Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 35696 del 19/04/2018


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 35696 Anno 2018
Presidente: FUMU GIACOMO
Relatore: MICCICHE’ LOREDANA

SENTENZA
sul ricorso proposto da
ATTANASIO ALESSIO, nato il 16/07/1970 a Siracusa
avverso la sentenza del 13/6/2017 del Tribunale di Sorveglianza di Sassari
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Loredana Miccichè,
lette le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
generale Massimo Galli che ha concluso per l’annullamento senza rinvio del
provvedimento impugnato.

Data Udienza: 19/04/2018

RITENUTO IN FATTO
1 Il Tribunale di sorveglianza di Sassari ha rigettato l’istanza di ammissione al
patrocinio a spese dello Stato avanzate da Alessio Attanasio, detenuto in espiazione
pena.
A seguito di opposizione presentate ai sensi dell’art. 99 del d.P.R. 30 maggio
2002, n. 115, il magistrato di sorveglianza designato dal Presidente, a scioglimento
della riserva assunta all’udienza del 13 giugno 2017, ha confermato il rigetto

2.In particolare, il giudice di merito, dato atto che Attanasio risultava
definitivamente condannato per il delitto di cui all’art. 416 bis cod. pen. e che è
operativa la presunzione di superamento del reddito prevista dall’art. 76, comma 4bis, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, ha concluso nel senso che non risulta
superata tale presunzione.
Ha sottolineato al riguardo il decidente:
che i vari decreti di ammissione al patrocinio, prodotti dall’istante, adottati da
vari uffici giudiziari, frutto dell’autonomia decisionale dei vari giudici fondata sugli
elementi probatori presenti in ogni fascicolo, non costituirebbero comunque
precedenti ai quali necessariamente uniformarsi;
che, inoltre, la sentenza della Corte di appello di Catania del 27 luglio 2011 ha
accertato che tra il 2005 ed il 2010 Alessio Attanasio ha ricevuto dall’organizzazione
criminale di appartenenza un “regolare stipendio”;
ancora, che in più sentenze della Corte di appello di Catania (del 7 giugno
2004; del 16 gennaio 2012; del 26 giugno 2015) si è accertato che lo stesso
ricopriva un ruolo di vertice nel clan mafioso Bottaro – Attanasio ed all’interno di
un’associazione ex art. 74 del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309;
infine che, secondo le informazioni fornite della Procura della Repubblica di
Catania il 26 giugno 2014, un collaboratore di giustizia, Attilio Pandolfino, ha
dichiarato il 5 agosto 2013 che, sino a quella data, l’associazione criminale versava
regolarmente somme ai familiari dell’Attanasio.
3. Avverso il provvedimento

ha proposto tempestivo ricorso per cassazione

personalmente Alessio Attanasio lamentando promiscuamente violazione di legge (violazione
dell’art. 76, comma 4-bis, del d.P.R. n. 115 del 2002, che ammette prova contraria, come
stabilito dalla Corte costituzionale con sentenza n. 139 del 14-16 aprile 2010) e vizio
motivazionale.
Denunzia, infatti, in primo luogo, l’omessa valutazione da parte del decidente
delcontenuto della memoria e dei documenti depositati dall’opponente,
omissione che violerebbe il diritto di difesa e costituirebbe, nel contempo, difetto di

(provvedimento contraddistinto dal n. 754/2017 SIUS).

motivazione sindacabile in sede di legittimità. Evoca a parametro delle pretese illegittimità,
ingiustizia e sostanziale disparità di trattamento, in casi che si assume essere identici, il
provvedimento in data 12 novembre 2015 (allegato al ricorso) a firma dello stesso magistrato
– persona fisica, in veste di Presidente del Tribunale di sorveglianza, di accoglimento
dell’opposizione presentata avverso un decreto di rigetto di ammissione al patrocinio a spese
dello Stato.
Censura altresì la circostanza che la sentenza della Corte di appello di Catania del 27

dall’organizzazione criminale di appartenenza un “regolare stipendio”, in quanto ciò sarebbe
stato escluso dalla sentenza della Corte di cassazione del 17 novembre 2009, allegata
all’opposizione e non tenuta in considerazione dal giudice di merito.
Assume che la sentenza della Corte di legittimità del 19 dicembre 2012, indicata
nell’opposizione, esclude la sussistenza a carico di Attanasio dell’aggravante della
partecipazione associativa in posizione apicale.
Evidenzia che gli accertamenti compendiati nella nota della Guardia di Finanza di Siracusa
del 23 marzo 2013 non riguarderebbero soltanto i proventi leciti ma la complessiva situazione
del richiedente.
Precisa anche che la condanna per spaccio di droga conseguita riguarda solo droghe
leggere e che è stata esclusa la partecipazione ad associazione finalizzata al traffico di droghe
pesanti.
Quanto all’affermazione del collaboratore di giustizia, se ne ritiene l’assoluta falsità, in
quanto proveniente da soggetto denunziato penalmente dall’Attanasio per calunnia (con atto
datato 6 luglio 2016, allegato al ricorso); in ogni caso, a tutto voler concedere, i redditi cui fa
riferimento Pandolfino atterrebbero all’anno 2013 e non sarebbero rilevanti per una richiesta di
patrocinio dell’anno 2016.
In buona sostanza, il giudice di merito non avrebbe consentito l’esercizio del diritto alla
prova contraria (che deve essere garantito in base alla richiamata sentenza della Corte
costituzionale n. 139 del 2010) da parte dell’opponente.
Elenca, infine, il ricorrente documentazione prodotta dallo stesso e non valutata dal
giudice che dimostrerebbe la sussistenza dei requisiti per l’ammissione al patrocinio. Si tratta
di: libretti di conto corrente per le spese effettuate all’interno del carcere, che proverebbero la
non abbienza del richiedente; provvedimenti di proroga dell’originario decreto ministeriale di
sottoposizione a regime di detenzione speciale del 2009, decreti che non conterrebbero nessun
elemento di novità, in quanto sin da allora venivano riportate dichiarazioni di collaboratore di
giustizia circa la percezione di uno “stipendio” da parte di Attanasio; ordinanza del Tribunali di
Novara di accoglimento delle opposizioni avverso decreti di non ammissione al patrocinio;
certificati scolastici relativi al percorso rieducativo effettivamente seguito dal detenuto; copia
dei versamenti ricevuti in carcere tramite vaglia dalla madre; sentenza della S.C. del 2012,
che, saldandosi con quella della Consulta n. 139 del 2010, ribadisce l’obbligo di rigorosa

luglio 2011 abbia accertato che tra il 2005 ed il 2010 Alessio Attanasio ha ricevuto

valutazione da parte del giudice.
Chiede, in definitiva, l’annullamento con rinvio dell’ ordinanza impugnata.
4. Il P.G. della Corte di cassazione nella requisitoria ex art. 611 cod. proc. pen. ha
concluso per la dichiarazione di incompetenza .

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Va rilevato che non

sussiste alcuna incompetenza funzionale, posto che il

n.115/2002, dal giudice monocratico delegato dal Presidente del Tribunale competente
a pronunciarsi in ordine al reclamo sul provvedimento di diniego del beneficio. In
proposito, il Procuratore generale, pur concludendo per l’incompetenza, non ha rilevato
l’assenza di apposita delega nel fascicolo.
2. Venendo all’esame del ricorso, va osservato che il D.P.R. n. 115 del 2002, all’art. 76,
comma 4-bis, stabilisce che «Per i soggetti già condannati con sentenza definitiva per i
reati di cui agli art. 416 bis del codice penale […] nonché per i reati commessi
avvalendosi delle condizioni previste dal predetto art. 416 bis ovvero al fine di
agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo, ai soli fini del
presente decreto, il reddito si ritiene superiore ai limiti previsti».La disposizione, come
reso palese dalla lettera della legge, prevede una presunzione di superamento del limite
di reddito per i soggetti già condannati per gravissimi reati, in relazione alla
commissione dei quali si ritiene, in base a massime di esperienza, che l’autore abbia
beneficiato di redditi illeciti. Secondo l’interpretazione costituzionalmente orientata della
norma, fornita dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 139 del 2010, detta
presunzione deve ritenersi relativa e non assoluta, determinando semplicemente
un’inversione dell’onere della prova circa l’entità dei redditi. Ha ritenuto, infatti, il
Giudice delle leggi che, se è vero che non può ritenersi irragionevole che, sulla base
della comune esperienza, il legislatore presuma che l’appartenente ad un’organizzazione
criminale abbia tratto dalla sua attività delittuosa profitti sufficienti ad escluderlo in
permanenza dal beneficio del patrocinio a spese dello Stato, tuttavia, contrasta con i
principi costituzionali il carattere assoluto di tale presunzione, che determina
un’esclusione irrimediabile.
3. Peraltro, l’introduzione, costituzionalmente obbligata, della prova contraria non elimina
dall’ordinamento la presunzione prevista dal legislatore, che continua ad implicare
un’inversione dell’onere di documentare la ricorrenza dei presupposti reddituali per
l’accesso al patrocinio. Ne consegue che, come già condivisibilmente precisato, «spetta
al soggetto richiedente l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato l’onere di fornire
la prova contraria, idonea a vincere la presunzione relativa di superamento del limite di
reddito ostativo, nei casi previsti dall’art. 76, comma 4-bis, d.P.R. 30 maggio 2002, n.

provvedimento deve essere emesso, in conformità al disposto dell’art. 99 DPR

115 (In motivazione la Corte ha precisato che non sussiste alcun obbligo per il giudice
di valutare lo stato di indigenza del richiedente né di svolgere accertamenti in tal
senso)» (Sez. 4, n 5041 del 21/10/2010, dep. 2011, Figliolino, Rv. 249563; nello stesso
senso, più recentemente, Sez. 4 n. 30499 del 17/06/2014, Nave, Rv. 262242; Sez. 4,
n. 21230 del 14/03/2012, Villano, Rv. 252962).
4.

Tanto premesso, il ricorrente denunzia difetto motivazionale e violazione di legge ai
sensi dell’art. 606, comma 1, lett. b) ed e), cod. proc. pen. nella valutazione da parte

Collegio che il ricorso per cassazione avverso l’ordinanza emessa ai sensi dell’art. 99 del
d.P.R. n. 115 del 2002 è ammesso esclusivamente per violazione di legge, nella quale
rientra, come noto, la mancanza di motivazione ma non può rientrare il vizio
riguardante la congruità delle valutazioni del Giudice (Sez. 4, n. 16908 del 07/02/2012,
Grando, Rv. 252372), pena la indebita espansione del ruolo della Corte di cassazione ad
ennesimo giudice del merito. Infatti, «[…] è pacifico che nel concetto di violazione di
legge può comprendersi la mancanza assoluta di motivazione o la presenza di
motivazione meramente apparente, in quanto correlate all’inosservanza di precise
norme processuali, quali, ad esempio, l’art. 125 c.p.p., secondo cui la motivazione è
prevista a pena di nullità. L’apparenza della motivazione de! provvedimento impugnato
non consente, invero, il controllo del procedimento logico seguito dal giudice. Non può
invece ricomprendervisi la contraddittorietà o la manifesta illogicità della motivazione,
previste come autonomo motivo di annullamento dall’art. 606 c.p.p., lett. e), ne’
tantomeno il travisamento del fatto non risultante dal testo del provvedimento» (così,
testualmente, al punto n. 3.1.1. della motivazione di Sez. 3, n. 3271 del 10/12/2009,
dep. 2010, Provenza e altro, Rv. 245877; cfr. in senso conforme, recentemente, Sez. 4,
n. 11478 del 09/02/2017, Attanasio, non mass., in motivazione al punto n. 2.1. del
“considerato in diritto”).Nella violazione di legge debbono, quindi, intendersi inclusi ai
fini in esame sia gli errores in iudicando o in procedendo sia quei vizi della motivazione
talmente radicali da rendere l’apparato argomentativo posto a sostegno del
provvedimento o del tutto mancante oppure privo dei requisiti minimi di coerenza,
completezza e ragionevolezza.
5. Ciò posto, l’ordinanza impugnata non risulta affetta da violazione di legge sotto il
profilo, che sarebbe ipoteticamente rilevante in sede di legittimità, di sostanziale
omissione di pronunzia, avendo, in effetti, il decidente fatto riferimento alle informazioni
ritenute maggiormente qualificanti tra quelle confluite in atti (disattese, anche
implicitamente, le altre), con speciale, anche se non esclusivo, riferimento alle notizie
pervenute tramite nota della Procura della Repubblica di Catania del 26 giugno 2014,
ove si riferiscono informazioni apprese il 5 agosto 2013 da parte di un collaboratore di
giustizia, secondo il quale anche in tempi relativamente recenti, sino a luglio 2013,
un’associazione criminale di tipo mafioso avrebbe inviato uno “stipendio” ai familiari di

del Tribunale di sorveglianza del mancato superamento della presunzione. Osserva il

Attanasio. Tale elemento fattùale, è stato, dunque, con implicita evidenza, ritenuto dal
giudice di merito, più attendibile, anche perché cronologicamente più recente, delle
richiamate informazioni della Guardia di Finanza, valutate – con passaggio non illogico come riferite ai soli redditi non illeciti; il tutto alla luce delle ulteriori circostanze prese in
esame dal giudice di merito e che si sono riferite. Può dunque, in qualche misura, nel
caso di specie prospettarsi un problema di congruità della motivazione reiettiva,
questione, tuttavia, inaccessibile, in quanto tale, alla Corte di cassazione, ma non già di

mancanza) motivazionale, vizi la cui ricorrenza è, come si è detto, da escludersi nel
caso di specie.
6. Consegue da tutte le considerazioni svolte la declaratoria di inammissibilità del ricorso e
la condanna del ricorrente, oltre che al pagamento delle spese processuali, anche al
versamento a favore della cassa delle ammende, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen.
(non sussistendo la situazione impeditiva di cui alla sentenza n. 186 del 13 giugno 2000
della Corte costituzionale), di una somma che si ritiene conforme a diritto fissare in
duemila euro.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali e della somma di euro duemila in favore della cassa delle ammende.
Così deciso il 19 aprile 2018.

Il onsigliere estensore
Lo edana Mi cichè
s

Il PrésiOente
i
G i adìo Fumu
,

y\_

sua illegittimità tout court causata da assenza o da mera apparenza (equiparata alla

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