Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 35510 del 07/07/2017


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 35510 Anno 2018
Presidente: SARACENO ROSA ANNA
Relatore: SARACENO ROSA ANNA

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:

CERA LUCIO STEFANO nato il 12/02/1971 a CASARANO

avverso l’ordinanza del 12/10/2016 della CORTE APPELLO di LECCE
dato avviso alle parti;
sentita la relazione svolta dal Presidente ROSA ANNA SARACENO;

Data Udienza: 07/07/2017

Ritenuto in fatto

1. Con la decisione in epigrafe la Corte di appello di Lecce, deliberando quale
giudice dell’esecuzione, respingeva per carenza dei presupposti di legge l’istanza
proposta da Cera Lucio Stefano, diretta ad ottenere l’applicazione della
continuazione in sede esecutiva, ai sensi dell’art. 671 cod. proc. pen., tra i reati
giudicati con due sentenze di condanna pronunciate dalla stessa Corte: la prima
per condotte riconducibili al reato di tentata estorsione aggravata ai sensi

Presicce nell’agosto 2003; la seconda per il reato di associazione per delinquere
di stampo mafioso, accertato dal marzo 2004, e per il reato di associazione
finalizzata al narcotraffico.
2. Avverso l’indicato provvedimento ha proposto ricorso per cassazione
l’interessato, a mezzo del difensore, chiedendone l’annullamento per violazione
di legge e carenza o apparenza di motivazione. Lamenta, in particolare, la difesa
ricorrente che il giudice dell’esecuzione aveva omesso ogni disamina del
contenuto delle sentenze di condanna e trascurato i motivi e gli elementi
illustrati nell’istanza introduttiva e nelle memorie difensive, tutti afferenti alla
riconducibilità del tentativo di estorsione, aggravato dalle modalità mafiose, al
più vasto programma dell’associazione ex art. 416 bis cod. pen.. L’esclusione del
vincolo evocato si appalesava del tutto illogica, in quanto plurimi erano gli indici
rivelatori dell’unitario disegno criminoso: a) l’omogeneità della normativa violata,
per via della contestata e ritenuta aggravante ex art. 7 L. 203 del 1991 nella
vicenda estorsiva; b) la coincidenza spaziale e temporale delle condotte; c) la
presenza dello stesso coimputato, Martina Alessandro, con ruolo qualificato in
entrambi i giudizi; c) l’acclarata esistenza dell’associazione mafiosa attiva in
provincia di Lecce, nel cui programma era ricompresa anche l’attività estorsiva
da realizzare nel contesto territoriale di riferimento.
Con successiva memoria, depositata in data 13 giugno 2017, la difesa ha
replicato i motivi di ricorso, ulteriormente illustrandoli.

Considerato in diritto

Osserva il Collegio che l’impugnazione è inammissibile perché basata su
motivi in parte manifestamente infondati, in parte indeducibili.
1. L’ordinanza impugnata ha fatto coerente e argomentata applicazione al
caso di specie del principio di diritto, consolidato nella giurisprudenza di questa
Corte, per cui l’unicità del disegno criminoso, postulato dall’istituto della
continuazione, esige, anche in sede esecutiva, la prova che i reati separatamente
1

dell’art. 7 L. n. 203 del 1991, commesse in Gallipoli, Acquarica di Lecce e

giudicati costituiscano la realizzazione di un medesimo programma ideato e
delineato fin dall’inizio nelle sue linee essenziali, nella mente del soggetto, nel
senso che, fin dal momento della commissione della prima violazione, le altre
devono essere già state deliberate, per cui le singole manifestazioni della volontà
violatrice della norma o delle norme penali esprimono l’attuazione, sia pure
dilazionata nel tempo, di un’unica, originaria e riconoscibile determinazione
intellettiva, della quale costituiscono parte integrante. Ciò che occorre, dunque, è
che si abbia una iniziale programmazione e deliberazione di compiere tutti i reati

origine organizzati, purché risultino almeno in linea generale “prevedibili e
previsti” come mezzo al conseguimento di un unico fine, parimenti prefissato e
sufficientemente specifico. Tale è la ragione che giustifica il più benevolo
trattamento sanzionatorio riservato a chi si determini a commettere gli illeciti
sulla base di una anticipata e unitaria ideazione anziché di spinte criminose
indipendenti e reiterate, sorrette da autonome risoluzioni antidoverose, l’unicità
del disegno restando nettamente distinta dalla mera inclinazione a reiterare nel
tempo violazioni della stessa specie come pure dal generico programma di
attività delittuosa da sviluppare secondo contingenti opportunità.
2. Si tratta di principi che devono trovare applicazione anche nel caso in cui
la continuazione sia stata chiesta dall’interessato tra il delitto associativo e i reati
fine, potendosi riconoscere il disegno unitario solo a condizione che la
programmazione dei secondi sia intervenuta contestualmente alla costituzione
del sodalizio o all’adesione ad esso ché, diversamente opinando, tutti i reati
commessi in ambito associativo dovrebbero ritenersi per ciò solo in
continuazione tra loro e con la fattispecie di cui all’art. 416 bis cod. pen..
Va, pertanto, riaffermato il principio, secondo il quale non è configurabile la
continuazione tra il reato associativo e quei reati fine che, pur rientrando
nell’ambito delle attività del sodalizio criminoso ed essendo finalizzati al suo
rafforzamento, non erano programmabili “ah origine” perché legati a circostanze
ed eventi contingenti e occasionali o, comunque, non immaginabili al momento
iniziale dell’associazione (Sez. 6 n. 13085 del 03/10/2013 (dep.2014 ) Rv.
259481), non potendosi desumere la programmazione originaria, come sembra
pretendere il ricorrente, sulla sola base dell’analogia del contesto in cui i fatti
sono maturati o in forza della mera adesione a modelli criminali di tipo mafioso.
3. A tali condivisi principi, il provvedimento impugnato si è attenuto,
pervenendo ad escludere la ricorrenza dei presupposti per l’applicazione dell’art.
81 capoverso cod. pen. sulla scorta di argomentazioni munite di obiettiva
congruità logica e che resistono al vaglio di legittimità. Il giudice dell’esecuzione
ha ritenuto l’estemporaneità della vicenda estorsiva realizzata nell’agosto del
2

in tesi in continuazione, che possono essere anche non dettagliatamente ab

2003, in epoca addirittura antecedente la rinnovata partecipazione del Cera al
consesso mafioso con ruolo direttivo e ha rimarcato come essa annoverasse, tra
i suoi attivi protagonisti, soggetti, quale Mestria Massimiliano, non solo estraneo
alla compagine associativa, ma destinatario di azioni violente volte
all’affermazione della supremazia del gruppo criminale. Si era in presenza,
dunque, di una mera pluralità di azioni criminose, diversificate nell’obiettivo e tra
loro indipendenti, non riconducibili ad una comune matrice ideativa e volitiva,
ma mera estrinsecazione di un comportamento o di una scelta di vita dedita al

4. Di contro, il ricorrente, da un lato, ripropone argomenti non pertinenti
all’istituto della continuazione rettamente inteso, in quanto incentrati
essenzialmente sul rapporto di strumentalità dei reati rispetto alla funzionalità
della cosca e alla realizzazione del programma sociale; dall’altro formula censure
che assumono il significato di confutazioni rivolte a valutazioni che attengono al
merito, come detto adeguatamente giustificate, logiche e ancorate, nonostante il
diverso opinare difensivo, al contenuto dei titoli giudiziari in comparazione;
sembra, infine, dimenticare che, nel momento del controllo di legittimità, la
Corte di cassazione non deve stabilire se la decisione di merito proponga
effettivamente la migliore possibile lettura dei dati disponibili ne’ deve
condividerne la giustificazione, ma deve limitarsi a verificare se questa
giustificazione sia compatibile con il senso comune e con i limiti di una plausibile
opinabilità di apprezzamento; e sotto tale profilo la decisione impugnata supera
indenne il presente scrutinio.
All’inammissibilità dell’impugnazione consegue, ai sensi dell’art. 616 cod.
proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del
procedimento e – per i profili di colpa correlati all’irritualità dell’impugnazione (C.
cost. n. 186 del 2000) – di una somma in favore della cassa delle ammende nella
misura che, in ragione delle questioni dedotte, si stima equo determinare in euro
2000,00.
P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di duemila euro alla cassa delle
ammende.
Così deciso il 7/07/2017

I Preside
R a na Sar ceno

crimine.

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