendo Russotto e Madonna; il
Tribunale, di contro, aveva ribaltato la sentenza di primo grado, reputando che
l’istruttoria avesse dimostrato che l’aggressione era stata innescata da Russotto,
cui si era poi aggiunto Madonna (ritenendo attendibile la ricostruzione della
persona offesa e non credibili quelle dell’imputato e del teste a difesa

2. Contro la sentenza predetta ha proposto ricorso per cassazione il solo
Russotto, ricorso strutturato su tre motivi.
2.1. Il primo fonda su violazione di legge in relazione all’art. 192 cod. proc.
pen. perché il Tribunale aveva erroneamente valutato la decisività a carico della
deposizione dei testi Pisciotta e Riso, mentre il primo aveva affermato che altre
persone si erano intromesse nello scontro tra imputato e persona offesa e non
aveva riconosciuto il Russotto. Il Giudice monocratico, inoltre, aveva valutato
apoditticamente la deposizione del teste Mastrangelo come inattendibile,
sostenendo genericamente che la sua dichiarazione non aveva trovato conferma
nelle emergenze dibattimentali. Il Tribunale aveva creduto alla persona offesa,
che invece era stata smentita da Riso e Mastrangelo e dalle dichiarazioni
dell’imputato; il ricorrente invitava questa Corte a rileggere il verbale delle
dichiarazioni del Labanti, la cui inattendibilità era stata la ragione dell’assoluzione
in primo grado. Mastrangelo aveva spiegato che Labanti aveva indossato un
tirapugni scagliandosi contro Russotto.
2.2. Il secondo motivo di ricorso verte sulla mancata applicazione della
scriminante della legittima difesa perché il Russotto aveva dovuto reagire
all’utilizzo del tirapugni da parte del Labanti.
2.3. Il terzo motivo verte sulla condanna al risarcimento del danno, ritenuta
immotivata dato che l’importo si discosta dalle tabelle del Tribunale di Milano.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. La sentenza va annullata senza rinvio, sia per l’imputato Russotto che per
l’imputato non ricorrente Madonna, quanto alla condanna penale, mentre va
annullata ai fini civili per la sola posizione del Russotto, con rinvio per nuovo
esame al Giudice civile competente per valore in grado di appello

Mastrangelo.

2. Le ragioni dell’annullamento a fini penali fondano sul fatto che il Giudice
monocratico, quale Giudice di appello, ha violato i limiti di cui all’art. 576 cod.
proc. pen., giacché la sentenza di assoluzione di primo grado non poteva essere
riformata a fini penali, ma solo a fini civili, in quanto non vi era stata
impugnazione del pubblico ministero. Trattandosi di questione non legata a
motivi esclusivamente personali relativi al ricorrente Russotto, gli effetti di tale
statuizione si estendono anche al coimputato non ricorrente Madonna ex art. 587

3. L’annullamento della sentenza a fini civili per Russotto si impone sulla
scorta della mancata rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale in appello,
ancorché non lamentata dal ricorrente.
3.1. Tenuto conto del ribaltamento della sentenza di primo grado, devono,
infatti, trovare applicazione i principi sanciti dalla sentenza delle Sezioni Unite
Dasgupta (Sez. U, n. 27620 del 28/04/2016, Rv. 267489) secondo cui:

«È

affetta da vizio di motivazione ex art. 606, comma primo, lett. e), cod. proc.
pen., per mancato rispetto del canone di giudizio “al di là di ogni ragionevole
dubbio”, di cui all’art. 533, comma primo, cod. proc. pen., la sentenza di appello
che, su impugnazione del pubblico ministero, affermi la responsabilità
dell’imputato, in riforma di una sentenza assolutoria, operando una diversa
valutazione di prove dichiarative ritenute decisive, delle quali non sia stata
disposta la rinnovazione a norma dell’art. 603, comma terzo, cod. proc. pen.; ne
deriva che, al di fuori dei casi di inammissibilità del ricorso, qualora il ricorrente
abbia impugnato la sentenza di appello censurando la mancanza, la
contraddittorietà o la manifesta illogicità della motivazione con riguardo alla
valutazione di prove dichiarative ritenute decisive, pur senza fare specifico
riferimento al principio contenuto nell’art. 6, par. 3, lett. d), della Convenzione
europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, la
Corte di cassazione deve annullare con rinvio la sentenza impugnata».

Come

pure sancito dalle Sezioni Unite, tali principi, oltre che nel caso di overturning
agli effetti penali su impugnazione del pubblico ministero, vanno osservati anche
nel caso di ribaltamento seguito a ricorso della parte civile agli effetti civili. La
sentenza Dasgupta ha pure precisato che il dovere di riassunzione della prova
dichiarativa vale anche per le dichiarazioni dell’imputato.
L’applicabilità della sentenza Dasgupta non è inibita dal fatto che, almeno
nell’intestazione dei motivi di ricorso sulla responsabilità penale, non si faccia
riferimento a vizio di motivazione, dal momento che il ricorso, in particolare il
primo motivo, nell’attaccare il punto della sentenza contenente l’affermazione
della responsabilità penale, ha censurato l’assenza di una motivazione logica e

3

cod. proc. pen.

corretta quanto alla valutazione dei testi e si è lamentato di una errata
valutazione delle risultanze probatorie; né il ricorso per cassazione è viziato da
connotati di globale inammissibilità, essendo per contro del tutto irrilevante che
esso non faccia specifico riferimento alla violazione della regola di cui all’art. 603,
comma 3, cod. proc. pen. ed alla normativa ed alla giurisprudenza
sovranazionali, una volta che tale vizio, come detto, si riverbera sulla
motivazione della sentenza (cfr. sentenza Dasgupta, in motivazione).
3.2. Fatta questa premessa, per verificare quali, tra le prove dichiarative

occorre evidenziare, in primo luogo, che l’overturning registratosi nella presente
vicenda ha condotto il Giudice di appello a non condividere la valutazione del
Giudice di pace in ordine alla sussistenza, sia pure in forma dubitativa (il
riferimento del Giudice di primo grado è all’art. 530, comma 2, cod. pen., mentre
più correttamente, la norma di riferimento doveva essere quella del terzo comma
dello stesso articolo), della scriminante della legittima difesa.
Ebbene, il giudizio contra reo formulato dal Tribunale è legato alla diversa
valutazione di attendibilità, intrinseca ed estrinseca, della persona offesa,
dell’imputato e del teste a difesa Francesco Mastrangelo, nella parte in cui
Russotto e Mastrangelo, a differenza di Labanti, avevano dichiarato che ad
aggredire per primo era stato quest’ultimo, che aveva affrontato l’imputato con
un tirapugni; tale ricostruzione — secondo la lettura alternativa del Giudice
monocratico — troverebbe smentita nella deposizione degli altri testi, come pure
in altri elementi aliunde acquisiti nel processo.
Tale impostazione tradisce un diverso apprezzamento dell’attendibilità dei
testi e dell’imputato da parte del Giudice di appello, che si riverbera sulla tenuta
del ribaltamento della sentenza di primo grado, dal momento che la deposizione
del Mastrangelo, convergente con quella dell’imputato, era stata reputata dal
Giudice di pace altamente significativa a denotare l’assenza di conferme al
narrato della parte lesa da parte del Giudice di prime cure.
Le prove suddette possono dirsi decisive nel senso individuato dalle Sezioni
Unite, trattandosi di elementi che, sulla base della sentenza di primo grado,
hanno determinato o anche soltanto contribuito a determinare un esito
liberatorio, e che, pur in presenza di altre fonti probatorie di diversa natura, se
espunte dal complesso del materiale probatorio, si rivelano potenzialmente
idonee a incidere sull’esito del giudizio di appello.
La sentenza va, dunque, annullata agli effetti civili nei confronti
dell’imputato Russotto, con rinvio per nuovo esame al Giudice civile competente
per valore in grado di appello; gli altri motivi di ricorso restano assorbiti.

4

entrate nel processo di primo grado, rientrino nel fuoco della sentenza Dasgupta,

P.Q.M.

annulla senza rinvio la sentenza impugnata agli effetti penali, eliminando la
condanna alla reclusione anche nei confronti dell’imputato non ricorrente
Salvatore Madonna.
Annulla la sentenza impugnata agli effetti civili con rinvio al Giudice civile
competente per valore in grado di appello.

Il Consigliere estensore

Il Presidente

Paola Borrelli

Paolo Antonio Bruno

2°.

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Così deciso il 11/06/2018.

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