Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 3536 del 05/11/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 3536 Anno 2016
Presidente: FIALE ALDO
Relatore: DI NICOLA VITO

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Lemma Antonio, nato a Cinquefrondi il 01-08-1986;
avverso la ef€1444anza del 41-01-2015 del giudice dell’udienza preliminare del
tribunale di Palmi;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Vito Di Nicola;
Lette le conclusioni del Procuratore Generale che ha chiesto l’inammissibilità del
ricorso;
udito per il ricorrente

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N CANCELLERL4,1

Data Udienza: 05/11/2015

RITENUTO IN FATTO

1. Antonio Lemma ricorre per cassazione impugnando la sentenza indicata in
epigrafe con la quale il giudice dell’udienza preliminare presso il tribunale di
Palmi ha applicato al ricorrente – su richiesta delle parti, riconosciute le
circostanze attenuanti equivalenti alla contestata recidiva nonché l’ipotesi del
fatto di lieve entità di cui al comma 5 dell’articolo 73 d.p.r. 9 ottobre 1990, n.
309 e con la diminuente del rito – la pena di anni due e mesi otto di reclusione

comunque illecitamente detenuto un quantitativo non precisabile, del valore
certamente non inferiore a € 4.000,00 di sostanza stupefacente del tipo
“cocaina” di 19 grammi circa rinvenuto nell’abitazione coniugale, quantitativo da
cui sarebbe stato possibile ricavare un numero di 58,6 dosi medie singole.
Accertato in Rosarno il 25 luglio 2013.

2.

Per la cassazione dell’impugnata sentenza il ricorrente, tramite il

difensore, articola un unico motivo di gravame, qui enunciato, ai sensi dell’art.
173 disp. att. cod. proc. pen., nei limiti strettamente necessari per la
motivazione.
Con esso il ricorrente deduce l’inosservanza e/o l’erronea applicazione della
legge penale e processuale penale nonché il difetto di motivazione su punti
decisivi per il giudizio (articolo 606, comma 1, lettere b), c), ed e), codice di
procedura penale in relazione agli articoli 597 e 627 stesso codice nonché
articolo 133 codice penale).
Assume che la sentenza impugnata, pur recependo le indicazioni provenienti
dal giudizio di rinvio, ha realizzato una reformatio in peius per la determinazione
della pena base prima individuata in termini sensibilmente inferiori al massimo
della pena edittale.
Osserva il ricorrente che la circostanza secondo cui la pena è stata
determinata, anche all’esito dell’annullamento della precedente sentenza
patteggiata, su concorde richiesta delle parti ai sensi dell’articolo 444 codice di
procedura penale non esonerava il giudice del merito dal procedere
all’applicazione della pena secondo criteri di congruità soprattutto all’esito del
precedente annullamento disposto affinché si applicasse la cornice edittale meno
afflittiva prevista dalla nuova legge 16 maggio 2014, n. 79.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è inammissibile per manifesta infondatezza.

2

ed euro 6.000,00 di multa per il reato 73 d.p.r. 309 del 1990 per aver venduto e

t
,

2.

I rilievi del ricorrente sono del tutto disancorati dalle risultanze

processuali.
Con la prima sentenza (annullata) la pena finale era stata determinata,
all’esito dell’accordo delle parti, in anni tre, mesi sei di reclusione ed euro 12.000
di multa; con la sentenza impugnata è stata invece applicata la pena di anni due,
mesi otto di reclusione ed euro 6000 di multa.
Con la prima sentenza (annullata) la pena base era stata determinata in
anni cinque, mesi tre di reclusione ed euro 18.000 di multa; con la sentenza
impugnata è stata invece determinata in anni quattro di reclusione ed euro 9000
di multa.
Ne consegue che alcuna reformatio in peius si è verificata.
Va aggiunto che la giurisprudenza di legittimità è nel senso che, in caso di
patteggiamento ai sensi dell’art. 444 cod. proc. pen., l’accordo intervenuto
esonera l’accusa dall’onere della prova e comporta che la sentenza che recepisce
l’accordo fra le parti sia da considerare sufficientemente motivata con una
succinta descrizione del fatto (deducibile dal capo d’imputazione), con
l’affermazione della correttezza della qualificazione giuridica di esso, con il
richiamo all’art. 129 cod. proc. pen. per escludere la ricorrenza di alcuna delle
ipotesi ivi previste, con la verifica della congruità della pena patteggiata ai fini e
nei limiti di cui all’art. 27 Cost. (Sez. 4, n. 34494 del 13/07/2006, P.G. in proc.
Koumya, Rv. 234824).

3. Ne consegue l’inammissibilità del ricorso e, tenuto conto della sentenza
13 giugno 2000, n. 136 della Corte costituzionale e rilevato che non sussistono
elementi per ritenere che la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa
nella determinazione della causa di inammissibilità, alla relativa declaratoria,
segue, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al
pagamento delle spese processuali e al versamento della somma, ritenuta
congrua, di euro 1.500,00 alla cassa delle ammende.

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro 1.500,00 in favore della Cassa delle
Ammende.
Così deciso il 04/11/2015

.

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