Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 35786 del 04/05/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 35786 Anno 2018
Presidente: PALLA STEFANO
Relatore: MICCOLI GRAZIA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
CALCAGNO ALDO nato a MAZZARINO il 25/08/1973

avverso la sentenza del 27/02/2017 della CORTE APPELLO di MILANO
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere GRAZIA MICCOLI;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore PERLA LORI
che ha concluso chiedendo

Il Proc. Gen. conclude per l’inammissibilita’

Data Udienza: 04/05/2018

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza del 27 febbraio 2017, la Corte di appello di Milano ha confermato la pronunzia
con la quale il Tribunale di Pavia aveva condannato Aldo CALCAGNO alla pena di mesi sei di
reclusione per il reato di cui all’art. 610 cod. pen., commesso in danno di Valentina Cattaneo.
La condotta ascritta è quella di avere, «con violenza (percosse) e minaccia (“ti spacco tutta
la macchina, ti uccido, ti lascio qui sulla strada se non mi restituisci í miei soldi”)», costretto
la Cattaneo a «porsi alla guida della propria autovettura e a recarsi presso la propria
abitazione».

rapina, poi derubricato dalla stessa pubblica accusa nella fattispecie di cui all’art. 610 cod.
pen..
Era emerso che la lite tra il CALCAGNO e la Cattaneo era scaturita dal fatto che la donna si era
appropriata di una somma di quaranta euro ricevuta dall’uomo per acquistare stupefacente.
2. Avverso tale sentenza l’imputato ha proposto, per il tramite del proprio difensore, ricorso
articolato in tre motivi.

2.1.

Con il primo si deduce vizio di motivazione in ordine all’affermazione di

responsabilità penale per il reato di violenza privata. La motivazione appare illogica e
contraddittoria in ordine alla ritenuta attendibilità della persona offesa, nonché omessa con
riferimento alle specifiche doglianze formulate con l’atto di appello.

2.2. Con il secondo motivo si denunzia violazione di legge in ordine all’art. 610 cod.
pen., in quanto la condotta contestata all’imputato risulta sussumibile nella diversa fattispecie
di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle persone.
In tal senso, si evidenzia che la condotta dell’imputato era animata «dal fine di richiedere la
restituzione di una somma di denaro indebitamente trattenuta [dalla persona offesa], con la
coscienza che l’oggetto della pretesa gli competeva effettivamente e giuridicamente».

2.3.

Con l’ultimo motivo si deduce vizio di motivazione in ordine alla mancata

concessione delle attenuanti generiche in regime di prevalenza rispetto alla contestata recidiva,
in quanto la Corte territoriale – come anche il giudice di primo grado – si è limitata a
richiamare l’insussistenza di elementi di favore.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso va dichiarato inammissibile per genericità, poiché in effetti il ricorrente si limita a
contestare la condanna, senza proporre specifiche censure a singoli passaggi motivazionali
della decisione.
La mancanza di specificità del motivo deve essere apprezzata non solo per la sua genericità,
come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate
dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione, non potendo questa
ignorare le esplicitazioni del giudice censurato, senza cadere nel vizio di aspecificità, di cui
all’art. 591, comma primo, lett. c), cod. proc. pen.
2. Peraltro il ricorso ripropone pedissequamente doglianze contenute nell’atto di appello, che
2

Si legge nella sentenza in esame che il CALCAGNO era stato tratto in arresto per il reato di

trovano puntuale risposta nella decisione del Tribunale e fanno riferimento anche ad elementi
di merito, proponendo una inammissibile rivalutazione delle prove.
3. In ordine al giudizio di attendibilità della persona offesa e delle altre prove dichiarative, va
qui ribadito il consolidato principio secondo cui non può formare oggetto di ricorso per
Cassazione la valutazione di contrasti testimoniali, la scelta tra divergenti versioni ed
interpretazioni dei fatti e l’indagine sull’attendibilità dei testimoni, salvo il controllo sulla
congruità e logicità della motivazione adottata dal giudice di merito, che, nella fattispecie,
appare coerente e logica; infatti il giudizio sulla rilevanza ed attendibilità delle fonti di prova è

proprio libero convincimento, con riguardo alla prevalenza accordata a taluni elementi
probatori, piuttosto che ad altri, ovvero alla fondatezza od attendibilità degli assunti difensivi,
quando non sia fatta con affermazioni apodittiche o illogiche, si sottrae al controllo di
legittimità della Corte Suprema.
4.

Nella sentenza impugnata v’è corretta e logica motivazione sulla richiesta (disattesa)

dell’imputato di derubricare il fatto nel reato di cui all’art. 393 cod. pen.
Si è infatti evidenziato che il credito vantato dal CALCAGNA non sarebbe stato giudizialmente
tutelabile e costui era consapevole di ciò, giacché il denaro consegnato alla persona offesa era
destinato all’acquisto di sostanza stupefacente (si vedano in materia, ex multis, Sez. 5, n.
10133 del 05/02/2018, Rossetti, Rv. 27267201; Sez. 5, n. 23923 del 16/05/2014, Dematte’,
Rv. 26058401).
Questa Corte ha da tempo precisato che, in tema di esercizio arbitrario delle proprie ragioni
(art. 393 cod. pen.), la pretesa arbitrariamente attuata dall’agente deve corrispondere
perfettamente all’oggetto della tutela apprestata in concreto dall’ordinamento giuridico di guisa
che ciò che caratterizza il reato in questione è la sostituzione, operata dall’agente, dello
strumento di tutela pubblico con quello privato; è, inoltre, necessario che la condotta
illegittima non ecceda macroscopicamente i limiti insiti nel fine di esercitare, anche
arbitrariamente, un proprio diritto, ponendo in essere un comportamento costrittivo dell’altrui
libertà di determinazione, giacché, in tal caso, ricorrono gli estremi della diversa ipotesi
criminosa di cui all’art. 610 cod. pen. (Sez. 5, n. 38820 del 26/10/2006, Barattelli e altri, Rv.
23576501).
5. V’è pure motivazione logica ed esaustiva in relazione alla richiesta di riconoscere le
attenuanti generiche in regime di prevalenza sulla contestata recidiva.
Si tratta di valutazioni di merito, non sindacabili in sede di legittimità se supportate -come
nella specie- da motivazione esente da vizi logici e di metodo.
6. La ritenuta inammissibilità del ricorso comporta le conseguenze di cui all’art. 616 cod. proc.
pen., ivi compresa, in assenza di elementi che valgano ad escludere ogni profilo di colpa,
anche l’applicazione della prescritta sanzione pecuniaria, il cui importo stimasi equo fissare in
euro duemila.

3

devoluto insindacabilmente ai giudici di merito e la scelta che essi compiono, per giungere al

P.Q.M.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali e della somma di euro 2000,00 in favore della cassa delle ammende.
Così deciso in Roma, il 4 maggio 2018
Il Presidente

Il consigliere estensore

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