Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 35791 del 21/05/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 35791 Anno 2018
Presidente: BRUNO PAOLO ANTONIO
Relatore: TUDINO ALESSANDRINA

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
D’AMICO GIOVANNI nato a AVEZZANO il 24/06/1957

avverso la sentenza del 05/05/2016 della CORTE APPELLO di L’AQUILA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere ALESSANDRINA TUDINO;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore FELICETTA MARINELLI
che ha concluso chiedendo

Il Proc. Gen. conclude per il rigetto
udito il difensore
SI DA’ PER FATTA LA RELAZIONE
LA DIFESA DI PARTE CIVILE SI RIPORTA ALLE CONCLUSIONI CHE DEPOSITA CON
NOTA SPESE
L’AVV.TO INNOCENZI SI RIPORTA AGLI SCRITTI DIFENSIVI

Data Udienza: 21/05/2018

RITENUTO IN FATTO
1.Con sentenza del 5 maggio 2016, la Corte d’Appello de l’Aquila ha
confermato la decisione del tribunale di Avezzano del 16 giugno 2014, con la
quale Giovanni D’Amico è stato condannato alla pena di giustizia per il reato di
diffamazione, aggravato dall’attribuzione di fatti determinati, per avere
pubblicato sul sito internet www.giovannidamico.it un articolo avente ad

Morino in favore di Pasquale Avella, contenente dichiarazioni offensive in
danno del predetto aggiudicatario.
Nel confermare il giudizio di responsabilità, la Corte territoriale ha
ritenuto giuridicamente corretta e sostenuta da adeguata ed esaustiva
motivazione la decisione del tribunale in relazione a tutte le censure articolate
nell’atto di gravame, con riferimento alla ritenuta insussistenza della causa di
esclusione del reato di cui all’art. 51 cod. pen., anche nella invocata forma
putativa, alla integrazione della condotta materiale e del correlativo elemento
soggettivo, ed alla esclusione di ulteriori profili di giustificazione del fatto
illecito.

2. Avverso la sentenza, ha proposto ricorso l’imputato, per mezzo del
difensore, articolando diversi ordini di motivi.
2.1 Con il primo, ha dedotto violazione della legge penale in
riferimento all’elemento soggettivo del reato, per avere la corte territoriale
omesso di valutare compiutamente la vicenda amministrativa relativa
all’aggiudicazione dell’edificio di proprietà comunale, la revoca
dell’aggiudicazione intervenuta e la pronuncia della magistratura contabile.
2.2 Con il secondo motivo, il ricorrente lamenta violazione di legge
processuale e mancanza di motivazione in riferimento alle prove utilizzate ai
fini della decisione.
2.3. Con il terzo motivo, deduce mancata assunzione di prova decisiva
in riferimento alla richiesta rinnovazione istruttoria in appello dei testi a
discarico, di cui il giudice di primo grado aveva revocato l’ammissione e la
corte d’appello di pronunciarsi.
2.4. Con il quarto motivo, censura travisamento della prova in relazione
alla circostanza relativa alla emissione – nell’ambito della procedura di
aggiudicazione – di pareri favorevoli, per avere la corte territoriale omesso di
valutare i documenti prodotti; ai poteri del consiglio comunale uscente; al

oggetto l’alienazione di un edificio scolastico dismesso da parte del Comune di

contenuto dell’atto di transazione; alla determinazione del trattamento
sanzionatorio; alla ricorrenza della causa di giustificazione del diritto di critica.

3. Con motivi nuovi, depositati in cancelleria il 26 aprile 2018, il
difensore dell’imputato ha ulteriormente presidiato il ricorso, sviluppando
plurime censure.
3.1 Con il primo motivo, riproduce ed approfondisce le doglianze già

requisiti del delitto in contestazione ed all’esercizio del diritto di critica
3.2 Con il secondo, il terzo ed il quarto motivo nuovo, riprendendo i
corrispondenti motivi del ricorso principale, lamenta violazione di legge
processuale in riferimento alle prove utilizzate per la decisione, in seguito alla
revoca dei testi ammessi in primo grado ed alla violazione dell’art. 603 cod.
proc. pen., con specifico riferimento all’ambito della scriminante della critica
politica.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1.

Il ricorso è fondato.

2.

Ai fini della valutazione della antigiuridicità del fatto, va,

immediatamente, delineato il contesto nel cui ambito le dichiarazioni
dell’imputato D’Amico sono state esplicitate, secondo quanto emerge dallo
stesso capo di imputazione, dalla sentenza impugnata e da quella di primo
grado, alla quale la motivazione della Corte territoriale ha effettuato, in buona
parte, rinvio per relationem.
2.1.Le espressioni contestate costituiscono il testo di un comunicato,
pubblicato sul sito internet www.giovannidamico.it dall’imputato, all’epoca dei
fatti vicepresidente della regione Abruzzo e già sindaco del comune di Morino,
subentrato all’amministrazione che aveva disposto la aggiudicazione, in favore
di Pasquale Avella, di un edificio scolastico dismesso.
Va, in proposito, rilevato come in conseguenza di rilevate incongruenze
negli atti deliberativi del predetto atto di dismissione di un bene facente parte
del patrimonio comunale, l’amministrazione D’Amico aveva revocato la
delibera di aggiudicazione, dando perciò seguito ad una serie di iniziative
giudiziarie, da parte dell’Avella, nei confronti dell’amministrazione e dello
stesso sindaco.

articolate nel primo e nel quarto motivo del ricorso principale in riferimento ai

2.2 II tema su cui la pubblica opinione era stata sollecitata alla
discussione riguardava una vicenda dismissiva rispetto alla quale – nella
prospettiva del Sindaco subentrante – erano stati sollevati numerosi rilievi
nella fase antecedente l’assegnazione e che, in seguito alla revoca disposta in
autotutela, aveva determinato – tra l’altro – la formulazione di una denuncia
per abuso d’ufficio a carico del Sindaco.
In particolare, il D’Amico aveva affermato

“la vendita era stata

del 2010, con i pareri negativi degli uffici comunali…a vantaggio del sig.
Pasquale Avella, maresciallo dei Carabinieri in servizio presso la Procura della
Repubblica di Avezzano, che è anche l’autore dell’esposto penale…in ogni sede
giudiziaria sarà dimostrato che l’amministrazione comunale di Morino da me
presieduta ha agito solo ed esclusivamente per interesse pubblico, al contrario
del sig. Avella che agisce per interesse privato che sta difendendo oltremodo,
ma senza alcun reale interesse per l’acquisizione del bene ad un valore
congruo per l’amministrazione, avendo più volte rifiutato proposte transattive
da parte dell’attuale Giunta Comunale. Il suo movente in sede penale appare
pertanto del tutto estraneo all’acquisizione dell’ex scuola e nei valori copngrui
per la tutela del patrimonio comunale”.
2.3 Ebbene, è evidente dallo stesso tenore del testo del comunicato
come il D’Amico – in qualità di sindaco del comune di Morino all’epoca della
revoca e dunque legittimato dal suo ruolo politico ed amministrativo nello
specifico settore – abbia voluto offrire all’attenzione della pubblica opinione il
proprio punto di vista su una vicenda ben delineata nei suoi contorni fattuali e
provocare una approfondita riflessione su di un tema di rilevante interesse
pubblico, quale la dismissione di beni pubblici e la congruità del prezzo
dell’alienazione, evidenziando la contrapposizione tra l’interesse pubblicistico
che aveva ispirato la revoca rispetto allo scopo – privatistico – dell’Avena di
conservazione del bene al prezzo per sè più vantaggioso; tema vieppiù di
interesse del contesto ambientale di riferimento, essendo stato il D’Amico
denunciato per reati contro la pubblica amministrazione rispetto ai quali ha
inteso, all’evidenza, fornire elementi utili ad una equilibrata valutazione della
vicenda.
2.4 Emerge, ancora, dagli atti allegati al ricorso, come effettivamente i
pareri espressi dai competenti uffici nella fase antecedente all’aggiudicazione,
poi revocata, contenessero riserve e perplessità e che in seguito alla revoca

effettuata dall’amministrazione Mattei a pochi giorni dalla campagna elettorale

dell’assegnazione ed al contenzioso che ne è derivato, fossero state proposte
all’Avella soluzioni transattive che il medesimo aveva rifiutato
Di guisa che si tratta, all’evidenza, di una questione di interesse della
pubblica opinione in genere e dell’ente locale in particolare.
Ed emerge sempre dagli atti allegati come effettivamente della
legittimità della revoca fosse stata investita non solo la magistratura contabile
(che avrebbe emesso, nel 2015, una decisione favorevole all’amministrazione)

comunicazione all’interessato), ma anche il pubblico ministero.
2.5 Il comunicato risulta, dunque, riguardare un tema di interesse
pubblico, specificatamente inerente la legalità dell’azione amministrativa nel
Comune di Morino ed avente ad oggetto una vicenda non solo potenzialmente
suscettibile di approfondimento, ma effettivamente nota all’opinione pubblica e
portata all’attenzione anche dell’autorità giudiziaria.

3. Così ricostruite le coordinate fattuali dell’imputazione, va, in punto di
diritto, premesso come la sussistenza dell’esimente del diritto di critica
presupponga, per sua stessa natura, la manifestazione di espressioni
oggettivamente lesive della reputazione altrui, la cui offensività possa,
tuttavia, trovare giustificazione nella sussistenza dello stesso diritto (Sez. 5, n.
3047 del 13/12/2010 – dep. 27/01/2011, Belotti, Rv. 249708).
L’esercizio di siffatto diritto consente il ricorso anche ad espressioni forti
e persino suggestive al fine di potenziare l’efficacia del discorso o del testo e
richiamare l’attenzione dell’interlocutore destinatario.
3.1 In via generale, in tema di esimenti del diritto di critica e di
cronaca, la giurisprudenza di questa Corte si esprime ormai in termini
consolidati in riferimento ai requisiti caratterizzanti il necessario bilanciamento
degli interessi in conflitto, individuati nell’interesse sociale all’informazione,
nella continenza del linguaggio e nella verità del fatto narrato.
Nella delineata prospettiva, è stato evocato anche il parametro
dell’attualità della notizia, nel senso che una delle ragioni fondanti della
esclusione della antigiuridicità della condotta lesiva della altrui reputazione
deve essere ravvisata nell’interesse generale alla conoscenza del fatto nel
momento storico, e dunque nell’attitudine della informazione a contribuire alla
formazione della pubblica opinione, in modo che il cittadino possa liberamente
orientare le proprie scelte nel campo della formazione sociale, culturale e

e amministrativa (che avrebbe, invece, annullato la revoca per difetto di

scientifica (tra le tante, Sez. 5, n. 39503 del 11/05/2012, Clemente, Rv.
254789).
3.2 Con specifico riferimento al diritto di critica politica, il rispetto del

principio di verità si declina peculiarmente, assumendo limitato rilievo,
necessariamente affievolito rispetto alla diversa incidenza che il medesimo
dispiega sul versante del diritto di cronaca, in quanto la critica, quale
espressione di opinione meramente soggettiva, ha per sua natura carattere

ed asettica (Sez. 5, Sentenza n.25518 del 26/09/2016Ud. (dep. 23/05/2017)
Rv. 270284, Sez. 5, Sentenza n.7715 del 04/11/2014Ud. (dep. 19/02/2015)
Rv. 264064 Sez. 5, n. 4938 del 28/10/2010 – dep. 10/02/2011, Rv. 249239).
3.3 Siffatta impostazione si pone in linea con la giurisprudenza della
Corte europea dei diritti dell’uomo, secondo cui la incriminazione della
diffamazione costituisce una interferenza con la libertà di espressione e quindi
contrasta, in principio, con l’art. 10 CEDU, a meno che non sia «prescritta dalla
legge», non persegua uno o più degli obiettivi legittimi ex art. 10 par. 2 e non
sia «necessaria in una società democratica».
In riferimento agli enunciati limiti, la Corte EDU ha, in varie pronunce,
sviluppato il principio inerente la

‘verità del fatto narrato’

per ritenere

‘giustificabile’ la divulgazione lesiva dell’onore e della reputazione: ed ha
declinato l’argomento in una duplice prospettiva, distinguendo tra dichiarazioni
relative a

fatti

e dichiarazioni che contengano un

giudizio di valore,

sottolineando come anche in quest’ultimo sia comunque sempre contenuto un
nucleo fattuale che deve essere sia veritiero che oggettivamente sufficiente
per permettere di trarvi il giudizio, versandosi, altrimenti, in affermazione
offensiva

‘eccessiva’,

non scriminabile perché assolutamente priva di

fondamento o di concreti riferimenti fattuali.
In tal senso, la Corte Europea si riferisce principalmente al diritto di
critica, politica, etica o di costume e, in generale, a quel diritto strettamente
contiguo, sempre correlato con il diritto alla libera espressione del pensiero,
che è il diritto di opinione, indicando quali siano i limiti da non travalicare nel
caso di critica politica.
Nella delineata prospettiva si pone la sentenza CEDU Mengi vs. Turkey,
del 27.2.2013, che costituisce la più avanzata ricognizione della posizione della
Corte in materia di art. 10 della Carta nella distinzione tra diritto di critica e
diritto di cronaca, distinguendo tra statement of facts (oggetto di prova) e
value judgements (non suscettibili di dimostrazione), rilevando come nel

congetturale che non può, per definizione, pretendersi rigorosamente obiettiva

secondo caso il potenziale offensivo dell’articolo o dello scritto, nel quale è
tollerabile – data la sua natura –

‘exaggeration or even provocation’,

sia

neutralizzato dal fatto che lo scritto si basi su di un nucleo fattuale (veritiero e
rigorosamente controllabile) sufficiente per poter trarre il giudizio di valore
negativo; se il nucleo fattuale è insufficiente, il giudizio è ‘gratuito’ e pertanto
ingiustificato e diffamatorio.
3.4. Nel quadro così sommariamente delineato, ove il giudice

quest’ultimo come prevalentemente valutativo, i limiti dell’esimente sono
costituiti dalla rilevanza sociale dell’argomento e dalla correttezza di
espressione (Sez. 5, n. 2247 del 02/07/2004, Rv. 231269; Sez. 1, n. 23805
del 10/06/2005, Rv. 231764).
Il limite immanente all’esercizio del diritto di critica è, pertanto,
costituito dal fatto che la questione trattata sia di interesse pubblico e che,
comunque, non si trascenda in gratuiti attacchi personali (Sez. 5, n. 8824 del
01/12/2010, Rv. 250218; Sez. 5, n. 38448 del 25/09/2001, Rv. 219998).
3.5 In un quadro di valori di riferimento così peculiarmente connotato,
va poi considerato il depotenziamento della carica semantica di talune
espressioni in riferimento al contesto in cui vengono utilizzate, quale quello
politico, in cui la critica assume spesso toni aspri e vibrati, ed il rilievo secondo
cui la critica può assumere forme tanto più incisive e penetranti quanto più
rilevante sia la posizione pubblica del destinatario (Sez. 5, n. 27339 del
13/06/2007, Rv. 237260). Di guisa che il livello e l’intensità, pur notevoli, delle
censure indirizzate, sotto forma di critica a coloro che occupano posizioni di
tutto rilievo nella vita pubblica, non escludono l’operatività della scriminante,
poiché nell’ambito politico risulta preminente l’interesse generale al libero
svolgimento della vita democratica (Sez. 5, n. 15236 del 28/01/2005,
232125).
Di conseguenza quanto maggiore è il potere esercitato, tanto maggiore
è l’esposizione alla critica, perché chi esercita poteri pubblici deve essere
sottoposto ad un rigido controllo sia da parte dell’opposizione politica che dei
cittadini (Sez. 5, n. 11662 del 06/02/2007, Rv. 236362).

4. Applicando gli enunciati principi al caso in esame, si appalesa
evidente l’erronea applicazione dell’art. 51 cod. pen.. e la manifesta illogicità
della motivazione della sentenza impugnata in ordine alla sussistenza della
scri mina nte.

pervenga, attraverso l’esame globale del contesto espositivo, a qualificare

L’imputato si è limitata a prospettare, in seguito alle iniziative
giudiziarie ed alla denuncia sporta nei sui confronti in seguito alla revoca della
delibera di aggiudicazione, una ricostruzione della vicenda non solo
obiettivamente rilevante nel contesto ambientale, ma anche oggetto di
approfondimento in sede giudiziale, rivendicando – quale rappresentante anche
delle scelte politiche ed amministrative di competenza dell’ente locale — la
correttezza dell’azione amministrativa e circostanziando l’oggettivo interesse

tutto consono alla sede e congruo in riferimento ai fatti rappresentati.
Non può infatti ritenersi che il D’Amico abbia posto in essere una
gratuita aggressione alla persona del querelante, che peraltro rivestiva una
posizione di notorietà nel locale contesto proprio per la controversia in atto.
4.1 In tema di diffamazione, nella valutazione del requisito della
continenza, necessario ai fini del legittimo esercizio del diritto di critica, si deve
tenere conto del complessivo contesto dialettico in cui si realizza la condotta e
verificare se i toni utilizzati dall’agente, pur aspri e forti, non siano gravemente
infamanti e gratuiti, ma siano, invece, comunque pertinenti al tema in
discussione (Sez. 5, Sentenza n.4853 del 18/11/2016Ud. (dep. 01/02/2017)
Rv. 269093, N. 13735 del 2006 Rv. 233986, N. 48712 del 2014 Rv. 261489,
N. 5695 del 2015 Rv. 262531, N. 7244 del 2015 Rv. 267137, N. 7715 del
2015 Rv. 264064, N. 4298 del 2016 Rv. 266026, N. 37397 del 2016 Rv.
267866, N. 41414 del 2016 Rv. 267865).
Di guisa che va senz’altro riconosciuto nel testo del comunicato il
requisito della continenza con riferimento all’art. 51 cod. pen., così come
declinato nella giurisprudenza di questa corte nell’accezione di «…proporzione,
misura e continenti sono quei termini che non hanno equivalenti e non sono
sproporzionati rispetto ai fini del concetto da esprimere e alla controllata forza
emotiva suscitata dalla polemica su cui si vuole instaurare un lecito rapporto
dialogico e dialettico. La continenza formale non equivale a obbligo di utilizzare
un linguaggio grigio e anodino, ma consente il ricorso a parole sferzanti, nella
misura in cui siano correlate al livello della polemica, ai fatti narrati e
rievocati» (Sez. 5, n. 3356 del 27/10/2010).
E siffatta valutazione è tanto più appropriata ove si consideri che la
prospettazione dei contrapposti interessi è stata formulata non già quale critica
all’Avella, bensì quale rivendicazione difensiva della legittimità delle iniziative
assunte dal Sindaco e dall’Amministrazione, con ulteriore depotenziamento di
una pretesa offensività ad hominem, apparendo all’evidenza l’interesse del

patrimoniale dell’Avella, formulando valutazioni espresse con un linguaggio del

D’Amico finalizzato alla tutela della credibilità dell’ente locale e della propria
onorabilità e non all’indiscriminata lesione della reputazione del querelante.
4.2 II tenore delle espressioni adoperate, peraltro non esorbitante dal
taglio istituzionale proprio connesso alla carica pubblica del propalante, rende,
peraltro, del tutto ultroneo richiamare, in questa sede, anche il limite allargato
del principio di continenza che comunque ricorre in presenza di modalità
espressive ironiche, irridenti o sarcastiche, quali manifestazioni di legittima

interesse pubblico (Sez. 5, n. 13563 del 20/10/1998, Senesi, Rv. 212994). Si
è sottolineato, infatti, che l’art. 21 Cost., analogamente all’art. 10 Cedu, non
tutela unicamente le idee favorevoli o inoffensive o indifferenti, essendo al
contrario principalmente rivolto a garantire la libertà proprio delle opinioni che
“urtano, scuotono o inquietano”, con la conseguenza che di esse non può
predicarsi un controllo se non nei limiti della continenza espositiva, che, una
volta riscontrata, integra l’esimente del diritto di critica. (Sez. 5, n. 25138 del
21/02/2007, Rv. 237248).

5. Le conclusioni cui è pervenuta la Corte d’appello de L’Aquila non
sono, dunque, condivisibili, poiché la critica è stata formulata con modalità che
costituiscono espressione della libertà di manifestazione del pensiero, che —
mediante prospettazione di una obiettiva situazione di contrasto di interessi
pubblici e privati finalizzata alla rivendicazione della correttezza dell’azione
amministrativa – rientra nella scriminante dell’esercizio del diritto tutelato
dall’art. 21 Cost. e 51 art. cod. pen..

6. Poiché la decisione della Corte di appello de L’Aquila, rinviando anche
a quella di primo grado, ha ricostruito la vicenda in punto di fatto perché
possano ritenersi sussistenti i presupposti della suindicata scriminante, questa
Corte può, a norma dell’art. 620 c.p.p., lett. L, procedere ad annullamento
senza rinvio della sentenza impugnata con la formula perché il fatto ascritto
non costituisce reato; formula da adottarsi, secondo la giurisprudenza di
questa Corte nel caso in cui siano integrati gli elementi oggettivi del reato
contestato ma sussista una causa di giustificazione, che elimina l’antigiuridicità
penale, ed esclude di conseguenza il reato (Sez. U, n. 40049 del 29/05/2008,
P.C. in proc. Guerra, Rv. 240815; Sez. 5, 20 marzo 2007, n. 27283; Sez. 6, 1
marzo 2001, n. 15955, Rv. 218875; Sez. 6, 8 aprile 1999, n. 7836).

polemica in ordine a contrapposte opinioni e comportamenti comunque di

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata senza rinvio perché il fatto non costituisce
reato ai sensi dell’art. 51 cod. pen.

Così deciso in Roma, il 21 maggio 2018.

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