Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 35796 del 11/06/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 35796 Anno 2018
Presidente: BRUNO PAOLO ANTONIO
Relatore: RICCARDI GIUSEPPE

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
MAGNO Giuseppina, nata il 15/07/1976 a Copertino

avverso la sentenza del 14/12/2016 della CORTE APPELLO di Lecce

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere GIUSEPPE RICCARDI;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Perla
Lori, che ha concluso chiedendo l’inammissibilità del ricorso;
udito il difensore dell’imputata, Avv. Luigi Corvaglia, che ha concluso chiedendo
l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 14/12/2016 la Corte di Appello di Lecce ha confermato
la sentenza del Tribunale di Lecce, che aveva affermato la responsabilità penale
di Magno Giuseppina per il reato di bancarotta fraudolenta documentale, per

Data Udienza: 11/06/2018

avere, in qualità di amministratore della società Magno s.r.I., dichiarata fallita il
18/06/2007, sottratto o distrutto le scritture contabili.

2. Avverso tale provvedimento ricorre per cassazione il difensore di Magno
Giuseppina, Avv. Luigi Corvaglia, deducendo i seguenti motivi.
2.1. Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’affermazione di
responsabilità: l’amministratore di fatto della società era Magno Giuseppe, padre

virtù del quale non era a conoscenza delle iniziative del padre nella distruzione
dei documenti, e non aveva possibilità di sottrarsi ad una serie di iniziative
aziendali del padre, proprio in ragione del rapporto familiare; la sola qualifica di
amministratore formale non può comportare un automatico giudizio di
colpevolezza; inoltre, i documenti della società non sono stati consegnati al
curatore per cause di forza maggiore, essendo stati oggetto prima di
smarrimento nel 2005, e poi di un incendio sviluppatosi il 29.5.2007 presso gli
uffici della società; la motivazione della sentenza, secondo cui i fatti sarebbero
strumentali ad una azione preordinata dalla stessa Magno, e finalizzata alla
distruzione delle scritture contabili, sarebbe congetturale; infine, alcun rilievo
potrebbe avere la condotta processuale dell’imputata, che ha esercitato il proprio
diritto al silenzio. Lamenta infine che alcuna considerazione sia stata spesa a
proposito di una sentenza di assoluzione di Murciano Maria, moglie di Magno
Giuseppe, in una analoga vicenda.
2.2. Violazione di legge e vizio di motivazione in ordine al diniego delle
attenuanti generiche, nonostante l’imputata fosse solo una testa di legno nelle
mani del padre, ed avesse un solo risalente precedente penale.
2.3. Violazione di legge e vizio di motivazione in ordine alla recidiva,
applicata sebbene l’unico precedente penale fosse risalente al 2001, e fosse
stato consumato nell’ambito delle medesime vicende imprenditoriali che hanno
visto la ricorrente succube del padre in ogni iniziativa imprenditoriale.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è inammissibile, non soltanto perché ripropone i medesimi
motivi proposti con l’atto di appello, e motivatamente respinti dalla Corte
territoriale, senza alcun confronto argomentativo con la sentenza impugnata (ex
plurimis,

Sez. 3, Sentenza n. 31939 del 16/04/2015, Falasca Zamponi,

Rv. 264185; Sez. 6, n. 13449 del 12/02/2014, Kasem, Rv. 259456), ma altresì

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della ricorrente, che rivestiva il ruolo solo formale di amministratore di diritto, in

perché propone motivi diversi da quelli consentiti dalla legge (art. 606, comma
3, cod. proc. pen.), risolvendosi in doglianze eminentemente di fatto, riservate al
merito della decisione, e perché manifestamente infondato.

2. Il primo motivo è inammissibile, in quanto la sentenza impugnata appare
immune da censure, avendo affermato, con apprezzamento di fatto insindacabile
in sede di legittimità, l’effettività della carica di amministratore di diritto assunta

deceduto – e la consapevolezza dei relativi obblighi; in tal senso, invero, la Corte
territoriale ha ritenuto indimostrata l’asserita estraneità dell’imputata alla
gestione della società, evidenziando che Magno Giuseppina aveva stipulato il
contratto di cessione di ramo di azienda del 27.10.2006, che la stessa aveva
intrattenuto rapporti e contatti con il curatore fallimentare, possedeva le chiavi
della sede sociale, aveva provveduto a denunciare la distruzione delle scritture
contabili e, successivamente, era presente alle operazioni di spegnimento
dell’incendio dei Vigili del Fuoco negli uffici della società, ed aveva ricevuto le
scritture contabili consegnate dal commercialista incaricato della tenuta.
Al riguardo, peraltro, è pacifico il principio secondo cui, in tema di reati
fallimentari, l’amministratore di diritto risponde del reato di bancarotta
fraudolenta documentale per sottrazione o per omessa tenuta, in frode ai
creditori, delle scritture contabili anche se sia investito solo formalmente
dell’amministrazione della società fallita (cosiddetta testa di legno), in quanto
sussiste il diretto e personale obbligo dell’amministratore di diritto di tenere e
conservare le predette scritture, purché sia fornita la dimostrazione della
effettiva e concreta consapevolezza del loro stato, tale da impedire la
ricostruzione del movimento degli affari (Sez. 5, n. 43977 del 14/07/2017,
Pastechi, Rv. 271754; Sez. 5, n. 642 del 30/10/2013, dep. 2014, Demajo, Rv.
257950).
2.1. Le asserite cause di forza maggiore dedotte dalla ricorrente, quali
situazioni che avrebbero comunque impedito la consegna della documentazione
contabile al curatore, sono state ritenute dalla Corte territoriale, con
apprezzamento di fatto immune da censure, e dunque insindacabile in sede di
legittimità, non credibili e strumentali ad un tentativo di sottrarsi alle
responsabilità.
La denuncia di furto dell’auto nella quale era custodita la documentazione
contabile relativa agli anni 2004-2005, sporta il 9.6.2005, era stata presentata in
coincidenza con l’accumulo di un ingente passivo (pari ad C 1.799.000,00), e,

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dall’imputata – non esclusa dalla gestione di fatto anche del padre, nel frattempo

contrariamente a quanto denunciato dalla Magno, che aveva riferito di avere
appena ritirato la documentazione il 9 giugno 2005, il documento di restituzione
recava la data del 10 maggio 2005; dunque un mese prima del furto dell’auto
nella quale era, inverosimilmente, custodita la documentazione dal momento del
ritiro; peraltro, il commercialista incaricato della tenuta delle scritture contabili
ha riferito di avere consegnato tutta la documentazione il 5.3.2007,
successivamente alla data del denunciato furto.

delle scritture contabili era stata denunciata oltre un mese e mezzo dopo (il
14.7.2007), è stata ritenuta inverosimile la dispersione della documentazione
contabile, in quanto l’incendio era stato contenuto, ed i danni limitati alle
suppellettili, ai muri e ad un computer, senza alcun coinvolgimento di armadi o
altra mobilia.

3. I motivi concernenti il diniego delle attenuanti generiche ed il
riconoscimento della recidiva sono manifestamente infondati.
3.1. Premesso che, in tema di attenuanti generiche, il giudice del merito
esprime un giudizio di fatto, la cui motivazione è insindacabile in sede di
legittimità, purché sia non contraddittoria e dia conto, anche richiamandoli, degli
elementi, tra quelli indicati nell’art. 133 cod. pen., considerati preponderanti ai
fini della concessione o dell’esclusione (Sez. 5, n. 43952 del 13/04/2017,
Pettinelli, Rv. 271269), va ribadito che il mancato riconoscimento delle
circostanze attenuanti generiche può essere legittimamente motivato dal giudice
con l’assenza di elementi o circostanze di segno positivo, a maggior ragione dopo
la riforma dell’art. 62-bis, disposta con il d.l. 23 maggio 2008, n. 92, convertito
con modifiche nella legge 24 luglio 2008, n. 125, per effetto della quale, ai fini
della concessione della diminuente, non è più sufficiente il solo stato di
incensuratezza dell’imputato (Sez. 1, n. 39566 del 16/02/2017, Starace, Rv.
270986); inoltre, in tema di diniego della concessione delle attenuanti generiche,
la “ratio” della disposizione di cui all’art. 62 bis cod. pen. non impone al giudice
di merito di esprimere una valutazione circa ogni singola deduzione difensiva,
essendo, invece, sufficiente l’indicazione degli elementi di preponderante
rilevanza ritenuti ostativi alla concessione delle attenuanti, e che queste ultime
possono essere negate anche soltanto in base ai precedenti penali dell’imputato,
perché in tal modo viene formulato comunque, sia pure implicitamente, un
giudizio di disvalore sulla sua personalità (Sez. 2, n. 3896 del 20/01/2016, De
Cotiis, Rv. 265826).

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Quanto all’incendio del 29.5.2007, oltre alla circostanza che la distruzione

Nel caso in esame, la sentenza impugnata ha negato il riconoscimento delle
attenuanti generiche sulla base del precedente penale (per il reato di frode
fiscale) dal quali risulta gravata l’imputata.
Sicché il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche è
giustificata da motivazione esente da manifesta illogicità, che, pertanto, è
insindacabile in cassazione (Sez. 6, n. 42688 del 24/9/2008, Rv. 242419), anche
considerato il principio affermato da questa Corte secondo cui non è necessario

generiche, prenda in considerazione tutti gli elementi favorevoli o sfavorevoli
dedotti dalle parti o rilevabili dagli atti, ma è sufficiente che egli faccia
riferimento a quelli ritenuti decisivi o comunque rilevanti, rimanendo disattesi o
superati tutti gli altri da tale valutazione (Sez. 2, n. 3609 del 18/01/2011,
Sermone, Rv. 249163; Sez. 6, n. 34364 del 16/06/2010, Giovane, Rv. 248244).
3.2. Il precedente penale ha altresì fondato il riconoscimento della recidiva,
motivato dalla relazione qualificata tra il reato di frode fiscale commesso in
passato e la bancarotta fraudolenta oggetto di accertamento nel presente
processo, che evidenzia l’insensibilità dell’imputata rispetto alle regole di corretta
gestione e contabilità aziendale, ed il rafforzamento della spinta criminogena
sottesa ai fatti in contestazione, sintomatici di una più accentuata capacità
criminale che fonda l’applicazione della recidiva.

4. Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue la condanna al
pagamento delle spese processuali e la corresponsione di una somma di denaro
in favore della cassa delle ammende, somma che si ritiene equo determinare in
Euro 2.000,00.

P. Q. M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle
spese del procedimento e della somma di C 2.000,00 in favore della Cassa delle
Ammende.

Così deciso in Roma il 11/06/2018

che il giudice di merito, nel motivare il diniego della concessione delle attenuanti

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