Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 35539 del 19/01/2018


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Penale Sent. Sez. 7 Num. 35539 Anno 2018
Presidente: BONI MONICA
Relatore: ESPOSITO ALDO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
SCARMOZZINO GIUSEPPE nato a VIBO VALENTIA il 15/06/1970

avverso la sentenza del 17/11/2016 della CORTE APPELLO di CATANZARO
dato avviso alle parti;
udita la relazione svolta dal Consigliere ALDO ESPOSITO;

Data Udienza: 19/01/2018

RILEVATO IN FATTO

1. Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte di appello di Catanzaro ha
confermato la sentenza emessa dal G.I.P. del Tribunale di Vibo Valentia del
15/03/2016 con cui Scarmozzino Giuseppe era stato condannato alla pena
complessiva di anni tre, mesi due di reclusione e di euro tremiladuecentosettanta
di multa per i reati di cui agli artt. 81 cod. pen., 2 e 7 L. n. 895 del 1967, 23 L.
n. 110 del 1975 e 72 D.Lgs. n. 159 del 2011 (capo A), 81 e 697 cod. pen. (capo

2.

Scarmozzino, a mezzo del proprio difensore, propone ricorso per

Cassazione avverso tale sentenza, per violazione di legge e vizio di motivazione,
contestando l’affermazione di responsabilità per i reati contestati e il giudizio di
inattendibilità dei testi di difesa nonché deducendo la non riconducibilità delle
armi all’imputato.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è fondato nei limiti di quanto meglio specificato in motivazione.

2. In via preliminare, rileva il Collegio che le Sezioni Unite di questa Corte
hanno affermato che i reati di detenzione e porto in luogo pubblico o aperto al
pubblico di un’arma clandestina ex artt. 2, 4 e 7 legge 2 ottobre 1967, n. 895 in virtù dell’operatività del principio di specialità – non possono concorrere,
rispettivamente, con i reati di detenzione e porto illegale, in luogo pubblico o
aperto al pubblico, della medesima arma clandestina, ex ad ; 23, primo, terzo e
quarto comma, legge 18 aprile 1975, n. 110″ (Sez. U, n. 41588 del 22/06/2017,
La Marca, Rv. 270902).
In applicazione del superiore principio di diritto, si ritiene che la sentenza
impugnata vada annullata senza rinvio, in riferimento alla condanna per i reati di
cui agli artt. 2 e 4 L. 895 del 1967 (capo A), perché assorbiti da quelli di cui
all’art. 23 L. n. 110 del 1975 (ugualmente contestati al capo A della rubrica).
Anche in riferimento al reato di cui al capo B) la sentenza va annullata, in
quanto la condotta di detenzione di proiettili all’interno di arma comune da sparo
va ritenuta assorbita nel reato di cui all’art. 23 L. n. 110 del 1975 contestata al
capo A).

2

B) e 648 cod. pen. (capo C).

3. Manifestamente infondati sono i motivi di ricorso in relazione ai reati
residui (detenzione e porto d’arma ex art. 23 L. n. 110 del 1975 e 648 cod.
pen.).
Va rilevato che il controllo affidato al giudice di legittimità è esteso, oltre che
all’inosservanza di disposizioni di legge sostanziale e processuale, alla mancanza
di motivazione, dovendo in tale vizio essere ricondotti tutti i casi nei quali la
motivazione stessa risulti del tutto priva dei requisiti minimi di coerenza,
completezza e di logicità, al punto da risultare meramente apparente o

di merito ovvero quando le linee argomentative del provvedimento siano
talmente scoordinate e carenti dei necessari passaggi logici da far rimanere
oscure le ragioni che hanno giustificato la decisione.
Nel caso di specie, il ricorrente, pur denunziando formalmente una
violazione di legge, in riferimento ai principi di valutazione della prova di cui
all’art. 192, comma 2, cod. proc. pen., non critica in realtà la violazione di
specifiche regole inferenziali preposte alla formazione del convincimento del
giudice, ma, postulando un travisamento del fatto, chiede la rilettura del quadro
probatorio e il riesame nel merito della vicenda processuale. Tuttavia, tale
riesame è inammissibile in sede d’indagine di legittimità sul discorso
giustificativo della decisione, quando la struttura razionale della sentenza
impugnata abbia – come nel caso in esame – una sua chiara e puntuale coerenza
argomentativa e sia saldamente ancorata, nel rispetto delle regole della logica,
alle risultanze del quadro probatorio, univocamente indicative del collegamento
esistente tra la persona dell’imputato ed il luogo del rinvenimento dell’arma.
Sul punto, con motivazione immune da censure, l’organo giudicante ha
indicato plurimi elementi probatori, quali le dichiarazioni rese dai testi in ordine
all’esclusiva disponibilità da parte dello Scarmozzino della zona prossima alla sua
abitazione dove erano rinvenute l’arma e le munizioni la riferibilità del contatore
all’abitazione dell’imputato; ha escluso, inoltre, la riconducibilità delle armi al
padre dello Scarmozzino, in quanto soggetto molto anziano e gravemente
malato.
La difesa si limita a prospettare censure in fatto e una lettura alternativa
delle medesime fonti di prova, senza confrontarsi con le plurime argomentazioni
rese dalla Corte di merito.

4. Per effetto dell’annullamento senza rinvio della pronuncia impugnata nei

In

e per le ragioni evidenziate, dalla pena complessiva suindicata di anni tre,
mesi due di reclusione e di euro tremiladuecentosettanta di multa, vanno
eliminate le seguenti pene, inflitte allo Scarmozzino in relazione ai reati di cui
3

assolutamente inidonea a rendere comprensibile il filo logico seguito dal giudice

agli artt. 81 cod. pen., 2 e 7 L. n. 895 del 1967, di cui al capo A) della rubrica e
697 cod. pen. di cui al capo B):
– mesi due di reclusione ed euro duecento di multa per i reati di cui al capo
A);
– mesi uno di reclusione ed euro cento di multa per il reato di cui al capo B);
– per un totale di mesi tre di reclusione ed euro trecento di multa, da ridurre
a mesi due ed euro duecento di multa per il rito abbreviato.

Il ricorso va dichiarato inammissibile del resto.

P. Q. M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente ai reati di cui agli
artt. 2 e 7 Legge n. 895/1967 (capo A) ed all’art. 697 c.p. (capo B) perché
assorbiti nel reato di cui all’art. 23 Legge n. 110 del 1975 e, per l’effetto,
ridetermina la pena nei confronti di Scarmozzino Giuseppe in anni tre di
reclusione ed euro tremilasettanta di multa. Dichiara inammissibile nel resto il
ricorso.
Così deciso in Roma il 29 gennaio 2018.

Per effetto di tale detrazione, la pena finale complessiva va rideterminata in
A.»
anni tre di reclusione e 5if euro tremilasettanta di multa.

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