Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 35651 del 16/03/2018


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 35651 Anno 2018
Presidente: DIOTALLEVI GIOVANNI
Relatore: DE CRESCIENZO UGO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
ANTONUCCI FAUSTO nato a FILETTO il 15/07/1965

avverso l’ordinanza del 07/12/2017 del TRIB. LIBERTA di CHIETI
udita la relazione svolta dal Consigliere UGO DE CRESCIENZO;
sentite le conclusioni del PG FULVIO BALDI che chiede il rigetto del ricorso.

Data Udienza: 16/03/2018

RITENUTO IN FATTO

FAUSTO ANTONUCCI, ricorre per Cassazione awerso l’ordinanza 7.12.2017 con la quale il Tribunale di
Chieti, ex art. 324 cod. proc. pen. ha rigettato la richiesta di riesame da lui proposta awerso il decreto di
convalida del sequestro emesso dal Pubblico Ministero in data 26.8.2017.
Il ricorrente chiede l’annullamento del provvedimento impugnato deducendo i seguenti motivi così riassunti
entro i limiti previsti dall’ad. 173 disp. att. cod. proc. pen.: 1) illegittimità del sequestro di polizia giudiziaria e
della relativa convalida, perché la querela per il reato contestato è stata proposta successivamente agli atti
di perquisizione e sequestro; 2) l’atto di convalida del sequestro è stato disposto dal P.M. dr. FALASCA, che

ricorrente non avrebbe invaso arbitrariamente l’appartamento di SCOCCO Rosella; 4) la SCOCCO Rosella
non sarebbe proprietaria dell’immobile ove sarebbe stato sorpreso il ricorrente dalla Polizia Giudiziaria; 5) il
ricorrente occupava al momento dei fatti i due appartamenti siti in v. F.P. TOSTI nn. 102 e 104, quale
legittimo proprietario e possessore di fatto; 6) il ricorrente si è introdotto nella propria casa sita in v. F.P. Tosti
nn. 102 e 104 dall’ingresso principale del piano terra; 7) nella specie non ricorrerebbe la violazione dell’art.
633 cod. pen., con conseguentegman illegittimità della perquisizione e del sequestro della attrezzatura da
bricolage; 8) mancherebbe agli atti del processo la prova che la SCOCCO Rosella sia proprietaria
dell’immobile; 9) la notificazione dell’awiso dell’udienza avanti il Tribunale per il riesame sarebbe nulla
perché effettuata a mezzo posta certificata presso lo studio professionale del ricorrente nonostante
l’elezione di domicilio presso l’indirizzo di residenza; 10) i mezzi di ricerca delle prove sarebbero vietati agli
agenti di Polizia giudiziaria alle 5,00-6,00 del mattino e le ispezioni e le perquisizioni all’interno delle
abitazioni avrebbero dovuto essere autorizzate dall’Autorità giudiziaria.

RITENUTO IN DIRITTO

Dalla lettura del prowedimento impugnato si evince che con decreto del 26.8.2017 il Pubblico Ministero
presso il Tribunale di Chieti ha convalidato la perquisizione compiuta dai Carabinieri (Stazione di Francavilla
al Mare) alle ore 15,10 del 25.8.2017 in v. F.P. Tosti nn. 102/104 e il successivo sequestro di un avvitatore
marca lkea di colore nero a punta croce inserita e di un giravide con impugnatura in gomma e staffa in
acciaio della lunghezza di cm 25, trattandosi di oggetti ritenuti dal Pubblico Ministero utili alla prova delle
modalità di ingresso abusivo nell’immobile di v. F.P. Tosti nn. 102 e 104 nonché dell’attività posta in essere
dall’indagato all’interno dell’appartamento di proprietà di SCOCCO Rossella proprietaria dal novembre del
2016 all’esito di un’espropriazione forzata awiata da SCOCCO Luciano nei confronti dell’odierno indagato.
Il Tribunale afferma come dal verbale di perquisizione emerga che, con i suddetti arnesi, detenuti nella
cintura dei pantaloni, l’indagato avrebbe forzato un pannello in legno posto a chiusura della porta – finestra
sita al piano terra, così riuscendo ad entrare nell’appartamento provocando rumori a cagione dei quali la
SCOCCO aveva chiesto l’intervento dei Carabinieri che, a seguito di perquisizione dei locali, trovavano
l’indagato nascosto dentro un armadio.
Successivamente i Carabinieri raccoglievano la querela della persona offesa per la violazione dell’ad. 633
cod. pen.
Il ricorrente ha proposto istanza di riesame del provvedimento di convalida del sequestro e della
perquisizione, chiedendone l’annullamento per mancanza del fumus commissi delicti, deducendo altresì a
mezzo del codifensore Avv.to Pagano, l’omesso avviso dell’udienza disposta ex ad. 127 cod. proc. pen.

è persona oggetto di denuncia e di querela unitamente ad altri magistrati da parte del ricorrente; 3) il

Il Tribunale del riesame, respinta l’eccezione relativa alla regolarità della notificazione dell’avviso dell’udienza
ex art. 127 cod. proc. pen., ritenuti legittimi gli atti compiuti dalla Polizia giudiziaria, ha affermato la
sussistenza del fumus commissi delicti relativamente al reato contestato.
Il ricorrente impugna la suddetta decisione del Tribunale per i motivi in epigrafe brevemente riassunti.
Il ricorso è inammissibile in via preliminare ed assorbente per la violazione dell’art. 613 cod. proc. pen.
Il ricorso è stato depositato presso la Cancelleria del giudice a quo in data 22.12.2017 a mezzo
raccomandata pervenuta all’ufficio il 28.12.2017 e successivamente trasmesso a questo Corte in data
2.1.2018 (v. attestazione riportata sul retro del provvedimento impugnato). Il ricorso è proposto in proprio e
personalmente dal ricorrente (v. epigrafe dell’atto di impugnazione). Il ricorrente ha sottoscritto il ricorso in
beni; 3) come persona alla quale sono stati sequestrati i beni e che ha diritto alla loro restituzione. In Calce
al ricorso risulta ancora la sottoscrizione del ricorrente nonché dell’avv.to Menna a titolo di attestazione
dell’autenticità delle firme dell’Antonucci Fausto.
Il ricorrente, di professione avvocato, afferma di agire in veste di legale di sé medesimo.
Per costante giurisprudenza di questa Corte di legittimità va confermato che anche a seguito dell’entrata in
vigore della legge n. 247 n. 2012 (recante “nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense”)
l’autodifesa nel processo penale non è consentita in difetto di una espressa disposizione di legge [v. Cass.
sez. 2 n. 40715 del 16.7.2013, Stara, rv 257072 alla cui articolata motivazione si fa rinvio; nello stesso
senso, fra le altre: Cass. sez. 5 n. 49551 del 3.10.2016, Mucci, rv 268744; Cass. sez. 6 n. 7472 del
26.1.2017, P.O. in proc. Benigno, rv. 269739; e meno recentemente Cass. sez. 1 n. 7786 del 29.1.2008,
Stara, rv. 239237; Cass. sez. 5 n. 32143 del 3.4.2013, Querci, rv 256085]; infatti nel processo penale
l’obbligo della difesa tecnica, sancito dagli artt. 96 e 97 c.p.p., esclude che le parti, anche se abilitate
all’esercizio della funzione di avvocato, possano essere difese da se stesse, secondo quanto già affermato
dal Giudice delle leggi (cfr. C. Cost. Ord. 16.12.2006 n. 8/07) e ribadito da questa Corte (Cass. Sez. Un. Civ.
2006 n. 139). Nè è possibile attribuire rilevanza al richiamo dell’art. 6 della Convenzione dei diritti dell’uomo
(cioè alle “norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”), ai fini dell’adeguamento del diritto
interno, poiché esso è riferito soltanto alle norme internazionali di natura consuetudinaria e non a quelle di
natura pattizia (v. C. Cost. Ord. 421/97 e Sent. 188/80 e Cass., sez. 2^, 17 maggio 2013, Caldarelli, e Sez. 5,
n. 17400 del 02/04/2008 – dep. 28/04/2008, Greco, Rv. 240424).
Si deve pertanto concludere che, nel caso in esame, il ricorso deve ritenersi sottoscritto personalmente
dalla parte che non può essere riguardata in veste di legale di sé medesima. Ciò posto, va osservato che
l’art. 613 cod. proc. pen. prevede al primo comma che l’atto di ricorso (nel giudizio di Cassazione), le
memorie e i motivi nuovi devono essere sottoscritti a pena di inammissibilità, da difensori iscritti nell’albo
speciale della Corte di Cassazione e che (comma secondo) davanti alla Corte le parti sono rappresentate
dai difensori. La norma richiamata è stata così modificata (nei termini richiamati) dalla legge 23.6.2017 n.
103 ed è entrata in vigore in data 3.8.2017. Di qui discende che il ricorso risultando presentato
personalmente dalla parte (avvio Antonucci) e non da un difensore, è inammissibile ai sensi del primo
comma dell’art. 613 cod. proc. pen.; né vale a sanare l’atto il fatto che in calce ad esso sia riportata la
sottoscrizione dell’avvio Menna, in quanto quest’ultimo si limita semplicemente ad attestare l’autenticità
della firma del ricorrente, ma non agisce nella veste di legale proponente il ricorso.
Il segnalato vizio di forma esime questo Collegio dal prendere in considerazione le varie questioni sollevate
dalla difesa in ordine alle quali il Tribunale, nei limiti del devoluto, ha risposto: 1) affermando che la
perquisizione e il successivo sequestro del corpo del reato a fine probatorio sono legittimi, alla luce del
dettato testuale dell’articolo 346 cod. proc. pen.; 2) rigettando la questione della nullità della notificazione

proprio in tre diverse qualifiche: 1) in qualità di legale di sé medesimo; 2) quale indagato – proprietario dei

dell’awiso dell’udienza, siccome comunque effettuata presso lo studio del ricorrente, cioè sul luogo di lavoro
ex art. 157 cod. proc. pen., così raggiungendo lo scopo; 3) affermando l’esistenza del fumus connmissi
delicti; 4) rilevando in re ipsa il requisito della pertinenzialità del bene sequestrato, peraltro non contestata in
quella sede dal ricorrente; 5) rigettando le restanti questioni siccome estranee al giudizio del riesame. Va
inoltre osservato che il sequestro compiuto da agenti e non da ufficiali di polizia giudiziaria (questione non
dedotta avanti il Tribunale ma solo in questa sede con conseguente inammissibilità ex art. 606 comma 3
cod. proc. pen.) è legittimo secondo la disciplina dell’ art. 113 disp. att. cod. proc. pen. [v: Sez. 6, n. 2091 del
09/06/1999 – dep. 20/09/1999, Trizio, Rv. 21432901].
Il ricorso è pertanto inammissibile perché proposto nel difetto del rispetto delle forme dettate dall’art. 613

somma di € 2.000,00 alla Cassa delle Ammende, ravvisandosi nella condotta del ricorrente gli estremi della
responsabilità prevista dal comma 1 dell’art. 616 cod. proc. pen.
P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della
somma di € 2.000,00 alla Cassa delle ammende.
Così deciso in Roma il 16.3.2018

cod. proc. pen. e il ricorrente va condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento della

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