Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 35499 del 07/07/2017


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 35499 Anno 2018
Presidente: SARACENO ROSA ANNA
Relatore: SARACENO ROSA ANNA

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
LUONGO ANTONIO nato il 11/06/1945 a NAPOLI

avverso l’ordinanza del 26/10/2015 del TRIBUNALE di NAPOLI
dato avviso alle parti;
sentita la relazione svolta dal Presidente ROSA ANNA SARACENO;

Data Udienza: 07/07/2017

Ritenuto in fatto e considerato in diritto

1. Con la decisione in epigrafe il Tribunale di Napoli, giudice dell’esecuzione,
rigettava l’istanza avanzata da Luongo Antonio, volta alla declaratoria della
continuazione tra i reati di cui agli artt. 74 e 73 d.P.R. n. 309 del 1990,
commessi dal 1991 sino all’ottobre 1999, di tentato omicidio commesso il 25
dicembre 1997 e di rapina commesso il 9 marzo 2001, oggetto di tre differenti
sentenze di condanna.
Ricorre

personalmente

l’interessato,

chiedendo

l’annullamento

dell’ordinanza impugnata. Sostanzialmente deduce violazione di legge in
riferimento all’art. 81 cod. pen. e illogicità della motivazione, dolendosi in
particolare dell’erronea valutazione del lasso temporale intercorso tra i vari reati
e del fatto che tale dato fosse stato di per sé solo considerato ostativo al
riconoscimento dell’unicità del disegno criminoso.

3. Il ricorso è inammissibile.
Il giudice dell’esecuzione impeccabilmente rileva che dalla lettura delle
sentenze in comparazione non era dato evincere alcun elemento di collegamento
tra le eterogenee violazioni, frutto di autonome risoluzioni antidoverose, e che in
siffatta situazione, e in assenza di altri specifici elementi di segno inverso,
neppure allegati, anche il significativo intervallo temporale esistente tra l’una e
l’altra ostava alla loro riconducibilità ad una comune matrice ideativa e volitiva.
La motivazione non è dunque affetta da alcun errore di diritto, giacché la
nozione di continuazione delineata nell’art. 81, secondo comma, cod. pen.,
richiede che i fatti siano riferibili ad un “medesimo” e dunque originario disegno
criminoso, che non può identificarsi con la generale inclinazione a commettere
reati sotto la spinta di fatti e circostanze occasionali ovvero di bisogni e necessità
contingenti. Occorre invece che si abbia una iniziale programmazione e
deliberazione di compiere tutti i reati in tesi in continuazione, che possono essere
anche non dettagliatamente ab origine organizzati, purché risultino almeno in
linea generale prevedibili e previsti come mezzo al conseguimento di un unico
fine, parimenti prefissato e sufficientemente specifico. Nè l’inciso «anche in
tempi diversi» consente di negare ogni rilevanza all’aspetto del tempo di
commissione dei reati. Le difficoltà di programmazione e deliberazione a lunga
scadenza e le crescenti probabilità di mutamenti che, con il passare del tempo,
richiedono una nuova risoluzione antidoverosa, comportano che le possibilità di
ravvisare la sussistenza della continuazione normalmente si riducono fino ad
annullarsi in proporzione inversa all’aumento del distacco temporale tra i singoli
episodi criminosi, sicché il dato cronologico costituisce un indice probatorio che,
1

2.

pur non essendo astrattamente decisivo, può in concreto rappresentare un limite
logico alla possibilità di ravvisare la continuazione, esponenzialmente
incrementando l’improbabilità che le condotte realizzate siano frutto di un
progetto originario rimasto saldo e non inciso in alcun modo nel tempo.
La decisione impugnata si appalesa, pertanto, non solo esauriente e
plausibile in fatto, ma in diritto assolutamente corretta; di contro la censura
d’erronea applicazione della legge penale appare manifestamente infondata e le
doglianze sono per il resto nella sostanza aspecifiche risolvendosi in una mera e

All’inammissibilità del ricorso consegue, ai sensi dell’art. 616 cod. proc.
pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e per i profili di colpa correlati all’irritualità dell’impugnazione (C. cost. n. 186 del
2000) – di una somma in favore della cassa delle ammende nella misura che, in
ragione delle questioni dedotte, si stima equo determinare in euro 2.000.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di duemila euro alla cassa delle
ammende.
Così deciso il 7/07/2017

generica manifestazione di dissenso.

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