Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 35567 del 22/03/2018


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 35567 Anno 2018
Presidente: SARACENO ROSA ANNA
Relatore: DI GIURO GAETANO

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
NICOSCIA SALVATORE nato il 05/01/1972 a ISOLA DI CAPO RIZZUTO

avverso l’ordinanza del 19/02/2016 della CORTE APPELLO di CATANZARO
dato avviso alle parti;
sentita la relazione svolta dal Consigliere GAETANO DI GIURO;

Data Udienza: 22/03/2018

RITENUTO IN FATTO

Con l’ ordinanza indicata in epigrafe la Corte di appello di Catanzaro, quale
giudice dell’esecuzione, accogliendo la richiesta del Procuratore generale presso
la stessa Corte, revocava l’indulto di anni tre di reclusione concesso sulla pena di
anni 8 e mesi 1 di reclusione inflitta a Nicoscia Salvatore con ordinanza emessa
dalla stessa Corte in data 25/01/2008, in relazione alla sentenza della medesima
Corte in data 6/06/2005, irrevocabile il 6/03/2007, così come rideterminata dalla

riconosciuto il vincolo della continuazione tra i reati di cui a quest’ultima
sentenza e quelli di cui alla sentenza del 6/06/2005.
Avverso questa ordinanza ricorreva per cassazione, tramite i propri
difensori, il Nicoscia deducendo violazione di legge con particolare riferimento
alla preclusione dettata dall’art. 649 cod. proc. pen. in sede esecutiva.
Si rilevava, invero, che all’udienza dinanzi alla Corte di appello di Catanzaro,
quale giudice dell’esecuzione, in data 8.6.15 il delegato del Procuratore generale
aveva rinunciato all’istanza di revoca del beneficio dell’indulto (ed altrettanto
aveva fatto in altra precedente udienza), così determinando una pronuncia di
non luogo a provvedere nell’ordinanza emessa dalla suddetta Corte d’appello. Il
che, secondo la difesa, avrebbe imposto, nell’ipotesi di dissenso dalla pronuncia
della Corte territoriale, il ricorso per cassazione da parte della Procura generale.
La quale, invece, aveva presentato successivamente una nuova richiesta di
revoca, quale quella su cui aveva deciso l’ordinanza impugnata, sul presupposto
dell’incomprensione tra il sostituto Procuratore generale ed il suo delegato in
udienza, il quale, invece, di rinunciare alla revoca del condono sulla pena
pecuniaria aveva, come conclamato, rinunciato globalmente alla domanda di
revoca del condono. Fissata nuova udienza innanzi alla Corte di appello di
Catanzaro in camera di consiglio, alla stessa il sostituto Procuratore generale
delegato aveva insistito per l’accoglimento della richiesta di revoca, mentre la
difesa aveva eccepito il ne bis in idem, per essere la questione già coperta da
giudicato esecutivo. La Corte territoriale aveva accolto la richiesta della Procura
generale revocando l’indulto concesso a Salvatore Nicoscia.
I difensori col ricorso lamentavano che la revoca del beneficio fosse
avvenuta in presenza della preclusione dettata dall’art. 649 cod. proc. pen. in
sede esecutiva.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso è inammissibile.
2

sentenza n. 5/2015 della Corte di assise di appello di Catanzaro, che aveva

Invero, il ricorrente oppone alla revoca dell’indulto suddetta la preclusione
derivante dal fatto che il medesimo Giudice dell’esecuzione avrebbe già deciso,
con ordinanza esecutiva non impugnata, sulla questione di detta revoca,
dichiarando non luogo a provvedere a seguito della rinuncia del P.g. di udienza.
Il motivo è manifestamente infondato, in quanto se è vero che il principio
della preclusione processuale, derivante dal divieto del “ne bis in idem” (art. 649
cod. proc. pen.), è operante anche in sede esecutiva, siccome principio di
carattere generale dell’ordinamento processuale ( si veda Sez. 5, n. 14893 del

caso in esame, i precedenti provvedimenti della Corte territoriale non risultano
essersi pronunciati sul merito della domanda di revoca del beneficio dell’indulto,
ma solo aver preso atto delle rinunce espresse dai P.g. di udienza.
Consegue l’ inammissibilità del ricorso proposto dal Nicoscia e la
conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e,
non ricorrendo ipotesi di esonero, al versamento di una somma alla Cassa delle
ammende, determinabile in duemila euro, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di duemila euro alla Cassa delle
ammende.
Così deciso in Roma, il 22 marzo 2018.

29/01/2010 – dep. 19/04/2010, De Battisti, Rv. 246867), è anche vero che, nel

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