Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 35556 del 22/03/2018


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 35556 Anno 2018
Presidente: SARACENO ROSA ANNA
Relatore: DI GIURO GAETANO

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
ZAFANO ALFONSO nato il 16/08/1944 a TORRE ANNUNZIATA

avverso l’ordinanza del 27/04/2017 del TRIBUNALE di LANCIANO
dato avviso alle parti;
sentita la relazione svolta dal Consigliere GAETANO DI GIURO;

Data Udienza: 22/03/2018

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RILEVATO IN FATTO

Con l’ordinanza indicata in epigrafe il Tribunale di Lanciano in composizione
collegiale, quale giudice dell’esecuzione, rigettava la richiesta avanzata da
Zafano Alfonso, finalizzata ad ottenere l’applicazione della disciplina della
continuazione ai sensi dell’art. 671 cod. proc. pen., in relazione ai fatti di cui a
tre sentenze in essa analiticamente indicate.
Avverso questa ordinanza Zafano Alfonso, personalmente, ricorreva per

125, 671 cod. proc. pen. e 81 cod. pen. e vizio di motivazione. Si doleva del
fatto che la motivazione dell’ordinanza del Tribunale di Lanciano fosse
meramente assertiva, omettendo l’approfondimento e la comparazione di una
serie di elementi specifici ben indicati nella richiesta di continuazione. Nella quale
si era evidenziato come i reati inerenti la gestione del traffico di stupefacenti
delle sentenze sub 2) e 3) di cui a detta richiesta si inserissero nelle dinamiche
della associazione camorristica (clan Gionta) per la partecipazione alla quale
Zafano era stato condannato con la sentenza sub 1), trovandovi il loro momento
causale e finalistico (si era evidenziato come i collaboratori avessero individuato
Zafano come referente dell’associazione mafiosa per le estorsioni e per il traffico
fuori regione dello stupefacente, in particolare in Abruzzo). A fronte di tale
allegazione il Tribunale a quo, secondo la difesa, aveva dato vita ad un’illogica
motivazione facente perno su un’asserita diversità temporale e di reati e quindi
su una visione parcellizzata degli elementi prospettati da essa difesa. Col
secondo motivo di ricorso si denunciavano violazione dell’ art. 671, comma 1
cod. proc. pen. e vizio di motivazione dell’ordinanza impugnata nella parte in cui
aveva ritenuto precluso l’esame della applicazione della disciplina della
continuazione tra i reati di cui alle sentenze sub 2) e 3), in quanto escluso nel
giudizio di cognizione dalla Corte di appello dell’Aquila, pur in presenza di
elementi fattuali contenuti in altre sentenze irrevocabili, sopravvenuti e ulteriori
rispetto a quelli utilizzati in tale giudizio per escludere la continuazione. Quali
quelli indicati nel primo motivo di impugnazione.
Il ricorrente invoca, alla luce di tali motivi, l’annullamento dell’ordinanza
impugnata.
Con successiva memoria la difesa insisteva sulla sostanziale omogeneità
delle violazioni, sulla comune causale del rafforzamento dell’organizzazione
criminosa di riferimento, sulla vicinanza cronologica dei fatti, sull’unitarietà di
contesto e di spinta a delinquere degli stessi, chiedendo la restituzione degli atti
alla sezione competente.

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cassazione. Col primo motivo di impugnazione deduceva violazione degli artt.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso è inammissibile.
Detto ricorso più che individuare singoli aspetti del provvedimento
impugnato da sottoporre a censura giurisdizionale, tende a confutarne le
argomentazioni nei termini sopra esposti e ad insistere, in modo del tutto
aspecifico, sulla richiesta di unificazione rigettata.
L’ordinanza impugnata, invero, nell’escludere la continuazione, ha

delle sentenze sub 2) e 3), che la stessa Corte di appello dell’Aquila, quale
giudice della cognizione, con la sentenza sub 3) aveva escluso l’unicità del
disegno criminoso tra il reato associativo ex art. 74 d.P.R 309/90 e i reati fine,
precludendo conseguentemente detto giudicato al giudice dell’esecuzione di
esaminare nuovamente la medesima questione alla luce dell’espresso divieto
contenuto nell’art. 671, comma 1 cod. proc. pen.. La stessa ordinanza, con
riguardo ai rapporti tra i reati di cui alle suddette sentenze e quelli di cui alla
sentenza sub 1 ( ex art. 416 bis e 56, 629 cod. pen. ), rileva che “non sussiste
unicità del disegno criminoso attesa la diversa natura dei fatti di reato in
contestazione (vedasi i reati fine traffico di stupefacenti da un lato ed estorsione
dall’altro, quest’ultimo per altro commesso in Torre Annunziata in danno di
diversa parte offesa) e la distanza temporale dagli stessi (rispettivamente, anni
2011/2002 e 2007), sicché non appare sufficiente la sola partecipazione al
medesimo sodalizio criminoso e il vincolo associativo” così come da
giurisprudenza di legittimità.
A fronte di dette argomentazioni scevre da vizi logici e giuridici, il ricorso
proposto nell’interesse di Zafano Alfonso, che si confronta con le stesse
limitandosi a confutarle nei termini sopra riportati e opponendo gli stessi
argomenti a fondamento della richiesta di unificazione, invocando addirittura (col
secondo motivo, che, per l’appunto, è manifestamente infondato) la
disapplicazione del limite, di cui all’art. 671, comma 1 cod. proc. pen.,
all’unificazione in sede esecutiva, rappresentato dall’esclusione della medesima
da parte dello stesso giudice della cognizione, deve essere dichiarato
inammissibile, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle
spese processuali e, non ricorrendo ipotesi di esonero, al versamento di una
somma alla Cassa delle ammende, determinabile in duemila euro, ai sensi
dell’art. 616 cod. proc. pen.

P.Q.M.

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evidenziato, con riguardo ai reati inerenti la gestione del traffico di stupefacenti

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di duemila euro alla Cassa delle
ammende.

Così deciso in Roma , il 22 marzo 2018.

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