Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 35529 del 07/07/2017


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 35529 Anno 2018
Presidente: SARACENO ROSA ANNA
Relatore: SARACENO ROSA ANNA

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
BONI FEDERICO nato il 14/10/1982 a MILANO

avverso l’ordinanza del 04/04/2016 del TRIBUNALE di MILANO
dato avviso alle parti;
sentita la relazione svolta dal Presidente ROSA ANNA SARACENO;

Data Udienza: 07/07/2017

Ritenuto in fatto

1. Con la decisione in epigrafe il Tribunale di Milano, giudice dell’esecuzione,
rigettava l’istanza avanzata da Federico Boni, volta alla declaratoria della
continuazione tra i reati oggetto di quattro differenti sentenze di condanna: un
danneggiamento commesso in Crema il 3/8/2005, una violazione della legge
sugli stupefacenti commesso in Molfetta il 25.06.2005, una rapina aggravata
commessa in Genova il 17.01.2004, un furto aggravato commesso in Roma il

2. Avverso l’indicato provvedimento ha proposto ricorso l’interessato a
mezzo del proprio difensore, chiedendone l’annullamento per violazione di legge
e vizi di motivazione.
Il ricorrente si duole: a) dell’apparenza della motivazione affidata a mere
clausole di stile, ma affatto priva di riferimenti specifici al caso concreto e alle
prospettazioni difensive: b) della erronea valutazione del lasso temporale
intercorso tra i vari reati come ostativo al riconoscimento dell’unicità del disegno
criminoso; c) della mancata considerazione della circostanza, denotante la
matrice ideativa unitaria, della dedotta condizione di tossicodipendenza. Era, poi,
da censurare anche l’argomento relativo alla mancata deduzione da parte
dell’istante dell’istituto della continuazione nella prima sede processuale utile,
individuata nei processi definiti con le sentenze di condanna per i reati
danneggiamento, di rapina e di violazione dell’art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990,
perché illogicamente si conferiva valenza probatoria ad una condotta
processuale, pur in presenza di plurimi indici sintomatici dell’unicità del disegno
criminoso.

Considerato in diritto

Osserva il Collegio che il ricorso appare sotto ogni aspetto inammissibile.
1. Il giudice dell’esecuzione ha ineccepibilmente osservato che ostavano al
riconoscimento della esistenza di un unico, originario disegno criminoso la
notevole distanza temporale tra i singoli episodi delittuosi, la diversità di luoghi e
le differenti modalità esecutive, l’eterogeneità delle violazioni, in assenza di
qualsivoglia elemento di segno inverso e neppure risultando il collegamento dei
fatti alla condizione di tossicodipendenza, di per sé sola inidonea ai fini della
valutazione dell’unitarietà del disegno. Si era in presenza, dunque, di risoluzioni
criminose occasionali e scollegate tra loro, indicative di una generale inclinazione
alla devianza e alla contingente consumazione di reati di varia natura.

1

30.09.2003.

2. Tanto posto, il ricorso appare manifestamente infondato allorché fa
riferimento alla mancata considerazione dell’elemento “unificante” della
tossicodipendenza, che, contrariamente a quanto si assume, è stata debitamente
apprezzata dal Tribunale che è pervenuto a soluzione giuridicamente corretta,
non potendo dubitarsi che lo status di tossicodipendente non é di per sé solo
idoneo a giustificare il riconoscimento della continuazione, giacché detto
elemento non si sovrappone, sostituendola, alla nozione dell’istituto delineata
nell’art. 81, secondo comma, c.p., e cioè alla imprescindibile necessità che i fatti

che attinente a valutazioni di merito che, diversamente da quanto si sostiene,
appaiono in diritto assolutamente corrette e più che adeguate e plausibili in
fatto.
Nemmeno appare fuori luogo l’annotazione della mancata prospettazione
dell’unitarietà del disegno criminoso nella prima sede processuale utile che può
costituire apprezzabile indice negativo della sua esistenza (Sez. 1 n. 23652 del
04/04/2014, Marino, Rv. 260088) nell’ambito della prudente valutazione critica
di tutti gli indici espressi dal complessivo quadro analizzato.
All’inammissibilità del ricorso consegue, ai sensi dell’art. 616 cod. proc.
pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e per i profili di colpa correlati all’irritualità dell’impugnazione (C. cost. n. 186 del
2000) – di una somma in favore della cassa delle ammende nella misura che, in
ragione delle questioni dedotte, si stima equo determinare in euro 2.000.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di duemila euro alla cassa delle
ammende.
Così deciso il 7/07/2017

I residente
Rosi! na Sarac
I

2

siano riferibili ad un originario, unico disegno. Ed è per il resto generico, oltre

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