Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 35689 del 08/03/2018


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 35689 Anno 2018
Presidente: FUMU GIACOMO
Relatore: NARDIN MAURA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
D’ELIA ANGELO GIANMARCO nato a BELVEDERE MARITTIMO il 11/06/1970

avverso l’ordinanza del 14/09/2017 della CORTE APPELLO di SALERNO
udita la relazione svolta dal Consigliere MAURA NARDIN;
sentite le conclusioni del PG che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso

Data Udienza: 08/03/2018

RITENUTO IN FATTO

1.

Con ricorso proposto, a mezzo del proprio difensore, Angelo Giammarco

D’Elia impugna l’ordinanza della corte di appello di Salerno del 14 settembre
2017 che ha dichiarato l’inammissibilità dell’istanza di revisione dal medesimo
formulata avverso la sentenza della Corte di appello di Catanzaro del 23 aprile
2012 con cui egli è stato ritenuto responsabile del reato di omicidio colposo, per
avere causato la morte di Francesco Ganaglione, con colpa consistito in

perché nell’affrontare una curva, a causa dell’alta velocità impostava una
traiettoria scorretta invadendo l’opposta corsia di marcia ed investendo la Fiat
Panda condotta da Francesco Ganaglione, il quale riportava lesioni gravissime
che lo conducevano alla morte.
2.

L’ordinanza della Corte d’appello di Salerno ha ritenuto l’inammissibilità

della richiesta di revisione sotto due distinti profili. In primo luogo, per non
essere le prove poste a fondamento dell’istanza “nuove prove”, in quanto già
prese in esame in precedente giudizio di revisione, conclusosi con il rigetto. In
secondo luogo, perché, esse non sarebbero comunque idonee a condurre ad un
nuovo ed opposto accertamento, in quanto indicative solo di un diverso punto di
impatto fra le auto, il che non eliminerebbe il profilo di colpa -quantomeno
concorrente- consistito nella aver tenuto una velocità troppo elevata (105-125
km/h), rispetto al limite consentito (i 70 km/h), non sottraendolo alla
responsabilità penale.
3.

Il ricorrente formula in questa sede due motivi di ricorso

4.

Con il primo eccepisce violazione la falsa applicazione degli articoli 630

lett. c) 634 e 641 cod. proc. pen.. Sottolinea l’erroneità dell’assunto della corte
territoriale, che ritiene le fotografie dimostranti l’inesistenza del punto di impatto
e delle tracce di escavazione sul luogo rinvenute nella corsia di pertinenza
dell’auto investita ed il verbale di intervento dei vigili del fuoco, prove già offerte
nella precedente richiesta di revisione. Rileva che tali apporti probatori non
ottennero mai né direttamente, né indirettamente o anche solo implicitamente,
una valutazione di merito. E ciò, in virtù della dichiarazione di inammissibilità del
mezzo probatorio che le conteneva, consistente nella consulenza tecnica di parte
dell’ingegner Moretti, che, in quanto l’elaborato tecnico, non fu ritenuto “prova
nuova” perché fondato sugli stessi livelli di conoscenza scientifica presenti al
momento della sentenza di condanna. Tuttavia l’efficacia dimostrativa delle
fotografie e del verbale dei Vigili del Fuoco, oggi direttamente offerti, imponeva
un diverso scrutinio valutativo circa il loro potenziale contenuto e la loro forza
dimostrativa dell’erroneità del giudicato impugnato. Sostiene che le foto2

negligenza imprudenza imperizia e violazione delle norme del codice della strada

ritraendo l’ inesistenza del punto di impatto- sono idonee a capovolgere tutti gli
accertamenti fondanti la colpevolezza del d’Elia sia in ordine alle modalità di
accadimento del sinistro ed al punto di’ impatto, che alla velocità dei veicoli. Ed
invero, il verbale redatto dai vigili del fuoco, mai acquisito al fascicolo
processuale, descrive l’intervento nell’immediatezza del sinistro, allorquando essi
dovettero provvedere non solo alla rimozione delle lamiere, ma al lavaggio della
strada. In quell’occasione, infatti, fu proprio l’operazione compiuta dai vigili del
Fuoco per l’estrazione della vittima, che creò quelle scie parallele vicino alla

un moto roto-traslatorio dell’auto. Mentre i carabinieri, nell’immediatezza del
sinistro, non le indicarono nel loro elaborato con ricostruttivo, non perché, come
ritenuto dalla sentenza, ingannati dall’oscurità, ma in quanto evidentemente
presenti al formarsi delle tracce, a seguito dell’intervento dei vigili del fuoco.
Ancora rileva la novità della prova costituita dalla sentenza di assoluzione dal
reato di cui all’art. 371 cod. pen di Luciano Martorello, trasportato sull’auto
condotta dal d’Elia, che aveva fornito informazioni sulla dinamica del sinistro
coincidenti con quelle rilevate dai carabinieri, disattesa dalla consulenza tecnica
del pubblico ministero e dalla perizia fondanti la sentenza di condanna. Conclude
affermando la validità degli elementi a fondare l’ammissibilità dell’istanza di
revisione.
5.

Con il secondo motivo rileva la violazione degli articoli 630 lett. c) e

631 cod. proc. pen., nonché la contraddittorietà ed illogicità della motivazione
nella parte in cui afferma che le prove offerte quali prove nuove, ancorché
acquisite al processo, sarebbero inidonee sotto il profilo prognostico a condurre
al proscioglimento dell’imputato, permanendo in ogni caso il concorso di colpa
dovuto all’alta velocità. Sottolinea che lo stesso ragionamento della corte
dimostra intrinsecamente la potenzialità delle nuove prove a giungere a una
declaratoria di non colpevolezza, così determinando l’ammissibilità dell’istanza.
6.

Con memoria ex art. 611, comma 1″, il ricorrente insiste nei motivi di

ricorso già proposti, sottolienando la valenza probatoria destrutturante le
argomentazioni poste a fondamento della condanna delle nuove prove offerte.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1.

Il ricorso è inammissibile.

2.

Come correttamente osservato dalla corte territoriale la presente

richiesta di revisione è sostanzialmente sovrapponibile, quanto ai contenuti
probatori, a quella formulata in data 4 agosto 2015, il cui rigetto è stato
confermato con sentenza 13 dicembre 2016 di inammissibilità del ricorso per

3

Panda, ritenute dal consulente tecnico tracce di strofinamento, sintomatiche di

cassazione (cfr. n. 3329/2017). Essa è, infatti, fondata su rilievi fotografici, che si
assumono non precedentemente offerti all’attenzione del giudice della revisione
(foto scattate dal consulente di parte del pubblico ministero, Vitelli, all’epoca non
trasmesse al D’Elia, non contenute nella relazione del tecnico) e sul verbale dei
Vigili del Fuoco contenente altre fotografie dei luoghi, ritenute idonee a
dimostrare come tecnici fossero stati tratti in inganno circa la presenza di tracce
di roto-traslazione della Panda, ove viaggiava la vittima del sinistro, essendo
dette tracce causate dai pneumatici posteriori del camion degli operanti. Si tratta

novità, essendo le fotografie scattate dal consulente del pubblico ministero,
offerte con la seconda istanza di revisione, già contenute nella consulenza
Moretti, posta a corredo della prima istanza e, pertanto, già scrutinate in quella
sede.
Parimenti viene esclusa dall’ordinanza qui impugnata la natura di nuova
prova al verbale dei Vigili del Fuoco, in ordine al quale si osserva che l’unica
novità – rispetto alla versione allegata con la consulenza Moretti- è costituita da
una didascalia esplicativa, corredata di un’argomentazione identica a quelle
vagliate in precedenza, relativa alla ricostruzione del significato delle tracce in
relazione al moto della Panda.
La disamina della Corte territoriale, che peraltro accerta l’identità delle prove
indicandone la collocazione precisa nel corpo della consulenza in precedenza
prodotta, è del tutto esaustiva e priva di ogni difetto di coerenza. Né compete a
questa Corte la rivalutazione diretta dell’identità degli elementi probatori, posti a
fondamento dell’istanza, essendo il sindacato limitato al vaglio della logicità della
motivazione di inammissibilità.
Infine, incensurabile appare anche la conclusione, cui perviene l’ordinanza
impugnata, circa l’inidoneità a sostenere l’ammissibilità del giudizio di revisione
di prove che siano astrattamente compatibili solo con un semplice trattamento
sanzionatorio più favorevole o con l’affermazione di un concorso di colpa,
dovendo esse condurre necessariamente, ove positivamente valutate, al
proscioglimento dell’interessato. Ed invero, del tutto errata è la considerazione
secondo la quale il semplice dubbio circa la capacità del nuovo elemento offerto
al giudice di modificare il giudicato, comporta l’ammissibilità del giudizio di
revisione e ciò in quanto, per superare l’irrevocabilità della sentenza, l’art. 631
richiede proprio l’idoneità del materiale “nuovo” a sovvertire l’accertamento, non
solo a correggerne l’assetto.
Deve, dunque, concludersi per l’inammissibilità del ricorso con condanna del
ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro duemila
in favore della cassa delle ammende.
4

di prove rispetto alle quali, tuttavia, la corte d’appello, esclude l’elemento della

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di duemila euro alla cassa delle ammende
Così deciso il 8/03/2018

Maura Nardi
AtCaUti

Il Preside te
Giacomo

Il Consigliere estensore

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