Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 35757 del 05/02/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 35757 Anno 2018
Presidente: BRUNO PAOLO ANTONIO
Relatore: MICHELI PAOLO

SENTENZA

sul ricorso proposto nell’interesse di
Surace Domenico, nato a Melito di Porto Salvo il 04/01/1961

avverso la sentenza emessa il 18/04/2016 dalla Corte di appello di Milano

visti gli atti, la sentenza ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Dott. Paolo Micheli;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott.ssa
Maria Francesca Loy, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
udito, per la parte civile Manfredi Tiziana, l’Avv. Laura Panciroli, la quale ha
concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilità, ovvero il rigetto, del ricorso
dell’imputato;
udito per il ricorrente l’Avv. Domenico Battista, il quale ha concluso chiedendo
l’accoglimento del ricorso e l’annullamento della sentenza impugnata

Data Udienza: 05/02/2018

RITENUTO IN FATTO

Il difensore di Domenico Surace ricorre avverso la sentenza indicata in
epigrafe, recante la conferma di una pronuncia di condanna del Tribunale di
Milano, emessa il 15/07/2014. Il Surace è stato dichiarato colpevole del reato di
diffamazione, per avere offeso la reputazione di Tiziana Manfredi (capo della
divisione bilancio e programmazione finanziaria dell’Università degli Studi di
Milano, nonché – ad interim –

della divisione contabilità generale) con una serie

dell’ateneo – ai dipendenti della stessa Università.
La difesa deduce vizi della motivazione della sentenza impugnata, nella parte
in cui sarebbe stato riconosciuto rilievo a condotte del Surace anteriori rispetto a
quelle descritte in rubrica: la penale responsabilità dell’imputato, in altre parole,
sarebbe stata ricavata da una valutazione complessiva del comportamento del
ricorrente, tenendo conto soprattutto di episodi diversi ed anteriori rispetto a
quelli oggetto del giudizio. Al contrario, l’operatività della esimente
dell’esercizio di critica, legittimamente ma inutilmente invocata nell’interesse del
Surace nel corso del giudizio di merito, avrebbe dovuto essere valutata con
esclusivo riferimento ai comunicati di cui al capo d’imputazione.
Con un distinto motivo di doglianza, ma ancora con riguardo alla censura
indicata al punto precedente, il difensore del ricorrente lamenta la inosservanza
ed erronea applicazione degli artt. 132 e 133 cod, pen., giacché una condotta del
reo anteriore alla commissione del delitto potrebbe essere oggetto di valutazione
ai soli fini della graduazione della pena.
Con il terzo motivo di ricorso, la difesa si duole della manifesta illogicità della
motivazione della pronuncia, nella parte in cui i giudici di merito non hanno
inteso ravvisare – nella prospettiva dell’applicabilità della scriminante ex art. 51
cod. pen. – la sussistenza dei requisiti della verità dei fatti rappresentati, del
pubblico interesse a venirne informati e della continenza delle modalità
espressive. A riguardo, si ribadisce l’oggettiva sussistenza degli errori nella
stesura della bozza di bilancio in cui la Manfredi incorse, dei quali il Surace volle
porre a conoscenza una platea di soggetti titolati ad esserne edotti (coloro cui
erano stati inviati i comunicati, dipendenti e collaboratori dell’Università, erano i
diretti destinatari delle scelte contabili ivi commentate): errori, infatti,
pacificamente corretti in seguito da un collegio di revisori.
Inoltre, come più volte affermato dalla giurisprudenza di legittimità, sarebbe
stato necessario evidenziare la differente estensione della libertà espressiva da
riconoscere, in punto di continenza, al soggetto che intenda criticare una
condotta altrui: l’esercizio del diritto di critica, a differenza da quello di cronaca,

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di comunicati inviati, nella veste di componente del consiglio di amministrazione

si concretizza non già nella narrazione di un fatto, bensì nell’espressione di un
giudizio o di un’opinione che, dunque, non possono essere in alcun modo
rigorosamente obiettivi, fondandosi piuttosto su interpretazioni personali. In
ogni caso l’imputato, pur censurando l’operato tecnico della Manfredi, non
promosse alcun attacco denigratorio.
Da ultimo, con il quarto motivo di ricorso, il difensore deduce la violazione
degli artt. 163 e 131-bis cod. pen.
Relativamente alla confermata esclusione del beneficio della sospensione

indebitamente accomunate tutte le manifestazioni del pensiero critico espresso
dall’imputato nei confronti della ricorrente, come se si fosse trattato di episodi
egualmente diffamatori, omettendo di considerare che le condotte precedenti del
Surace non erano state avvertite come lesive neppure dalla stessa destinataria
(la quale non aveva presentato querela a riguardo), né ne era mai stata
accertata la rilevanza penale. Quanto alla presunta significatività della lesione
arrecata al bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice, questa non
avrebbe potuto desumersi dalla “natura delle offese”, tenuto conto che le critiche
mosse dall’imputato riguardarono esclusivamente le qualità professionali della
Manfredi, né dal ruolo dirigenziale ricoperto dalla suddetta.
Il 22/03/2017 il difensore del Surace ha depositato una memoria, con la
quale ha inteso insistere nelle doglianze formulate con i primi tre motivi di
ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso non può trovare accoglimento.
1.1 Quanto alle prime due censure, afferenti la presunta rilevanza attribuita
dai giudici di merito a condotte non contestate in rubrica, deve innanzi tutto
rilevarsi che i fatti addebitati al Surace riguardano – come si legge nel capo
d’imputazione – tre comunicati (del 10, 15 e 21 dicembre 2010): nel primo, il
ricorrente reputò “fuori legge” la spesa obbligatoria del personale, contenuta
nella proposta di bilancio di previsione per l’esercizio 2011 e per il triennio 20112013, definendo la Dott.ssa Manfredi come persona “di notoria, fragile
competenza professionale”; nel secondo, formulò l’interrogativo se “è vero o non
è vero che la Dottoressa Manfredi ha redatto i consuntivi 2008 e 2009 pieni di
grossolani errori, che manco un ragioniere appena diplomato oserebbe fare”;
nell’ultimo, esprimeva l’opinione che il bilancio di previsione fosse, in più punti,
“illegale”.

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condizionale della pena, la difesa ribadisce che appaiono erroneamente e

Questi, e non altri, sono dunque i fatti di cui l’imputato è chiamato a
rispondere: e su questi si è innegabilmente incentrata l’attenzione del Tribunale
e della Corte di appello, con la doverosa precisazione che – al fine di inquadrare
l’effettivo contesto dei rapporti all’epoca esistenti fra i due protagonisti della
vicenda, come spiegato a pag. 6 della motivazione della sentenza impugnata era senz’altro corretto sottolineare come gli episodi del dicembre 2010 non
fossero stati il frutto di iniziative occasionali ed episodiche del Surace,
costituendo invece l’ennesimo palesarsi di una sua ingiustificata acredine nei

l’espressione di un giudizio aspramente critico nei riguardi di taluno possa dirsi in capo a chi lo formula – libera manifestazione del pensiero, e soprattutto di
valutare la sussistenza o meno di una volontà lesiva della reputazione altrui, un
conto è verificare se si tratti di una iniziativa occasionale, conseguente al
realizzarsi di circostanze specifiche, altra cosa è se l’autore di quella censura sia
sistematicamente aduso a contrapporsi, con evidente e strumentale malanimo,
al soggetto criticato. Ed a nulla rilevano, in tale prospettiva, le determinazioni
volta a volta assunte dal diffamato sulla formalizzazione di istanze punitive
(rientrando nella sua sensibilità scegliere se querelarsi o meno, laddove ritenga
che la misura sia colma od a seguito di comportamenti percepiti come
maggiormente offensivi): se non a discernere, appunto, le sole condotte
criminose per cui sussista la necessaria condizione di procedibilità.
1.2 Si rivelano parimenti infondate le doglianze difensive in ordine alla
ravvisabilità della scriminante del diritto di critica.
Già in punto di verità del fatto divulgato, vero è che

– secondo un

consolidato indirizzo interpretativo – «in tema di diffamazione, per la sussistenza
dell’esimente dell’esercizio del diritto di critica è necessario che quanto riferito
non trasmodi in gratuiti attacchi alla sfera personale del destinatario e rispetti un
nucleo di veridicità, in mancanza del quale la critica sarebbe pura congettura e
possibile occasione di dileggio e di mistificazione, fermo restando che l’onere del
rispetto della verità è più attenuato rispetto all’esercizio del diritto di cronaca, in
quanto la critica esprime un giudizio di valore che, in quanto tale, non può
pretendersi rigorosamente obiettivo» (Cass., Sez. V, n. 43403 del 18/06/2009,
Ruta, Rv 245098); tuttavia, è necessario distinguere, come rivela la stessa
casistica giurisprudenziale, le fattispecie in cui un’espressione critica riguardi
circostanze ex se valutabili, da quelle in cui l’opinione negativa sul conto di un
soggetto risulti formulata sulla base di un dato comunque accertato, o
presentato come tale. Volendo ricorrere ad un esempio banale, un conto è
censurare la prestazione offerta in campo da un calciatore, rappresentando
genericamente che egli abbia giocato sotto tono; ben altro è ricorrere a un

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confronti della persona offesa. In vero, anche al fine di comprendere se

giudizio negativo, magari formulato in termini identici, muovendo però dalla
notizia – non vera – che quel centravanti abbia calciato un rigore talmente male
da spedire la palla in curva. L’autore della critica potrà pure sostenere che
all’atleta destinatario dei suoi strali manchino i fondamentali del gioco e sarebbe
giusto dimezzare l’ingaggio, fermo restando il problema di valutare la continenza
di espressioni come quelle ora ipotizzate o di altre ancor più denigratorie: di
certo, non gli sarà consentito farlo sulla base del rigore sbagliato, se nel corso
della partita non ve ne siano stati.

affermare che «in tema di diffamazione, ai fini della applicazione dell’esimente
dell’esercizio del diritto di critica, non può prescindersi dal requisito della verità
del fatto storico ove tale fatto sia posto a fondamento della elaborazione critica»
(Cass., Sez. V, n. 8721/2018 del 17/11/2017, Coppola, Rv 272432): così
individuando, per il peculiare diritto scriminante in esame, modalità di esercizio
non dissimili da quelle già fissate per il diritto di cronaca.
Tanto precisato, nel caso oggi sub judice è lo stesso imputato a chiarire come si legge ancora a pag. 6 della motivazione della pronuncia di secondo
grado – che gli errori contenuti nei consuntivi e nei bilanci predisposti dalla
Dott.ssa Manfredi, pure evidenziati da un collegio di revisori dei conti, vennero
ritenuti tali da non incidere sulla correttezza sostanziale dei dati esposti. A
quella che si rivela, pertanto, una già labile verità dei fatti esposti nei comunicati
anzidetti, si aggiunge la propalazione dei fatti medesimi ad una platea
assolutamente sproporzionata di presunti interessati (l’intero personale
dell’ateneo, in luogo di quello addetto alle aree contabili) e soprattutto l’utilizzo
di espressioni obiettivamente non rispettose del requisito della continenza (ove si
consideri, a tacer d’altro, l’avere descritto la persona offesa come dotata di
competenze inferiori a quelle di un neo-diplomato, con evidente ed ingiustificata
volontà di arrecarle discredito sul piano personale).
1.3 II diniego della sospensione condizionale della pena, infine, risulta
fondato – nella valutazione operata dal Tribunale, richiamata e condivisa
espressamente dalla Corte territoriale – su elementi afferenti il merito della
vicenda, quali la rilevata intensità del dolo e l’assenza di dati indicativi di
resipiscenza: elementi che, soprattutto a fronte di una condanna a sanzione
esclusivamente pecuniaria (v. Cass., Sez. V, n. 1136/2014 del 05/04/2013,
Held), non paiono suscettibili di ulteriore sindacato in sede di giudizio di
legittimità. Analogamente è a dirsi quanto alla esclusione dell’applicabilità
dell’istituto di cui all’art. 131-bis cod. pen., anche se si registrano profili di
illogicità nel ritenere il fatto di non particolare tenuità in ragione del ruolo
dirigenziale rivestito dalla Dott.ssa Manfredi nell’ente di appartenenza (come se

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E’ per questo che, con elaborazioni più recenti, questa Corte è giunta ad

un’offesa all’onore di un dipendente con attribuzioni inferiori fosse

ex se

suscettibile di assumere connotazioni di lievità); a tale argomentazione, ictu °cui/
erronea, la Corte di appello ne aggiunge però di ulteriori ed ineccepibili, ponendo
l’accento sulla già ricordata pervicacia dell’imputato nel denigrare la persona
offesa e sulla estesa diffusione dei comunicati in rubrica, inviati ad oltre 4.000
destinatari.

2. Il rigetto del ricorso comporta la condanna del Surace al pagamento delle

L’imputato deve essere altresì condannato a rifondere le spese sostenute
dalla parte civile che ha formulato conclusioni, da liquidare – avuto riguardo alla
complessità del procedimento ed all’attività defensionale svolta – nei termini di
cui al dispositivo.

P. Q. M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali,
nonché alla rifusione delle spese di parte civile, liquidate in C 1.800,00 oltre
accessori di legge.

Così deciso il 05/02/2018.

Il Con a ‘ere estensore

Il Presidente

Pao, • Micheli

Paolo Antonio Bruno

(

Depositqto. in C-T’rv – Oeria
r
;
Roma, lì

spese del presente giudizio di legittimità.

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