Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 35767 del 18/04/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 35767 Anno 2018
Presidente: PEZZULLO ROSA
Relatore: SCARLINI ENRICO VITTORIO STANISLAO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
ARANGIO OLIMPIA nato il 06/12/1971 a ENNA

avverso la sentenza del 07/02/2017 della CORTE APPELLO di CALTANISSETTA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere ENRICO VITTORIO STANISLAO SCARLINI
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore MARIELLA DE
MASELLIS
che ha concluso per l’annullamento senza rinvio, per intervenuta prescrizione
Udito il difensore, Avv. CARMELO LOMBARDO, in sost. Avv. ANTONIO
IMPELLIZZERI, che chiede raccoglimento del ricorso

Data Udienza: 18/04/2018

RITENUTO IN FATTO

1 – Con sentenza del 7 febbraio 2017, la Corte di appello di Caltanissetta, in
parziale riforma della sentenza del Tribunale di Enna, riqualificata la condotta
consumata da Olimpia Arangio, dall’originaria imputazione di furto nel delitto di
violazione di domicilio, ne rideterminava la pena.
Il compendio probatorio era costituito dalle dichiarazioni della persona
offesa, Avv. Tiziana Lipani, che aveva riferito come l’imputata si fosse introdotta

madre, con l’assistenza della medesima legale, nonostante l’opposizione della
collaboratrice di studio che aveva ricevuto da lei stessa, contattata
telefonicamente, disposizioni in tal senso.
2 – Propone ricorso l’imputata, a mezzo del suo difensore, articolando le
proprie censure in quattro motivi.
2 – 1 – Con il primo deduce la violazione di legge, ed in particolare degli
artt. 521 e 522 cod. proc. pen., per essere stata ritenuta responsabile del delitto
di violazione di domicilio nonostante la rubrica riportasse la sola accusa relativa
al delitto di furto, che era stato escluso non appartenendo al legale
l’incartamento prelevato dall’imputata.
Non aveva rilievo il fatto che le fosse stato contestato, fin dall’originaria
imputazione, di essere penetrata, contro il volere del legale, nel suo ufficio, non
essendole stata comunque mai contestata formalmente la violazione dell’art. 614
cod. pen.. Sulla diversità fra le due fattispecie di reato citava la sentenza n. 9523
del 18/09/1997 di questa Corte.
2 – 2 – Con il secondo motivo lamenta la violazione di legge ed il difetto di
motivazione in quanto la condotta dell’imputata non era stata ricondotta al
delitto previsto dall’art. 392 cod. pen..
Si doveva, infatti, considerare che non si era raggiunta la prova che la
ricorrente si fosse introdotta, contro la volontà della persona offesa o
clandestinamente, nella stanza – studio della Lipani, posto che la sua
collaboratrice aveva riferito di averla seguita e di non averla mai persa di vista.
In ogni caso l’imputata aveva solo inteso recuperare i documenti e non
violare il domicilio del legale.
2 – 3 – Con il terzo motivo deduce la violazione di legge in relazione alla
mancata applicazione dell’art. 131 bis cod. pen., i cui estremi potevano essere
ravvisati dal giudicante all’esito dell’intervenuta riqualificazione della condotta.
2 – 4 – Con il quarto motivo lamenta la violazione di legge in relazione alla
mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche, punto sul quale,
nonostante lo specifico motivo di appello, la Corte non aveva motivato in alcun
modo.
i

nel suo studio per recuperare i documenti relativi ad una causa intentata dalla

3 – Il difensore della ricorrente ha depositato una memoria nella quale
sviluppa ulteriori argomentazioni relative ai primi tre motivi di ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso promosso nell’interesse di Olimpia Arangio è privo di fondamento e
va pertanto rigettato.
1 – Il fatto contestato all’imputata nel manifesto d’accusa comprende anche

“mentre si trovava

all’interno dello studio professionale dell’Avv. Tiziana Lipani, in attesa che
quest’ultima vi facesse rientro, si introduceva, contro la espressa volontà delle
colleghe e collaboratrici di studio del professionista anzidetto, all’interno della
stanza di quest’ultima, ed ivi si impossessava .. “.
Non vi è pertanto dubbio che, oltre al furto dei documenti (del quale
l’imputato non è stata ritenuta colpevole), alla medesima fosse stato ascritto
anche l’ingresso, contro la volontà dell’avente diritto (espressa attraverso le
collaboratrici di studio), nel suo studio personale, come tale non accessibile a
chiunque ma solo a chi fosse stato autorizzato dallo stesso legale.
La Corte d’appello pertanto, nel riqualificare la condotta, non aveva aggiunto
nulla all’accusa mossa fin dall’origine alla prevenuta, solo ritagliandone un
segmento e modificandone, di conseguenza, il nomen iuris.
Facendo così corretta applicazione del noto principio di diritto, formulato
dalle Sezioni unite di questa Corte, con la sentenza n. 36551 del 15/07/2010,
Carelli, Rv. 248051, secondo il quale, in tema di correlazione tra imputazione
contestata e sentenza, per aversi mutamento del fatto occorre una
trasformazione radicale, nei suoi elementi essenziali, della fattispecie concreta
nella quale si riassume l’ipotesi astratta prevista dalla legge, in modo che si
configuri un’incertezza sull’oggetto dell’imputazione da cui scaturisca un reale
pregiudizio dei diritti della difesa.
Trasformazione che certo non si è verificata nel caso concreto posto che, lo
si ripete, la condotta di cui l’imputata è stata ritenuta responsabile rientrava,
tutta, nell’originaria imputazione. Dovendosi poi considerare che la stessa non
poteva che essere rubricata, una volta riacquistata la sua autonomia (dal
susseguente impossessamento degli atti del fascicolo), nel delitto di violazione di
domicilio ritenuto dal giudice (senza che si fosse creata quella dicotomia
strutturale di condotte, incompatibili l’una con l’altra, il furto e la truffa, che
costituisce il presupposto della sentenza Sez. 4, n. 9523 del 18/09/1997, Grillo,
Rv. 208784, citata nel ricorso).
Il primo motivo è pertanto infondato.

2

l’illecito ingresso della medesima tanto che vi si legge:

2 – Il secondo, sulla richiesta riqualificazione della condotta nel delitto di
esercizio arbitrario delle proprie ragioni, anche in relazione all’assenza di prova
dell’introduzione nell’ufficio della legale in modo clandestino, è parimenti
infondato.
Quanto al diverso delitto ipotizzato, previsto dall’art. 392 cod. pen., non ne
sussiste il presupposto, la possibilità dell’agente di rivolgersi al giudice, posto
che, dall’incontrastata, sul punto, ricostruzione del fatto, il fascicolo in possesso
del legale riguardava un incarico affidatole dalla madre della ricorrente e non

La non clandestinità dell’ingresso della prevenuta nello studio personale del
legale è, invece, circostanza priva di pregio alcuno visto che le è stata contestata
l’introduzione nello stesso, non in modo clandestino ma contro il volere
dell’avente diritto, espressole dalla Lipani attraverso le collaboratrici, così
configurandosi la prima delle diverse ipotesi alternative che configurano il delitto
ascrittole e non la seconda, come la censura difensiva presuppone.
3 – Il terzo motivo è inammissibile non avendo la prevenuta richiesto al
giudice del merito la speciale formula di proscioglimento prevista dall’art. 131 bis
cod. pen., non sussistendo onere alcuno, in capo al giudice, neppure quando
diversamente qualifichi il fatto, di vagliarne d’ufficio la configurabilità, non
rientrando tale decisione nel novero di quelle indicate dall’ultimo comma dell’art.
597 cod. proc. pen. come rilevabili d’ufficio, e non essendo la stessa una delle
formule di proscioglimento previste dall’art. 129 cod. proc. pen..
4 – Il quarto motivo è infondato poiché la Corte territoriale, con motivazione
implicita, laddove ha ricordato la gravità del fatto connotato dall’azione
repentina, e meditata, della prevenuta al fine di realizzare i suoi illeciti intenti, ha
escluso che sussistano ragioni di meritevolezza che consentano di concederle le
circostanze attenuanti generiche.
5 – Al complessivo rigetto del ricorso segue la condanna della ricorrente al
pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso in Roma, il 18 aprile 2018.

dalla ricorrente stessa.

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