Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 35765 del 27/03/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 35765 Anno 2018
Presidente: PEZZULLO ROSA
Relatore: RICCARDI GIUSEPPE

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
CASCONE Francesco, nato il 11/09/1973 a Grag nano

avverso la sentenza del 14/09/2017 della Corte di Appello di Roma

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere GIUSEPPE RICCARDI;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale
Pasquale Fimiani, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 14/09/2017 la Corte di Appello di Roma ha confermato
la responsabilità penale affermata dal Tribunale di Roma, che aveva condannato
Cascone Francesco alla pena di 1 anno e 8 mesi di reclusione per il reato di
lesioni personali aggravate di cui agli artt. 582 e 61 n.5 c.p., così diversamente
qualificato il reato di tentato omicidio contestato al capo 3), e ritenuto assorbito
il reato di sequestro di persona contestato al capo 4), e lo aveva assolto dai reati
di violenza sessuale e somministrazione di sostanze stupefacenti contestati ai
capi 1 e 2, riducendo, in parziale riforma della sentenza di primo grado, la
somma liquidata a titolo di risarcimento ad C 10.000,00.

Data Udienza: 27/03/2018

Le imputazioni originarie concernevano: il reato di violenza sessuale (capo
1), contestato al Cascone per aver fatto bere a Lasaracina Veronica acqua da
una bottiglietta contenente sostanze narcotiche, per averla poi condotta nella
propria abitazione, dove veniva spogliata e costretta a compiere atti sessuali
consistenti nell’introduzione nell’ano dell’uomo di una bottiglia; il reato di
somministrazione di sostanze stupefacenti disciolte in una bottiglia di acqua
(capo 2); il reato di tentato omicidio, per avere compiuto atti idonei e diretti in
modo non equivoco a cagionare la morte della donna, tappandole la bocca ed il

tentando di soffocarla (capo 3); il reato di sequestro di persona (capo 4).

2. Avverso tale provvedimento ricorre per cassazione Cascone Francesco,
mediante due distinti ricorsi degli Avv. Carlo Taormina e Avv. Massimo
Mercurelli, deducendo i seguenti motivi di ricorso, qui enunciati, ai sensi dell’art.
173 disp. att. cod. proc. pen., nei limiti strettamente necessari per la
motivazione.

Ricorso Avv. Mercurelli
2.1. Violazione di legge processuale in relazione all’art. 63, comma 2, c.p.p.:
lamenta la nullità della sentenza per l’inutilizzabilità delle dichiarazioni rese dalla
persona offesa, che aveva sporto una prima denuncia il 24 aprile 2010,
successivamente fornendo una diversa versione; la p.o. avrebbe dunque
commesso il reato di calunnia o di simulazione di reato; ne consegue che le
dichiarazioni rese all’udienza del 30 aprile sarebbero inutilizzabili per la
violazione dell’art. 63, trattandosi di inutilizzabilità erga omnes.
2.2. Vizio di motivazione in relazione alla valutazione frazionata delle
dichiarazioni della persona offesa, ritenute inattendibili con riferimento agli altri
capi di imputazione (sequestro di persona, violenza sessuale e cessione di
sostanze stupefacenti).
2.3. Violazione di legge in relazione alla sussistenza del dolo: l’imputato e la
persona offesa versavano in uno stato di scarsa lucidità, dovuta all’assunzione di
sostanze stupefacenti, che aveva determinato una limitata ed offuscata
percezione della sfera volitiva.

Ricorso Avv. Taormina
2.4. Violazione di legge e vizio di motivazione per travisamento del fatto e
per la violazione dell’art. 63, comma 2, c.p.p.: premesso un richiamo alle diverse
fonti dichiarative assunte nel corso del processo (Ricci, Gomiero, Nicotra,
Lasaracino Viviana, Orlando Serena, Priscindaro Vincenzo, Squillace Raffaele,
Biancalana Sara, Stilo Maria Grazia e, infine, l’imputato), deduce il travisamento

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naso, tentando di infilare un lenzuolo in gola, mettendole un cuscino sul volto,

del fatto per il tramite del travisamento del dato probatorio, contestando la
credibilità della persona offesa Lasaracino Veronica.
Lamenta che, nonostante la persona offesa sia stata ritenuta non credibile
ed inattendibile in relazione a molteplici momenti essenziali per la ricostruzione
del fatto (sul dato temporale delle riferite violenze, sulla bottiglietta di acqua
bevuta in auto durante il tragitto verso l’abitazione dell’imputato, sulla chiusura
della camera da letto, sulla sottrazione dei cellulari e sui contatti telefonici con il
Cascone nei giorni successivi ai fatti, sull’abito elegante indossato, sui rapporti

comuni assunzioni di cocaina), la Corte abbia ritenuto attendibile il narrato con
riferimento al solo segmento delle lesioni personali, sulla base di una illogica
valutazione frazionata, che ha, invece, svalutato la versione resa dall’imputato,
secondo cui la persona offesa si era procurata le lesioni a causa di una crisi
epilettica, e della conseguente caduta.
Se la versione della persona offesa è stata ritenuta non credibile su
molteplici aspetti essenziali e rilevanti della vicenda nella ricostruzione dei fatti,
non sarebbe possibile che la stessa abbia affermato il vero e sia credibile in
merito alla riferita aggressione fisica subìta dal Cascone, e che il suo racconto
possa essere valutato preciso e circostanziato. Contrariamente a quanto narrato
dalla persone offesa, l’incontro era predeterminato e organizzato da entrambi, e
finalizzato all’uso di cocaina e alla consumazione di rapporti sessuali; inoltre, in
quel periodo, Lasaracina Veronica assumeva un medicinale ansiolitico, sicché, in
combinazione con alcool e droga, avrebbe assunto un micidiale cocktail.
Anche il referto del Pronto Soccorso dimostrerebbe il mendacio della donna,
in quanto il quadro lesivo riscontrato, con una prognosi di soli 7 giorni, sarebbe
incompatibile con un’aggressione connotata da tanta intensità e violenza come
quella riferita dalla persona offesa; al contrario, sarebbe compatibile con la
versione narrata dal Cascone, che, ritornato da una doccia, notava la donna in
preda a convulsioni di tipo epilettico, che ne determinavano una caduta a terra,
dopo essere ‘sbattuta’ su un mobile.
Sostiene il ricorrente che non sussiste alcun delitto di lesioni, bensì un
intervento di soccorso da parte dell’imputato nei confronti di una persona che, a
causa delle sue patologie pregresse e dell’abuso di droga, alcool e ansiolitici, è
incorsa in un malore, con convulsioni e perdita di coscienza.
Sotto altro profilo, deduce la inutilizzabiiità delle dichiarazioni rese da
Lasaracina Veronica, in ragione della sua iniziale denuncia, falsa e calunniatoria,
contro ignoti, con la quale aveva riferito di avere subìto una violenza sessuale in
strada da parte di due individui.

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sentimentali già intrattenuti con il Cascone in precedenza, e sulle precedenti

L’art. 63, comma 2, cod. proc. pen. sancisce l’inutilizzabilità delle
dichiarazioni erga omnes, ricollegando la sanzione non già ad un nesso tra reati,
ma alla condizione concernente il dichiarante, che avrebbe dovuto essere sentito
fin dall’inizio come indagato.
Trattandosi dell’unica fonte probatoria a carico dell’imputato,

la

inutilizzabilità delle dichiarazioni della Lasaracina avrebbe imposto una sentenza
di proscioglimento.
Lamenta, infine, il riconoscimento dell’aggravante della minorata difesa in

entrambi si trovavano sotto l’effetto della cocaina e dell’alcool in un “festino”
coscientemente e volontariamente organizzato.
2.5. Con un secondo motivo, chiede una riqualificazione del fatto in lesioni
colpose lievi, alla stregua della versione dell’imputato, secondo cui le lesioni
accertate sarebbero derivate da una caduta accidentale e dal maldestro tentativo
di soccorso dell’imputato, o comunque dal tentativo del Cascone di evitare che le
urla isteriche della donna infastidissero i vicini.
2.6. Con un terzo motivo lamenta l’eccessività della pena in relazione alla
durata della malattia, indicata in 25 giorni sulla base delle precisazioni del
consulente tecnico del P.M., anziché nei 7 giorni indicati nel referto del Pronto
Soccorso, e la mancata concessione delle attenuanti generiche, nonostante lo
stato di incensuratezza.
2.7. Con un quarto motivo chiede la revoca della costituzione di parte civile
per l’omessa presentazione di conclusioni scritte e nota spese all’udienza in
appello, che avrebbe il valore di una rinuncia alla azione civile nel processo
penale, e deduce l’insussistenza del danno patito.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. I ricorsi sono inammissibili.

2. I motivi con i quali è stata dedotta l’inutilizzabilità

erga omnes delle

dichiarazioni rese dalla persona offesa, ai sensi dell’art. 63, comma 2, cod. proc.
pen., sono manifestamente infondati.
La censura, infatti, è diretta nei confronti delle dichiarazioni dibattimentali
della persona offesa, sebbene la falsa denuncia di tentata violenza sessuale
sporta nell’immediatezza del fatto avrebbe potuto, al più, compromettere il
regime di utilizzabilità delle dichiarazioni false e calunniose rese il 24 aprile 2010,
che, al contrario, non hanno formato oggetto di valutazione probatoria ai fini
dell’affermazione di responsabilità penale.

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ragione dello stato di scarsa lucidità e del contesto ambientale, in quanto

Peraltro, va rammentato che la sanzione di inutilizzabilità “erga omnes” delle
dichiarazioni assunte senza garanzie difensive da un soggetto che avrebbe
dovuto fin dall’inizio essere sentito in qualità di imputato o persona soggetta alle
indagini, postula che a carico dell’interessato siano già acquisiti, prima
dell’escussione, indizi non equivoci di reità, come tali conosciuti dall’autorità
procedente, non rilevando a tale proposito eventuali sospetti od intuizioni
personali dell’interrogante (Sez. U, n. 23868 del 23/04/2009, Fruci, Rv.
243417); le dichiarazioni rese innanzi alla polizia giudiziaria da una persona non

contro chi le ha rese, ma sono pienamente utilizzabili contro i terzi, perché
prevale la qualità di teste-parte offesa del reato in relazione al quale si indaga
rispetto a quella di possibile coindagato in reato connesso, né di tali dichiarazioni
si può eccepire l’inutilizzabilità “erga omnes” sulla base del fatto che le stesse
provengono da un soggetto indagato in reato connesso, non ascoltato con le
garanzie previste per la persona sottoposta ad indagini (Sez. 5, n. 43508 del
28/05/2014, Barba, Rv. 261078).
Nel caso in esame, al momento della denuncia di tentata violenza sessuale
nei confronti di ignoti, la persona offesa non avrebbe potuto essere sentita in
qualità di indagata, mancando qualsivoglia indizio di reità nei suoi confronti.
Inoltre, va osservato che, in tema di dichiarazioni indizianti rilasciate da
persona che fin dall’inizio avrebbe dovuto essere sentita in qualità di indagato o
imputato, l’inutilizzabilità prevista dall’art. 63 cod. proc. pen. è subordinata alla
duplice condizione che il dichiarante sia raggiunto da chiari indizi di reità e che
suddetti indizi attengano al medesimo reato ovvero al reato connesso o collegato
attribuito al terzo (Sez. 2, n. 20936 del 07/04/2017, Minutolo, Rv. 270363, in
una fattispecie in cui la S.C. ha ritenuto utilizzabili le dichiarazioni rese contro
l’imputato del reato di estorsione da parte del soggetto passivo, a fronte della
astratta possibilità che quest’ultimo, nel corso di una precedente audizione,
avesse reso dichiarazioni non fedeli alla realtà dei fatti, evidenziando come
rispetto al delitto da cui era offeso, il dichiarante si trovava comunque in una
posizione di estraneità ed assumeva la veste di testimone).
Nel caso in esame, oltre alla mancanza di chiari indizi di reità, non ricorre
neppure l’ulteriore presupposto della sussistenza di indizi in ordine al medesimo
reato o a reati connessi o collegati attribuiti a terzi.
Giova, infine, evidenziare che la falsa denuncia di violenza sessuale era stata
sollecitata proprio dal Cascone, per giustificare gli evidenti segni di percosse e
consentire alla donna di lasciare la sua abitazione.

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sottoposta ad indagini, ed aventi carattere autoindiziante, non sono utilizzabili

3. I motivi con i quali si lamenta l’erroneità della valutazione di credibilità
frazionata delle dichiarazioni della persona offesa, ed il travisamento del fatto,
sono inammissibili, perché propongono doglianze eminentemente di fatto,
riservate al merito della decisione, perché meramente ripropositive delle
medesime doglianze già proposte con l’atto di appello, e motivatamente respinte
dalla sentenza impugnata, senza alcun confronto argomentativo con la stessa
(ex multis, Sez. 5, n. 28011 del 15/02/2013, Sammarco, Rv. 255568: “In tema
di inammissibilità del ricorso per cassazione, i motivi devono ritenersi generici

difettino della necessaria correlazione con le ragioni poste a fondamento del
provvedimento impugnato”), e perché manifestamente infondati.
Al riguardo, va innanzitutto evidenziata l’inammissibilità delle doglianze
relative alla credibilità frazionata delle dichiarazioni della persona offesa,
Lasaracina Veronica, in quanto sollecitano, in realtà, una rivalutazione di merito
preclusa in sede di legittimità, sulla base di una “rilettura” degli elementi di fatto
posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva,
riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la
mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione
delle risultanze processuali (Sez. U, n. 6402 del 30/04/1997, Dessinnone, Rv.
207944); infatti, pur essendo formalmente riferite a vizi riconducibili alle
categorie del vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., sono in realtà
dirette a richiedere a questa Corte un inammissibile sindacato sul merito delle
valutazioni effettuate dalla Corte territoriale (Sez. U, n. 2110 del 23/11/1995,
Fachini, Rv. 203767; Sez. U, n. 6402 del 30/04/1997, Dessimone, Rv. 207944;
Sez. U, n. 24 del 24/11/1999, Spina, Rv. 214794).
In particolare, con le censure proposte il ricorrente non lamenta una
motivazione mancante, contraddittoria o manifestamente illogica – unici vizi
della motivazione proponibili ai sensi dell’art. 606, lett. e), cod. proc. pen. -, ma
una decisione erronea, in quanto fondata su una valutazione asseritannente
sbagliata.
Il controllo di legittimità, tuttavia, concerne il rapporto tra motivazione e
decisione,

non già il rapporto tra prova e decisione; sicché il ricorso per

cassazione che devolva il vizio di motivazione, per essere valutato ammissibile,
deve rivolgere le censure nei confronti della motivazione posta a fondamento
della decisione, non già nei confronti della valutazione probatoria sottesa, che, in
quanto riservata al giudice di merito, è estranea al perimetro cognitivo e
valutativo della Corte di Cassazione.
Del resto, con riferimento alla espressa doglianza con cui si lamenta un vizio
di “travisamento del fatto”, va rammentato che, anche a seguito della modifica

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non solo quando risultano intrinsecamente indeterminati, ma altresì quando

apportata all’art. 606, lett. e), cod. proc. pen. dalla I. n. 46 del 2006, resta non
deducibile nel giudizio di legittimità il travisamento del fatto, stante la
preclusione per la Corte di cassazione di sovrapporre la propria valutazione delle
risultanze processuali a quella compiuta nei precedenti gradi di merito (Sez. 6, n.
25255 del 14/02/2012, Minervini, Rv. 253099)
Quanto alla legittimità della valutazione frazionata, è pacifico il principio
secondo cui è legittima una valutazione frazionata delle dichiarazioni della parte
offesa, purché il giudizio di inattendibilità, riferito soltanto ad alcune circostanze,

la plausibilità delle altre parti del racconto (Sez. 6, n. 20037 del 19/03/2014, L,
Rv. 260160, in una fattispecie in cui la Corte ha rigettato il ricorso proposto
avverso la sentenza che, pur condannando l’imputato per il reato previsto
dall’art. 572 cod.pen. per effetto delle dichiarazioni della vittima, aveva escluso
la sussistenza della violenza sessuale sul presupposto che alcune delle
dichiarazione rese dalla persona offesa non fossero verosimili).
3.1. Tanto premesso, nel rammentare che la Corte di Cassazione è giudice
della motivazione, non già della decisione, ed esclusa l’ammissibilità di una
rivalutazione del compendio probatorio, va al contrario evidenziato che la
sentenza impugnata ha fornito logica e coerente motivazione in ordine alla
ricostruzione dei fatti, con argomentazioni prive di illogicità (tantomeno
manifeste) e di contraddittorietà.
La Corte territoriale, con apprezzamento di fatto immune da censure, e
dunque insindacabile in sede di legittimità, ha affermato la piena credibilità della
persona offesa con riferimento all’aggressione, evidenziando che alcuna
sostanziale interferenza fattuale e logica è riscontrabile tra le due parti del
narrato della Lasaracina, in quanto è stata ritenuta non attendibile la asserita
inconsapevole assunzione di sostanze stupefacenti, ma ha invece ritenuto
credibile il racconto relativo alla consumazione dell’atto sessuale, essendo il
Tribunale pervenuto all’assoluzione dell’imputato per una ritenuta assenza di
dolo, dovuta alla mancata percezione del sopravvenuto dissenso implicito della
donna, in ragione dello stato di alterazione in cui si trovava per l’assunzione di
stupefacenti e per il contesto erotico nel quale erano maturati i fatti.
Del resto, nel rilevare che la Corte territoriale ha espressamente affermato
l’impossibilità di ribaltare l’assoluzione dell’imputato dai reati di violenza
sessuale, cessione di sostanze stupefacenti e sequestro di persona, per la
impossibilità di procedere al nuovo esame della persona offesa, nelle more
divenuta irreperibile, in ossequio alla regola della necessaria rinnovazione
dell’esame dei soggetti che abbiano reso dichiarazioni sui fatti del processo,
ritenute decisive ai fini del giudizio assolutorio di primo grado (Sez. U, n. 27620

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non comprometta per intero la stessa credibilità del dichiarante ovvero non infici

del 28/04/2016, Dasgupta, Rv. 267487), va evidenziato che la Corte territoriale
ha formulato una valutazione di attendibilità delle dichiarazioni relative
all’aggressione, non soltanto per l’assenza di pregressi motivi di dissidio, e per la
natura dettagliata e priva di contraddizioni del narrato, ma anche per i riscontri
forniti dal referto medico, dalle immagini fotografiche delle lesioni scattate al
Pronto Soccorso dall’amico della persona offesa, Ricci, dalle dichiarazioni del
consulente tecnico del P.M., di Ricci, del tassista (Gomiero) che ha prelevato la
donna dall’abitazione del Cascone, che aveva notato le labbra gonfie, e della

donna provenienti dall’abitazione del Cascone.
Quanto al referto medico, in particolare, la sentenza ha congruamente
evidenziato che le lesioni riscontrate (ecchimosi del labbro inferiore e del collo,
contusioni ecchimotiche della parete toracica, degli arti inferiori e superiori,
contusioni cranio-facciali, distrazione del rachide cervicale) sono pienamente
compatibili con l’aggressione narrata dalla persona offesa, e non certo con una
caduta determinata da una asserita crisi epilettica, secondo la versione, ritenuta
inverosimile, dell’imputato; le ecchimosi hanno infatti riguardato l’intero soma, e,
in particolare quelle localizzate al collo, alla mammella e agli arti inferiori e
superiori, rimandano in modo evidente al tentativo di immobilizzare e zittire la
donna, secondo la ricostruzione dei fatti riferita dalla persona offesa.
La Corte territoriale ha, altresì, formulato una valutazione di inattendibilità
della versione resa dall’imputato, che, in assenza di contraddizioni o illogicità
(tanto meno manifeste), è insindacabile; la sentenza ha infatti evidenziato che
l’imputato, pur avendo sostenuto che la donna si era allontanata dalla sua
abitazione in “perfette condizioni”, nonostante i referti medici e le testimonianze
già richiamate, non ha spiegato il motivo per il quale si è comunque offerto di
accompagnarla in ospedale; inoltre, aveva consigliato alla donna di dire al
fidanzato di avere subìto un’aggressione ad opera di ignoti, con una versione
logicamente finalizzata a giustificare i segni evidenti di percosse, non già
l’asserita caduta determinata da una crisi epilettica.
3.2. Il motivo con il quale si chiede la riqualificazione nel reato di lesioni
personali colpose è manifestamente infondato, essendo basato su una
alternativa ricostruzione dei fatti sostenuta dal ricorrente sulla scorta della
versione resa dal Cascone in sede di esame, e, per le ragioni appena evidenziate,
ritenuta, con apprezzamento di fatto immune da censure, inattendibile dalla
Corte di Appello.
3.3. Il motivo concernente l’aggravante della minorata difesa è
manifestamente infondato.

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vicina di casa dell’imputato (Nicotra), che ha riferito di aver sentito grida di

La valutazione della sussistenza della circostanza aggravante della minorata
difesa per approfittamento delle condizioni del soggetto passivo va operata dal
giudice valorizzando situazioni che, nel singolo caso, abbiano ridotto o comunque
ostacolato la capacità di difesa della parte lesa, agevolando in concreto la
commissione del reato (Sez. 2, n. 28795 del 11/05/2016, De Biasi, Rv. 267496;
Sez. 2, n. 43128 del 07/10/2014, Apicella, Rv. 260530); le circostanze di
persona che, ai sensi dell’art. 61 n. 5 cod. pen. aggravano il reato quando
l’agente ne approfitti possono consistere in uno stato di debolezza fisica o

esse devono essere conosciute dall’agente e tali da ostacolare, in relazione alla
situazione fattuale concretamente esistente, la reazione dell’Autorità pubblica o
delle persone offese, agevolando la commissione del reato (Sez. 2, n. 13933 del
07/01/2015, Nanni, Rv. 263293).
Tanto premesso, la sentenza impugnata ha correttamente affermato la
sussistenza dell’aggravante della minorata difesa, ritenendo irrilevante che le
condizioni utili a facilitare il compimento dell’azione criminosa siano maturate
occasionalmente e indipendentemente dalla volontà dell’agente, come sostenuto
dal ricorrente, ed affermando che l’imputato ha approfittato non solo delle
condizioni di scarsa lucidità della donna, che aveva assunto stupefacenti ed
alcool, ma anche del contesto ambientale, trovandosi la persona offesa da sola
all’interno dell’abitazione dell’imputato, nell’impossibilità di chiedere aiuto o di
potersi allontanare.
3.4. Il motivo concernente l’asserita assenza di dolo, per le condizioni di
scarsa lucidità dell’imputato, è manifestamente infondato, in quanto non risulta
che l’assunzione di stupefacenti avesse inciso sull’imputabilità dell’agente;
peraltro, al di fuori delle ipotesi di caso fortuito o forza maggiore, l’assunzione di
sostanze stupefacenti non esclude l’imputabilità (art. 93 cod. pen.).
In ogni caso, il dolo di fattispecie concerne la coscienza e volontà della
condotta illecita, e, per le modalità e gli esiti dell’aggressione, non appare
suscettibile di seria doglianza in ordine alla sussistenza.

4. Il motivo sulla eccessività della pena è inammissibile.
È, infatti, pacifico che la graduazione della pena, anche in relazione agli
aumenti ed alle diminuzioni previsti per le circostanze aggravanti ed attenuanti,
rientra nella discrezionalità del giudice di merito, che la esercita, così come per
fissare la pena base, in aderenza ai principi enunciati negli artt. 132 e 133 cod.
pen.; ne discende che è inammissibile la censura che, nel giudizio di cassazione,
miri ad una nuova valutazione della congruità della pena la cui determinazione
non sia frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico e sia sorretta da

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psichica in cui la vittima del reato si trovi per qualsiasi motivo; ne consegue che

sufficiente motivazione (ex multis, Sez. 5, n. 5582 del 30/09/2013, dep. 2014,
Ferrario, Rv. 259142).
Peraltro, se, in tema di determinazione della pena, quanto più il giudice
intenda discostarsi dal minimo edittale, tanto più ha il dovere di dare ragione del
corretto esercizio del proprio potere discrezionale, indicando specificamente, fra i
criteri oggettivi e soggettivi enunciati dall’art. 133 cod. pen., quelli ritenuti
rilevanti ai fini di tale giudizio (Sez. 6, n. 35346 del 12/06/2008, Bonarrigo, Rv.
241189), tuttavia, nel caso in cui venga irrogata una pena al di sotto della media

giudice, essendo sufficiente il richiamo al criterio di adeguatezza della pena, nel
quale sono impliciti gli elementi di cui all’art. 133 cod. pen. (Sez. 4, n. 46412 del
05/11/2015, Scaramozzino, Rv. 265283), ovvero se il parametro valutativo è
desumibile dal testo della sentenza nel suo complesso argomentativo e non
necessariamente solo dalla parte destinata alla quantificazione della pena (Sez.
3, n. 38251 del 15/06/2016, Rignanese, Rv. 267949).
Nel caso in esame, le sentenze di merito hanno applicato una pena che,
tenendo conto dell’aggravante della minorata difesa, è inferiore alla media
edittale, e che è stata ritenuta congrua in ragione della oggettiva gravità dei fatti
e della durata della malattia, che è stata correttamente individuata in 25 giorni,
alla stregua degli accertamenti medici del consulente del P.M., e non limitata
all’iniziale prognosi di 7 giorni formulata dal Pronto Soccorso.
4.1. Analoga considerazione va estesa al mancato riconoscimento delle
attenuanti generiche, che, con apprezzamento in fatto immune da illogicità, e
dunque incensurabile in sede di legittimità, la sentenza impugnata ha negato,
ritenendo non essere emersi elementi favorevoli all’imputato.
Al riguardo, premesso che, in tema di attenuanti generiche, il giudice del
merito esprime un giudizio di fatto, la cui motivazione è insindacabile in sede di
legittimità, purché sia non contraddittoria e dia conto, anche richiamandoli, degli
elementi, tra quelli indicati nell’art. 133 cod. pen., considerati preponderanti ai
fini della concessione o dell’esclusione (Sez. 5, n. 43952 del 13/04/2017,
Pettinelli, Rv. 271269), va ribadito che il mancato riconoscimento delle
circostanze attenuanti generiche può essere legittimamente motivato dal giudice
con l’assenza di elementi o circostanze di segno positivo, a maggior ragione dopo
la riforma dell’art. 62-bis, disposta con il d.l. 23 maggio 2008, n. 92, convertito
con modifiche nella legge 24 luglio 2008, n. 125, per effetto della quale, ai fini
della concessione della diminuente, non è più sufficiente il solo stato di
incensuratezza dell’imputato (Sez. 1, n. 39566 del 16/02/2017, Starace, Rv.
270986).

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edittale, non è necessaria una specifica e dettagliata motivazione da parte del

Nel caso in esame, la sentenza impugnata ha evidenziato l’assenza di
elementi favorevoli valutabili ai fini del riconoscimento delle attenuanti
generiche, l’oggettiva gravità del fatto, e l’elevato stato di sofferenza psicologica
della vittima, desunto dal terrore provato durante l’aggressione, che la induceva
a non accusare immediatamente l’imputato.
Sicché la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche è
giustificata da motivazione esente da manifesta illogicità, che, pertanto, è
insindacabile in cassazione (Sez. 6, n. 42688 del 24/9/2008, Rv. 242419), anche

che il giudice di merito, nel motivare il diniego della concessione delle attenuanti
generiche, prenda in considerazione tutti gli elementi favorevoli o sfavorevoli
dedotti dalle parti o rilevabili dagli atti, ma è sufficiente che egli faccia
riferimento a quelli ritenuti decisivi o comunque rilevanti, rimanendo disattesi o
superati tutti gli altri da tale valutazione (Sez. 2, n. 3609 del 18/01/2011,
Sermone, Rv. 249163; Sez. 6, n. 34364 del 16/06/2010, Giovane, Rv. 248244).

5. I motivi concernenti la costituzione di parte civile e la determinazione del
risarcimento dei danni sono inammissibili.
Con riferimento alla doglianza con la quale si lamenta la mancata
presentazione delle conclusioni, che avrebbe determinato una revoca implicita
della costituzione di parte civile, va ribadito il principio secondo cui l’inosservanza
della norma di cui all’art. 523, comma secondo, cod. proc. pen. per omessa
determinazione nelle conclusioni scritte delle parti civili dell’ammontare dei danni
dei quali si chiede il risarcimento non produce alcuna nullità, né impedisce al
giudice di pronunciare condanna generica al risarcimento, in quanto l’esercizio
dell’azione civile ha come unica condizione essenziale la richiesta di risarcimento,
la cui entità può essere precisata in altra sede dalla stessa parte o rimessa alla
prudente valutazione del giudice (Sez. 6, n. 7128 del 22/12/2015, dep. 2016,
Biffi, Rv. 266537).
Nel caso in esame, la Corte territoriale ha confermato le statuizioni civili, già
disposte in primo grado, senza liquidare le spese processuali della parte civile
non comparsa in udienza (Sez. 2, n. 42934 del 18/09/2014, Messina, Rv.
260830: “In tema di spese relative all’azione civile, il giudice di appello non può
liquidare d’ufficio le spese processuali sopportate dalla parte civile che non sia
comparsa in udienza e non abbia presentato le conclusioni in forma scritta e la
nota spese di cui all’art. 153 disp. att. cod. proc. pen., difettando il requisito
della presentazione di una specifica domanda sul punto”).

La doglianza relativa alla sproporzione del risarcimento dei danni liquidato è
inammissibile, in quanto non è deducibile con il ricorso per cassazione la

11

.(7);

■..

considerato il principio affermato da questa Corte secondo cui non è necessario

questione relativa alla pretesa eccessività della somma di denaro liquidata a
titolo di provvisionale (Sez. 4, n. 34791 del 23/06/2010, Mazzamurro, Rv.
248348; Sez. 2, n. 49016 del 06/11/2014, Patricola, Rv. 261054:

“Il

provvedimento con il quale il giudice di merito, nel pronunciare condanna
generica al risarcimento del danno, assegna alla parte civile una somma da
imputarsi nella liquidazione definitiva non è impugnabile per cassazione, in
quanto per sua natura insuscettibile di passare in giudicato e destinato ad essere

6. Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue la condanna al
pagamento delle spese processuali e la corresponsione di una somma di denaro
in favore della cassa delle ammende, somma che si ritiene equo determinare in
Euro 2.000,00.

P.Q.M .

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese del procedimento e della somma di C 2.000,00 a favore della Cassa delle
ammende.

Così deciso in Roma il 27/03/2018

Il Consigliere estensore

Il Piesidente

Giuseppe Riccardi

Rosa Pezzi..0 -2

e

I

C-422t.(1

(

Depositato in CanceiTeria

travolto dall’effettiva liquidazione dell’integrale risarcimento”).

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