Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 35784 del 04/05/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 35784 Anno 2018
Presidente: PALLA STEFANO
Relatore: MICCOLI GRAZIA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
PROCURATORE GENERALE PRESSO CORTE D’APPELLO DI CATANZARO
nel procedimento a carico di:
CICERO DOMENICO nato a COSENZA il 28/07/1957

avverso la sentenza del 07/12/2016 della CORTE ASSISE APPELLO di CATANZARO
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere GRAZIA MICCOLI;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore PERLA LORI

Il Proc. Gen. articola così le sue conclusioni:
– Inammissibilita’ per il secondo motivo di ricorso;
– Annullamento con rinvio, per quanto riguarda il primo motivo di ricorso
udito il difensore

L’avv. CHIAIA conclude per l’inammissibilità del ricorso.
L’avv. LA VALLE conclude per l’inammissibilità. In subordine per il rigetto

Data Udienza: 04/05/2018

RITENUTO IN FATTO

1. Il ricorso in esame è stato proposto avverso la sentenza della Corte d’Assise di Appello di
Catanzaro del 7 dicembre 2016, pronunziata in sede di giudizio di rinvio, svoltosi in seguito a
pronunzia di annullamento della Prima Sezione di questa Corte (sentenza n. 24444/2016,
emessa in data 2 febbraio 2016).
2. Con la gravata sentenza la Corte territoriale ha assolto DOMENICO CICERO dal reato di
omicidio aggravato di Carmine PEZZULLI; il delitto era stato commesso a Cosenza il 22 luglio

colpito la vittima con undici colpi di arma da fuoco.
2.1. All’esito del giudizio di primo grado, svoltosi nelle forme del rito abbreviato dinanzi
al Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Catanzaro, il CICERO era stato condannato
alla pena di anni trenta di reclusione; erano state ritenute le aggravanti della premeditazione e
dell’avere agito al fine di agevolare un’associazione di tipo mafioso, in particolare quella
operante nell’ambito della provincia di Cosenza dal 1998, diretta dallo stesso CICERO e da
Ettore LANZINO.
2.2. Tale pronunzia era stata confermata dalla Corte d’Assise di appello di Catanzaro,
con sentenza del 4 novembre 2014.
Secondo la ricostruzione dei giudici di merito, la commissione del reato era stata decisa
dall’imputato – ideatore e mandante del delitto, nella qualità di capo di uno dei due rami della
suddetta associazione – per punire il PEZZULLI dell’appropriazione di un’ingente somma di
denaro, compiuta da costui approfittando del suo ruolo di gestore contabile della cosiddetta
«bacinella», una sorta di cassa del sodalizio.
I giudici del merito si erano basati, per l’inquadramento nel contesto delinquenziale e per
l’individuazione dei ruoli nell’ambito della consorteria, sulle dichiarazioni dei collaboratori di
giustizia Francesco AMODIO, Oreste DE NAPOLI e Angelo COLOSSO, nonché sulle acquisizioni
probatorie dei processi denominati «Tamburo» e «Twister».
Si erano inoltre basati, per affermare la responsabilità del CICERO nei termini predetti, su
elementi desunti sia da conversazioni intercettate durante colloqui svolti in ambiente carcerario
tra Carmine CHIRILLO e Francesco CHIRILLO, appartenenti alla suddetta cosca, sia su
dichiarazioni rese dai già menzionati AMODIO, DE NAPOLI e COLOSSO.
2.3. La Prima Sezione di questa Corte – come si è detto – ha annullato la pronunzia
della Corte territoriale, ritenendo che il giudice di merito non avesse adeguatamente
argomentato in ordine all’esatta interpretazione delle conversazioni intercorse tra i fratelli
CHIRILLO, oggetto di intercettazioni ambientali, le quali avrebbero dovuto essere analizzate
alla luce del contesto integrale dei dialoghi per poterne ricavare precisi indizi circa il ruolo
dell’imputato come mandante dell’omicidio.

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2002, quando un soggetto, a bordo di una motocicletta condotta da altra persona, aveva

Nella sentenza di annullamento si è inoltre evidenziata la lacunosità della motivazione della
sentenza impugnata in relazione alla valutazione delle dichiarazioni rese dai collaboratori di
giustizia.
2.4. La Corte territoriale, in sede di giudizio di rinvio, ha quindi riformato la sentenza di
condanna emessa dal Giudice dell’udienza preliminare di Catanzaro, rilevando come dall’esame
complessivo del materiale probatorio emergesse un quadro incerto e caratterizzato da
insuperabili dubbi circa la responsabilità del CICERO quale mandante dell’omicidio PEZZULLI.
3. Avverso detta sentenza propone ricorso per cassazione il Procuratore generale presso la

2016, con la quale è stata rigettata la richiesta di riapertura dell’istruttoria avanzata dal
Procuratore Generale nel giudizio di rinvio.
3.1. Con il primo motivo di ricorso si deducono violazione di legge e correlati vizi
motivazionali in ordine all’art. 192 cod. proc. pen.
3.1.1. In relazione all’intercettazione ambientale del 10 luglio 2002, il Procuratore Generale
ricorrente evidenzia che la Corte avrebbe potuto fare riferimento ad una diversa e più completa
trascrizione della medesima intercettazione, esistente agli atti e parimenti utilizzabile, dal
momento che il processo in esame è stato celebrato nelle forme del giudizio abbreviato.
Sostiene il ricorrente che eventuali lacune contenute nella trascrizione riportata nella sentenza
impugnata avrebbero dovuto essere colmate dal giudice di rinvio avvalendosi di tutti gli atti
processuali e non basandosi su semplici illazioni o congetture.
3.1.2. Per quanto concerne invece le dichiarazioni rese da Oreste DE NAPOLI, ritenute
generiche dalla Corte territoriale con riguardo all’individuazione del CICERO quale mandante
dell’omicidio, il ricorrente evidenzia come le stesse risultino riscontrate da specifiche
circostanze, delle quali non si tiene conto nella sentenza impugnata.
Si osserva peraltro che nella sentenza n. 5/2013 della Corte di assise di appello di Cosenza pronunciata nei confronti di Davide AIELLO, soggetto coinvolto nella medesima vicenda – le
dichiarazioni del DE NAPOLI sono state ritenute attendibili in ordine alla causale dell’omicidio
del Pezzulli.
3.1.3. Il P.G. ricorrente censura inoltre la sentenza della Corte territoriale nella parte in cui
ha rilevato l’incostanza dichiarativa del collaboratore di giustizia DEDATO con riferimento alla
circostanza dell’ascrivibilità al CICERO del ruolo di mandante dell’omicidio.
Anche in questo caso, si osserva che lo stesso soggetto è stato ritenuto attendibile con
riguardo all’esposizione della causale dell’omicidio PEZZULLI in altro processo, definito con
sentenza irrevocabile.
3.1.4. Con riferimento alle propalazioni del collaboratore di giustizia COLOSSO, la Corte
territoriale ha ritenuto che non fosse stata adeguatamente verificata la credibilità del
dichiarante, non essendo stato chiarito il motivo per cui Mario GATTO, sodale del gruppo
Lanzino, avrebbe riferito al COLOSSO – il quale non era un esponente di vertice del sodalizio –

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Corte di Appello di Catanzaro; l’impugnazione ha altresì ad oggetto l’ordinanza del 7 dicembre

di un episodio rilevante al quale aveva assistito, attraverso cui il COLOSSO stesso era venuto a
conoscenza della causale e del mandante dell’omicidio.
In proposito, con il ricorso si evidenzia come la sentenza impugnata non abbia tenuto in debita
considerazione la circostanza che si trattasse di informazioni attinenti ad un fatto di interesse
comune per gli associati, quale la sottrazione da parte di PEZZULLI di una notevole somma di
denaro che era destinata al pagamento degli “stipendi” in favore dei sodali.
Inoltre, si sottolinea come l’esistenza di rapporti tra COLOSSO e GATTO risulti comprovata
dalla sentenza irrevocabile della Corte d’Assise di Appello di Catanzaro n. 21/2014.

dichiarazioni del COLOSSO in relazione all’autovettura posseduta dal PEZZULLI, la quale
sarebbe stata frutto di un’estorsione perpetrata dallo stesso ai danni di un imprenditore locale.
3.2. Con il secondo motivo di ricorso si lamentano violazione di legge in ordine all’art.
238 cod. Proc. pen. e correlati vizi motivazionali, nonché mancata assunzione di una prova
decisiva.
Si duole il ricorrente del fatto che la Corte territoriale abbia rigettato la richiesta di riapertura
dell’istruttoria dibattimentale avanzata dal Procuratore Generale nel giudizio di rinvio, con la
quale si chiedeva di acquisire le trascrizioni delle udienze del processo a carico del coimputato
AIELLO, definito con sentenza irrevocabile, nonché il verbale di interrogatorio reso dal
collaboratore di giustizia Luigi PATERNUOSTRO in data 6 aprile 2011; in alternativa, si
chiedeva di procedere all’esame di quest’ultimo nel contraddittorio tra le parti.
Si evidenzia in proposito che il verbale di interrogatorio in questione costituisce prova nuova e
decisiva, ammissibile anche nel rito abbreviato in appello in quanto concernente l’accertamento
della responsabilità.
Il ricorrente precisa inoltre che, nonostante si tratti di prova preesistente alla sentenza di
primo grado (così come rilevato nell’ordinanza impugnata per rigettare la richiesta,
richiamando la disposizione di cui all’art. 603, comma 3, cod. proc. pen.), essa è stata scoperta
dalla Procura Generale solo nel corso del giudizio di rinvio, a seguito di esplicita richiesta
all’Ufficio del Pubblico Ministero di primo grado, che a tal fine aveva effettuato apposite
ricerche tramite la banca – dati della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro.
Riguardo la decisività della prova (negativamente valutata dalla Corte territoriale), il P.G.
ricorrente deduce che l’esame del collaboratore di giustizia è necessario in quanto lo stesso è
in grado di riferire in ordine:

ad un colloquio (al quale egli aveva assistito) tra Osvaldo CICERO (figlio di Domenico
CICERO) ed il figlio di Carmine PEZZULLI avvenuto la sera dell’omicidio di quest’ultimo;

a quanto appreso da Osvaldo CICERO sulle anomalie riscontrate nella gestione da parte
di Carmine PEZZULLI della cassa del sodalizio.

Infine, il ricorrente censura l’ordinanza nella parte in cui ha rigettato la richiesta di acquisizione
delle trascrizioni dei testi e dei collaboratori di giustizia esaminati nel processo a carico del

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La Corte non avrebbe inoltre tenuto conto di tutte le prove acquisite, idonee a riscontrare le

coimputato Davide AIELLO (svoltosi con il rito ordinario e conclusosi con sentenza di
assoluzione), in violazione dell’art. 238 cod. proc. pen.
4. Con memoria depositata in data 27 aprile 2018, i difensori dell’imputato hanno contestato
analiticamente le prospettazioni del ricorrente e hanno chiesto il rigetto del ricorso, insistendo
per la conferma della sentenza impugnata.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Inammissibili sono in buona parte le censure proposte con il primo dei motivi di ricorso,
giacché finalizzate ad una rivalutazione delle prove, non consentita a questa Corte.
Va detto tuttavia che il ricorrente ha evidenziato correttamente come la Corte territoriale, nel
valutare le risultanze dell’intercettazione ambientale del 10 luglio 2002, non abbia tenuto conto
dell’esistenza agli atti (tutti utilizzabili perché si procede nelle forme del rito abbreviato) di una
diversa e più completa trascrizione della medesima intercettazione.
Non vi è quindi traccia dell’analisi da parte della Corte territoriale di tale più completa
trascrizione (che è stata allegata dal P.G. ricorrente al ricorso, in ossequio del principio di
autosufficienza dello stesso), la quale avrebbe potuto consentire di colmare quelle lacune
rilevate dai giudici di merito nelle risultanze della intercettazione ambientale, così come
peraltro richiesto dalla sentenza di annullamento con rinvio della Prima Sezione. Invero, in tale
sentenza si era rilevato che non era stata pienamente approfondita la “esatta interpretazione
dei brani delle ricordate conversazioni intercettate, svolte tra i fratelli Carmine Chirillo e
Francesco Chirillo, alla luce del contesto integrale dei dialoghi, al fine di verificare la possibilità
di ricavarne precisi indizi circa il ruolo dell’imputato come mandante dell’omicidio” (pag. 5 della
suindicata sentenza).
2. Fondate sono anche le censure oggetto del secondo motivo di ricorso.
Come si è detto, il Procuratore Generale ricorrente si duole del fatto che la Corte territoriale
abbia rigettato la richiesta di riapertura dell’istruttoria dibattimentale, con la quale si chiedeva
di acquisire le trascrizioni delle udienze del processo a carico del coimputato AIELLO, definito
con sentenza ir,revocabile, nonché il verbale di interrogatorio reso dal collaboratore di giustizia
Luigi PATERNUOSTRO in data 6 aprile 2011; in alternativa, si chiedeva di procedere all’esame
di quest’ultimo nel contraddittorio tra le parti.
2.1. Nell’impugnata ordinanza del 7 dicembre 2016, la Corte territoriale ha respinto le
istanze istruttorie del Procuratore Generale, genericamente negando la indispensabilità delle
stesse ai fini del decidere e, quanto alle dichiarazioni del collaboratore PATERNUOSTO,
evidenziando che non si trattasse di prova sopravvenuta.
2.2. Va in primo luogo rilevato come del tutto immotivata risulta la valutazione di non
indispensabilità di acquisizioni probatorie a fronte di una decisione di assoluzione basata su un
“esame complessivo del materiale probatorio ed indiziario” dal quale è emerso “un quadro
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Il ricorso è fondato nei termini qui di seguito indicati.

incerto e caratterizzato da ragionevoli ed insuperabili dubbi ” (così conclude la sentenza
impugnata, pag 46).
Il P.G. ricorrente ha indicato in maniera specifica come le richieste istruttorie formulate nel
giudizio di appello potessero contribuire a chiarire alcuni profili della vicenda in esame. Ha
altresì evidenziato come tali indicazioni fossero state fornite pure alla Corte territoriale, la
quale – come si è detto- nella predetta ordinanza si è limitata a statuire genericamente sulla
irrilevanza delle richieste istruttorie come formulate dalla Pubblica Accusa.
2.3. Errata è poi la decisione della Corte riguardo le dichiarazioni del collaboratore

Il Procuratore Generale aveva già evidenziato nel formulare le richieste istruttore che,
nonostante si trattasse di prova preesistente alla sentenza di ibrimo grado (così come rilevato
nell’ordinanza impugnata per rigettare la richiesta, richiamando la disposizione di cui all’art.
603, comma 3, cod. proc. pen.), essa era stata “scoperta” dalla Procura Generale solo nel
corso del giudizio di rinvio, a seguito di esplicita richiesta all’Ufficio del Pubblico Ministero di
primo grado, che a tal fine aveva effettuato apposite ricerche tramite la banca – dati della
Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro.
Si deve allora in proposito ricordare che, a seguito di annullamento con rinvio da parte della
Corte di cassazione, il giudice (nel giudizio abbreviato di appello) può acquisire i documenti
ritenuti necessari, anche se gli stessi erano già esistenti al momento della celebrazione del
giudizio di primo grado, senza che sia nemmeno necessaria la rinnovazione dell’istruttoria,
essendo sufficiente il previo contraddittorio fra le parti (Sez. 6, n. 37092 del 06/06/2012,
Rotolo, Rv. 25346601).
Invero, per “prova nuova” deve intendersi solo ogni fonte di prova diversa rispetto a quella
esistente agli atti del processo nel cui ambito il giudice esercita il potere integrativo.
D’altro canto, è pacifico che nel giudizio abbreviato d’appello, celebrato anche in sede di rinvio,
il giudice possa esercitare il potere officioso di integrazione probatoria, perché la previsione
dell’art. 441, comma quinto, cod. proc. pen., che attribuisce siffatto potere al giudice
dell’abbreviato in primo grado, è estensibile, con gli stessi limiti, al giudice d’appello, e la sua
valutazione discrezionale circa la necessità della prova non è censurabile in sede di legittimità
(Sez. 5, n. 19388 del 09/05/2006, Biondo e altri, Rv. 23415701; Sez. 6, n. 6221 del
20/04/2005, Aglieri ed altri, Rv. 23309001), nel caso in cui -ovviamente- sia supportata da
motivazione congrua e logica.
Nella specie, però, tale motivazione non è stata resa, sebbene il Procuratore Generale avesse
indicato in che termini fosse ravvisabile la decisività della prova, atteso che il collaboratore di
giustizia sarebbe stato in grado di riferire in ordine ad un colloquio (al quale egli aveva
assistito) tra Osvaldo CICERO (figlio di Domenico CICERO) ed il figlio di Carmine PEZZULLI
avvenuto la sera dell’omicidio di quest’ultimo; nonché su quanto appreso da Osvaldo CICERO
sulle anomalie riscontrate nella gestione da parte di Carmine PEZZULLI della cassa del
sodalizio.
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PATERNUOSTO, in quanto non costituirebbero prova nuova e decisiva.

3. Alla luce delle suesposte considerazioni, la sentenza impugnata deve essere annullata, con
rinvio ad altra Sezione della Corte di Assise di appello di Catanzaro, che provvederà a nuovo
esame senza incorrere nei vizi riscontrati.
PQM
La Corte annulla la sentenza impugnata, con rinvio per nuovo esame ad altra Sezione della
Corte di Assise di appello di Catanzaro.
Così deciso in Roma, 4 maggio 2018
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Il presidente
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Il consigli eiz estensore

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