Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 33339 del 07/07/2015

Penale Sent. Sez. 4 Num. 33339 Anno 2015

Presidente: ZECCA GAETANINO

Relatore: DELL’UTRI MARCO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

Tata Francesco n. il 1/3/1953; Caminiti Maria Rita n. il 21/7/1965; AA; Perasso Pietro n. il 26/12/1959; Rotondale Fabio n. il 2/11/1975; Cambi Patrizia n. il 25/10/1970; Cerruti Riccardo n. il 8/1/1937; Cerruti Alberto n. il 11/2/1974; Giubertoni Andrea n.

il 3/8/1979; Medica Orietta n. il 4/8/1936; Cristiani Silvia n. il

18/7/1965; Augliera Adriano n. il 19/12/1965; Berta Francesco n. il

24/10/1969; Paganini Federica n. il 7/7/1977; Giampieri Anna Maria n. il

1/5/1930; Mei Alessandra n. il 25/3/1963; Moneta Francesca n. il

28/10/1962; Valenti Sandra n. il 9/7/1965;

avverso la sentenza n. 2570/2013 pronunciata dalla Corte d’appello di

Genova il 20/6/2014;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita nell’udienza pubblica del 7/7/2015 la relazione fatta dal Cons. dott.

Marco Dell’Utri;

udito il Procuratore Generale, in persona del dott. E. Delehaye, che ha

concluso per l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata;

udito, per i ricorrenti Tata, Caminiti, AA e Valenti, l’avv.to F. Coppi

del foro di Roma, che ha concluso per l’annullamento senza rinvio della

sentenza impugnata;

udito per i ricorrenti AA, Perasso, Rotondale, Cambi, Cerruti Riccardo

e Alberto, Medica, Cristiani e Berta, l’avv.to A. Vaccaro del foro di Genova, che ha concluso per l’accoglimento dei relativi ricorsi;

udito, per i ricorrenti Moneta, Perasso, Rotondale, Cambi, Cerruti Riccardo e Alberto, Medica, Cristiani, Berta, Paganini, Giampieri e Mei

l’avv.to G. Aricò del foro di Roma, che ha concluso per l’annullamento

senza rinvio della sentenza impugnata.

Data Udienza: 07/07/2015

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza resa in data 23/10/2012, il tribunale di Genova, tra le

restanti statuizioni, anche assolutorie, dopo aver dichiarato non doversi

procedere nei confronti di Francesco Tata, Maria Rita Caminiti, AA e

Sandra Valenti in relazione a taluni episodi criminosi loro ascritti, siccome estinti

per intervenuta prescrizione, ha condannato gli stessi imputati alla pena di due

anni di reclusione ed euro 6.000,00 di multa ciascuno, in relazione alla violazione

delle norme di cui agli artt. 73 e 83 d.p.r. n. 309/90, poiché, nelle rispettive

richiesta dalla legge (ad eccezione della sola Sandra Valenti, medico chirurgo

endocrinologo, titolare della specializzazione richiesta), avevano rilasciato ai

pazienti specificamente indicati nei rispettivi capi d’imputazione, piani terapeutici

(talora formalmente sottoscritti dal solo Tata, anche in bianco) e prescrizioni di

preparati galenici contenenti fendirnetrazina e/o clorazepato (sostanze

stupefacenti o psicotrope con effetti anoressizzanti), non già per le necessità di

cura di particolari condizioni patologiche, come stabilito dalla legge, bensì al solo

fine di ottenere una riduzione del peso corporeo dei pazienti: scopo non

terapeutico evidente per aver prescritto le cure in violazione del D.M. 18/9/97 e

in particolare a soggetti non obesi (in quanto con indice di massa corporea

inferiore a 30) e per un periodo di tempo superiore al termine massimo di tre

mesi previsto dalla legge.

Fatti tutti riconosciuti come caratterizzati dalla lieve entità offensiva, ai sensi

dell’art. 73, co 5, d.p.r. n. 309/90.

Gli stessi imputati sono stati altresì ritenuti responsabili del reato previsto

dall’art. 481 c.p., poiché nell’esercizio della professione sanitaria, al fine di porre

in essere le condotte criminose già descritte, avevano attestato falsamente in

certificati, e in particolare nei piani terapeutici previsti dal D.M. 18/9/97, fatti dei

quali tali atti erano destinati a provare la verità; nello specifico, avevano

dichiarato, contrariamente al vero, che i pazienti erano “affetti da obesità

resistente alla terapia dietetica”, e che presentavano all’inizio della cura un

indice di massa corporea superiore a 30.

Fatti tutti commessi in Genova e negli altri luoghi specificati e nelle date

indicate nei diversi capi d’imputazione, e comunque fino al 13/11/2007.

2. Su appello dei quattro imputati e del pubblico mistero, con sentenza in

data 20/6/2014, la corte d’appello di Genova, in parziale riforma della sentenza

di primo grado, tra le restanti statuizioni, esclusa l’applicabilità, nella specie,

dell’art. 73, co. 5, d.p.r. n. 309/90, ha disposto l’aumento delle pene a carico

degli imputati già condannati in primo grado, determinandole: 1) in sei anni ed

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qualità di medici chirurghi, pur non avendo conseguito la specializzazione

euro 75.000,00 di multa a carico del Tata; 2) in cinque anni di reclusione ed

euro 60.000,00 di multa a carico della Caminiti e della AA; 3) in tre anni e sei

mesi di reclusione ed euro 45.000,00 di multa a carico della Valenti.

La stessa corte d’appello, in riforma della sentenza assolutoria pronunciata

dal primo giudice, dopo aver dichiarato l’intervenuta estinzione per prescrizione

di taluni fatti criminosi loro ascritti, ha condannato Pietro Perasso, Fabio

Rotondale, Patrizia Cambi, Riccardo Cerruti, Alberto Cerruti, Andrea Giubertoni,

Orietta Medica, Silvia Cristiani, Adriano Augliera, Francesco Berta, Federica

giustizia rispettivamente loro inflitte, per avere, in relazione a ciascuna delle

ipotesi a ognuno separatamente contestate: 1) Pietro Perasso, Riccardo Cerruti,

Orietta Medica e Anna Maria Giampieri, in qualità di titolari di farmacia; 2)

Francesco Berla e Francesca Moneta, in qualità di direttori responsabili di

farmacia; 3) Patrizia Cambi, Fabio Rotondale, Alberto Cerruti, Andrea Giubertoni,

Silvia Cristiani, Adriano Augliera, Federica Paganini e Alessandra Mei, in qualità

di dipendenti di farmacia; tutti, in più occasioni, confezionato e venduto ai

pazienti specificamente indicati nei rispettivi capi d’imputazione, preparati

galenici prescritti dai medici Tata, Caminiti e AA, contenenti fendimetrazina e

clorazepato, pur nella consapevolezza dell’assenza del fine terapeutico, come

reso evidente dall’indebito prolungamento delle cure oltre il termine massimo di

tre mesi e, comunque, dalla violazione di quanto disposto dal D.M. 18/9/97.

Fatti tutti commessi in Genova e negli altri luoghi specificati e nelle date

indicate nei diversi capi d’imputazione, e comunque fino al 13/11/2007.

3. Avverso la sentenza d’appello, a mezzo dei rispettivi difensori, hanno

proposto ricorso per cassazione tutti gli imputati sopra richiamati.

4. Francesco Tata, Sandra Valenti, AA e Maria Rita Caminiti, a

mezzo del comune difensore, propongono ricorso per cassazione sulla base di

quattro motivi d’impugnazione.

4.1. Con il primo motivo, i ricorrenti censurano la sentenza impugnata per

violazione di legge e vizio di motivazione, avendo la corte territoriale

erroneamente ascritto agli imputati la violazione penalmente rilevante degli artt.

73 e 83 d.p.r. n. 309/90, nonostante l’insussistenza di alcun carattere offensivo

delle condotte loro addebitate, essendosi, i medici imputati, limitati alla

prescrizione dei farmaci contestati nel rispetto delle dosi e delle quantità previste

dalla posologia ufficiale, con la conseguente esclusione di alcuna finalità non

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Paganini, Anna Maria Giampieri, Francesca Moneta e Alessandra Mei, alle pene di

terapeutica dell’attività degli stessi medici, e dunque della lesione in concreto del

bene giuridico tutelato dalle fattispecie previste dagli artt. 73 e 83 citt..

Sotto altro profilo, i ricorrenti sottolineano la violazione di legge in cui

sarebbe incorsa la corte territoriale nel ritenere la persistente efficacia del D.M.

18/9/1997, a seguito della riformulazione (attraverso la legge n. 49/2006) del

testo dell’art. 43 d.p.r. n. 309/90 cui il citato decreto ministeriale doveva

ritenersi indissolubilmente connesso, con la conseguente abrogazione di ogni

prescrizione diversa e più rigorosa (rispetto a quella introdotta dal legislatore del

tabella 2 sub B, precedentemente previsti dal D.M. 18/9/1997.

4.2. Con il secondo motivo, i ricorrenti si dolgono della violazione di legge e

del vizio di motivazione in cui sarebbe incorsa la sentenza impugnata, avendo la

corte territoriale erroneamente negato il ricorso di effettive finalità terapeutiche

nella condotta degli imputati.

In particolare, i ricorrenti evidenziano come l’istruttoria condotta nel corso

del giudizio avesse adeguatamente confermato l’inquadramento dei rapporti tra i

medici imputati e i relativi pazienti in un reale contesto curativo, come attestato

dalla natura e dalla frequenza delle relazioni instaurate; dalla coincidenza, dei

casi di somministrazione di fendimetrazina a soggetti con indice di massa

corporea inferiore a 30, con la presenza di concomitanti fattori di rischio o di

malattie correlate all’obesità; dai risultati conseguiti; dall’assenza di apprezzabili

effetti collaterali, di dipendenza o del cosiddetto “effetto yo-yo”; dalla

significativa circostanza della mancata somministrazione di fendimetrazina a

pazienti con indice di massa corporea anche superiore a 30.

Sotto altro profilo, i ricorrenti censurano l’illogicità delle argomentazioni

elaborate dalla corte territoriale in relazione alla circostanza della mancanza di

specializzazione da parte del Tata, nonché in relazione all’erronea esclusione

delle specifiche finalità terapeutiche connesse a ciascuna prescrizione di

fendimetrazina, così come alle circostanze relative alla presunta fornitura ai

clienti di una scorta di farmaci, alla pretesa assenza di visite o alla trascurata

considerazione dei c.d. pazienti calabri.

Da ultimo, i ricorrenti evidenziano l’erroneità della configurazione del reato

di falso ideologico in certificati (di cui all’art. 481 c.p.) da parte del giudice

d’appello.

Sul punto, gli imputati – premessa l’esclusione di detta configurazione in

relazione ai piani terapeutici rilasciati a soggetti con indice di massa corporea

superiore a 30 all’inizio del trattamento – evidenziano in ogni caso

l’irriconducibilità della figura del piano terapeutico alla fattispecie criminosa in

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2006) in tema di limitazione alla somministrazione dei preparati di cui alla

esame, non costituendo detto piano un vero e proprio certificato, quanto una

mera dichiarazione del medico necessaria all’accompagnamento di altra

certificazione.

4.3. Con il terzo motivo, i ricorrenti censurano la sentenza impugnata per

violazione di legge e vizio di motivazione, avendo la corte territoriale

erroneamente escluso la qualificazione dei fatti ascritti agli imputati nei termini

della lieve entità offensiva, ai sensi dell’ad 73, co. 5, d.p.r. n. 309/90.

dalla corte territoriale nella parte in cui ha ritenuto incompatibile il

riconoscimento della lieve entità dei fatti con la reiterazione della condotta

criminosa, trascurando il carattere decisivo della natura e dell’entità dei singoli

episodi posti ad oggetto delle singole contestazioni; circostanza correttamente

valorizzata dal giudice di primo grado e agevolmente desumibile dalla stessa

previsione generale dell’art. 74, co. 6, d.p.r. n. 309/90, che sancisce con

nettezza la piena compatibilità tra un’attività di cessione di sostanze stupefacenti

anche di carattere organizzato (nella specie neppure contestata) e la

realizzazione di condotte di lieve entità.

4.4. Con il quarto e ultimo motivo, i ricorrenti censurano la sentenza

impugnata per violazione di legge e vizio di motivazione, avendo la corte

territoriale trascurato di dettare un’adeguata motivazione in ordine all’entità

delle sanzioni inflitte agli imputati, nella specie determinate, in misura prossima

al massimo edittale, in termini sensibilmente più severi di quanto disposto dal

giudice di primo grado.

5. Pietro Perasso, Fabio Rotondale, Patrizia Cambi, Riccardo Cerruti, Alberto

Cerruti, Andrea Giubertoni, Orietta Medica, Silvia Cristiani e Francesco Berta, a

mezzo del comune difensore, da un lato, e Adriano Augliera, a mezzo del proprio

difensore, dall’altro, con due distinti atti, propongono ricorso per cassazione sulla

base di sei motivi d’impugnazione ciascuno; motivi tra di loro sostanzialmente

sovrapponibili e, pertanto, unitariamente esaminabili.

5.1. Con il primo motivo, i ricorrenti censurano la sentenza impugnata per

violazione di legge e vizio di motivazione, avendo la corte territoriale

erroneamente affermato la responsabilità penale degli imputati in relazione alla

violazione del D.M. 18/9/1997.

Sul punto, gli imputati ribadiscono come, diversamente da quanto

erroneamente ritenuto dalla corte d’appello, le disposizioni del decreto

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Sul punto, i ricorrenti denunciano l’illogicità dell’argomentazione illustrata

ministeriale in esame debbano ritenersi non più in vigore a seguito dell’avvenuta

modificazione dell’art. 43 d.p.r. n.309/90 ad opera della legge n. 49/2006;

legge, quest’ultima, che ha approntato una diversa disciplina e tabellazione delle

sostanze stupefacenti, sancendo la dispensabilità della fendimetrazina mediante

prescrizione da parte di un medico chirurgo (anche privo di particolari qualifiche

specialistiche) con ricetta rinnovabile.

Ciò posto, la nuova disciplina dettata dall’art. 43 cit. si sarebbe posta in

termini sostanzialmente antinomici, rispetto al citato decreto ministeriale, sì da

5.2. Con il secondo motivo, i ricorrenti si dolgono della violazione di legge e

del vizio di motivazione in cui sarebbe incorsa la corte territoriale nell’omettere

di rilevare la sostanziale inoffensività del quantitativo di principio attivo di

fendimetrazina contenuto nei preparati galenici oggetto di imputazione, inidoneo

a produrre alcun apprezzabile effetto drogante, con la conseguente irrilevanza

penale delle condotte contestate, laddove ricondotte, come ritenuto dalla corte

territoriale, all’ambito di applicazione dell’art. 73 d.p.r. n. 309/90.

5.3. Con il terzo motivo, i ricorrenti censurano la sentenza impugnata per

violazione di legge e vizio di motivazione, avendo la corte territoriale affermato

la responsabilità penale degli imputati sulla base di argomentazioni illogiche e

incoerenti, inidonee a contraddire con efficacia le opposte asserzioni in forza

delle quali il giudice di primo grado era viceversa pervenuto all’assoluzione dei

ricorrenti.

In particolare, evidenziano gli imputati l’erroneità della decisione di

condanna emessa dalla corte territoriale in relazione a fattispecie criminose

asseritamente consumate in accordo con i medici prescriventi senza che, in sede

d’accusa, fosse mai stato espressamente contestato, a carico di detti medici, il

concorso nella commissione dei reati viceversa ascritti ai farmacisti, con la

conseguente violazione del principio di corrispondenza tra accusa e sentenza

sancito dall’art. 521 c.p.p..

Peraltro, la corte territoriale avrebbe illogicamente ritenuto sussistente la

consapevolezza dei farmacisti circa il carattere non terapeutico delle prescrizioni

mediche, sulla base di un dato (quello relativo al ragguardevole numero delle

ricette trasmesse) di per sé privo di effettiva consistenza indiziaria, in ogni caso

sfornito di alcun ulteriore elemento di riscontro idoneo a sostanziare con

ragionevolezza la presumibile conoscenza, da parte dei “farmacisti” (così

onnicomprensivamente e superficialmente accomunati dalla corte territoriale),

delle finalità illecite dei medici prescriventi.

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provocarne l’implicita abrogazione.

5.4. Con il quarto motivo, i ricorrenti si dolgono della violazione di legge e

del vizio di motivazione in cui sarebbe incorsa la corte territoriale nell’omettere

la derubricazione della contestazione sollevata nei relativi confronti nell’illecito

amministrativo di cui all’art. 45, co. 9, d.p.r. n. 309/90 (essendo esclusa, per le

farmacie, l’autorizzazione alla cessione di stupefacenti di cui all’art. 17 d.p.r.

cit.), ovvero nella meno grave ipotesi di cui all’art. 443 c.p. concernente la

5.5. Con il quinto motivo, i ricorrenti si dolgono della violazione di legge e

del vizio di motivazione in cui sarebbe incorsa la corte territoriale nell’escludere

la riconducibilità delle condotte ascritte ai singoli imputati nella prospettiva del

fatto di lieve entità di cui all’art. 73, con 5, d.p.r. n. 309/90, attesa l’irrilevanza,

sul punto, del solo dato costituito dalla numero dei pazienti riforniti dei farmaci in

esame.

5.6. Con il sesto e ultimo motivo, i ricorrenti censurano la sentenza

impugnata per violazione di legge e vizio di motivazione, avendo la corte

territoriale determinato l’entità del trattamento sanzionatorio inflitto agli imputati

sulla base di un discorso giustificativo illogico e contraddittorio.

6. Francesca Moneta propone ricorso sulla base di due motivi di ricorso.

6.1. Con il primo motivo – dopo aver richiamato (al fine di considerarli

riproposti anche nel proprio interesse) i motivi d’impugnazione contenuti nel

ricorso proposto dagli imputati Rotondale, Cambi, Riccardo e Alberto Cerruti,

Giubertoni, Medica, Cristiani e Berta -, la ricorrente censura la sentenza

impugnata per violazione di legge e vizio di motivazione, essendo la corte

territoriale incorsa nella violazione del principio di necessaria correlazione tra

imputazione e sentenza, ai sensi dell’art. 521 c.p.p..

In particolare, osserva la ricorrente come la corte territoriale abbia

evidenziato la sussistenza, nella condotta dell’imputata, di un “significativo

momento di globale correità con i medici” prescriventi, senza che, tuttavia,

l’originaria accusa sollevata dal pubblico ministero avesse prospettato alcun

profilo di concorsualità tra la condotta dell’imputata e detti medici, con il

conseguente radicale mutamento dei termini fattuali della vicenda, nella

specie estesa anche all’elemento soggettivo del dolo di concorso, ossia alla

consapevolezza, nella specie mai contestata, di agire di concerto con i medici

prescriventi e gli altri farmacisti coinvolti nella complessiva vicenda.

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illecita commercializzazione di farmaci guasti o imperfetti.

6.2. Con il secondo motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per

violazione di legge e vizio di motivazione, avendo la corte territoriale affermato

la responsabilità penale dell’imputata (con particolare riferimento all’elemento

psicologico) in assenza di alcun elemento probatorio di riscontro.

In particolare, la corte territoriale avrebbe ravvisato il dolo dell’imputata nel

ricorso di talune circostanze del tutto generiche e astrattamente riferibili a tutti

riscontro idoneo a individualizzare la posizione dell’imputata in relazione ai

singoli fatti alla stessa contestati.

7. Federica Paganini propone ricorso per cassazione sulla base di due distinti

atti, rispettivamente a firma degli avvocati Giovanni Aricò e Paolo Costa.

7.1. Il ricorso dell’avvocato Aricò, – dopo aver richiamato (al fine di

considerarli riproposti anche nell’interesse della Paganini) i motivi

d’impugnazione contenuti nel ricorso proposto dagli imputati Rotondale, Cambi,

Riccardo e Alberto Cerruti, Giubertoni, Medica, Cristiani e Berta -, sottopone

all’esame di questa Corte due ulteriori motivi d’impugnazione, sostanzialmente

sovrapponibili a quelli illustrati in relazione alla posizione della coimputata

Francesca Moneta, dei quali appare pertanto sufficiente l’integrale richiamo in

questa sede (cfr. parr. 6.1 e 6.2).

7.2. Il ricorso dell’avvocato Paolo Costa, nell’interesse dell’imputata

Paganini, si articola in nove motivi d’impugnazione.

7.2.1. Con il primo motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per

violazione di legge, avendo la corte territoriale affermato la responsabilità penale

dell’imputata senza rilevare la sopravvenuta inefficacia del D.M. 18/9/97 a

seguito della modifica (con la legge n. 49/2006) dell’art. 43 d.p.r. n. 309/90, con

la conseguente libera prescrivibilità della fendimetrazina da parte di un medico

chirurgo, pur privo di particolare specializzazione, con ricetta rinnovabile:

premessa da cui discende la piena liceità del comportamento dell’imputata

farmacista nella consegna di detto farmaco ai pazienti.

7.2.2. Con il secondo motivo, la ricorrente si duole del vizio di motivazione

in cui sarebbe incorsa la sentenza impugnata nell’ascrivere alla responsabilità

della Paganini un preteso accordo di collaborazione con il dottor Tata, finalizzato

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gli imputati farmacisti, senza evidenziare il rilievo di alcun elemento di

alla commercializzazione della fendimetrazina dallo stesso prescritta in assenza

di alcun obiettivo terapeutico, sulla base di elementi di prova generici e

astrattamente riferibili all’insieme degli imputati farmacisti, e pertanto in difetto

di elementi probatori individualizzanti idonei a circoscrivere il riscontro istruttorio

della responsabilità della Paganini in relazione agli specifici fatti alla stessa

contestati.

7.2.3. Con il terzo motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per

Pellegrini una pretesa illecita “cura per corrispondenza” (attività

eventualmente riservata all’esclusiva competenza del medico), del tutto

irriconducibile alla differente ipotesi della mera “consegna a domicilio di farmaci”

(circostanza neppure comprovata in relazione alla posizione della Paganini),

costituente un’attività del tutto lecita e consentita a ciascun farmacista, aldilà di

ogni possibile consapevolezza, da parte di questi, dell’eventuale preventiva visita

del paziente ad opera del medico.

7.2.4. Con il quarto motivo la ricorrente si duole del vizio di motivazione in

cui sarebbe incorsa la corte territoriale nell’affermare la rilevanza, ai fini

dell’affermazione della responsabilità della Paganini, delle ricette postdatate

sequestrate ai farmacisti, senza considerare il rinvenimento, nella farmacia in cui

la stessa è impiegata, di solo quattro ricette post-datate, e senza che fosse stato

acquisito alcun riscontro istruttorio circa la consapevolezza dell’imputata

dell’esistenza di tali ricette.

7.2.5. Con il quinto motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per

vizio di motivazione, avendo la corte territoriale riscontrato la responsabilità

della Paganini sulla base di elementi di prova privi di effettiva efficacia

rappresentativa, come, in particolare, quello riguardante l’asserita possibilità per

i farmacisti di percepire l’indice di massa corporea dei pazienti acquirenti dei

farmaci oggetto d’esame (e dunque l’oggettiva incongruità della prescrizione

medica rispetto alle esigenze terapeutiche formalmente dichiarate), a dispetto

dell’obbligo del farmacista di limitare la propria valutazione, circa il riscontro

di particolari requisiti personali degli acquirenti dei farmaci, alla sola maggiore

età degli stessi ovvero alla relativa capacità di intendere e di volere.

7.2.6. Con il sesto motivo, la ricorrente si duole del vizio di motivazione in

cui sarebbe incorsa la corte territoriale nell’omettere di articolare in modo

specifico le argomentazioni richiamate a sostegno della ritenuta responsabilità

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vizio di motivazione, avendo la corte territoriale erroneamente contestato alla

dell’imputata, in dissenso rispetto alle valutazioni espresse dal giudice di primo

grado, e, pertanto, sulla base di un discorso giustificativo “rafforzato” (ossia

dotato di particolare e superiore forza persuasiva) idoneo ad attestare il riscontro

della colpevolezza della Paganini oltre il limite del ragionevole dubbio.

In particolare, del tutto incongruo, secondo il discorso critico elaborato

dal ricorrente, dovrebbe ritenersi il nesso rappresentativo tra il rinvenimento di

quattro ricette post-datate presso la farmacia della Paganini e il prospettato

accordo tra la stessa e i medici coimputati, ovvero tra quelle e la consapevolezza

medesimi medici.

7.2.7. Con il settimo motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata

per vizio di motivazione, avendo la corte territoriale erroneamente imputato alla

Paganini la violazione dell’art. 73 d.p.r. n. 309/90, trascurando il più appropriato

inquadramento della relativa condotta nei termini di cui all’art. 443 c.p., ossia in

relazione al reato di somministrazione di un farmaco imperfetto.

7.2.8. Con l’ottavo motivo, la Paganini si duole del vizio di motivazione in cui

sarebbe incorsa la corte territoriale nel trascurare la riconducibilità della condotta

alla stessa contestata alla prospettiva del fatto di lieve entità, ai sensi dell’art.

73, co. 5, d.p.r. n. 309/90, attesa l’inidoneità a tal fine dell’indice costituito

dal numero dei pazienti o dal dato quantitativo delle ricette trattate nell’ampio

periodo temporale in concreto considerato.

7.2.9. Con il nono motivo, la Paganini censura la sentenza impugnata per

vizio di motivazione, avendo la corte territoriale determinato il trattamento

sanzionatorio inflitto a suo carico sulla base di un discorso giustificativo del tutto

incongruo, carente e contraddittorio.

8. Anna Maria Giampieri e Alessandra Mei, a mezzo del comune difensore,

propongono ricorso per cassazione sulla base di otto motivi d’impugnazione.

8.1. Con il primo motivo, le ricorrenti censurano la sentenza impugnata per

vizio di motivazione, avendo la corte territoriale affermato la responsabilità delle

imputate sulla base di argomentazioni prive di concreta

efficacia individualizzante, siccome riferite onnicomprensivamente a tutti i

“farmacisti”, senza alcuna valorizzazione di elementi di prova suscettibili di

attestare gli estremi della responsabilità di ciascun singolo imputato.

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della stessa dell’assenza di alcuna finalità terapeutica nelle cure prescritte dai

8.2. Con il secondo motivo, le ricorrenti si dolgono del vizio di motivazione

della sentenza impugnata e della mancata assunzione, da parte del giudice

d’appello, di una prova decisiva, per avere la corte territoriale

illogicamente ritenuto riconoscibile, sulla sola base dell’aspetto esteriore degli

acquirenti dei farmaci, la sostanziale incongruità (e dunque la falsità) delle

indicazioni contenute nelle ricette loro presentate, omettendo di procedere

doverosamente all’assunzione delle testimonianze dei singoli clienti, al fine di

verificare in concreto l’effettiva falsità dei certificati in relazione a ciascuno di

Secondo l’argomentazione critica sostenuta dalle imputate, tale rinnovazione

doveva ritenersi imposta dai principi di cui all’art. 6 della Convenzione europea

per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, nonché di

cui agli artt. 111 e 117 della Costituzione, da riguardarsi tanto in relazione al

tema della diversa interpretazione delle prove orali da parte del giudice d’appello

che intenda riformare la decisione assolutoria del giudice di primo grado, quanto

con riguardo all’avvenuta illegittima esclusione, da parte del primo giudice, di

prove orali che si rivelino determinanti ai fini del decidere.

8.3. Con il terzo motivo, le ricorrenti censurano la sentenza impugnata per

violazione di legge, avendo la corte territoriale omesso di dettare alcuna

motivazione in relazione alle argomentazioni illustrate in sede d’appello nella

memoria depositata alcune settimane prima del dibattimento di secondo grado.

8.4. Con il quarto motivo, le ricorrenti si dolgono della contraddittorietà e

della manifesta illogicità della motivazione dettata dalla corte d’appello in

relazione a diversi documenti e atti processuali, segnatamente concernenti: la

consapevolezza, da parte dei farmacisti, della mancanza della

richiesta specializzazione in capo al dottor Tata; l’assenza di visite preliminari dei

pazienti o l’inesistenza di finalità terapeutiche da parte dei medici (con

particolare riguardo al caso della paziente Holtzhecker) o, infine, l’interpretazione

delle asserite affermazioni confessorie pretesamente riconducibili alle

conversazioni intercettate della AA.

8.5. Con il quinto motivo, le ricorrenti censurano la sentenza impugnata per

violazione di legge, avendo la corte territoriale erroneamente interpretato l’art.

38 del r.d. n. 1706/38 e l’art. 6 del codice deontologico dei farmacisti,

omettendo di rilevare l’obbligo dei farmacisti, al di là dell’adempimento di

semplici verifiche formali, di vendere le specialità medicinali di cui siano

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essi.

provvisti e di spedire le ricette firmate da un medico per medicinali esistenti nella

farmacia.

8.6. Con il sesto motivo, le ricorrenti si dolgono dell’omessa motivazione, da

parte della corte territoriale, circa la sussistenza dei presupposti per

l’applicazione del combinato disposto degli artt. 43 e 51 c.p., avendo le imputate

nella specie agito nell’adempimento, sia pure putativo, di un dovere formalmente

8.7. Con il settimo motivo, le ricorrenti censurano la sentenza impugnata

per violazione di legge, avendo la corte territoriale erroneamente interpretato

l’art. 83 del d.p.r. n. 309/90, in relazione all’art. 73 del medesimo testo

normativo, non essendo stata raggiunta alcuna prova in ordine alla certa

sussistenza (oltre ogni ragionevole dubbio) dell’elemento soggettivo del reato

costituito dalla consapevolezza dell’inesistenza di finalità terapeutiche a

fondamento delle prescrizioni dettate dai medici.

8.8. Con l’ottavo e ultimo motivo, le ricorrenti si dolgono della violazione di

legge in cui sarebbe incorsa la corte territoriale, nell’omettere di giustificare la

mancata qualificazione delle condotte ascritte alle imputate nella prospettiva del

fatto di lieve entità, di cui all’art. 73, co. 5, d.p.r. n. 309/90.

CONSIDERATO IN DIRITTO

9. Osserva preliminarmente il collegio come tutti i reati contestati agli

odierni imputati debbano ritenersi prescritti, trattandosi di fattispecie per le quali

il termine di prescrizione risulta pari a sei anni, e dunque, complessivamente, a

sette anni e mezzo per effetto delle intervenute interruzioni, ai sensi dell’art. 161

c.p..

Al riguardo, rilevato che tutti gli episodi contestati appaiono commessi entro

e non oltre il 13/11/2007, deve ritenersi che la prescrizione di tutti i reati sia

maturata al più tardi al 13/5/2015, non emergendo, dagli atti presenti al

fascicolo d’ufficio, la prova dell’avvenuta verificazione di cause di sospensione

della prescrizione, come peraltro implicitamente accertato dalla stessa corte

d’appello, che ha dichiarato (alla data del 20/6/2014) l’intervenuta prescrizione

di tutti i reati commessi fino a tutto l’anno 2006.

Ciò posto, occorre sottolineare,

in conformità all’insegnamento

ripetutamente impartito da questa Corte, come, in presenza di una causa

estintiva del reato, l’obbligo del giudice di pronunciare l’assoluzione dell’imputato

per motivi attinenti al merito si riscontri nel solo caso in cui gli elementi rivelatori

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imposto dalla legge.

dell’insussistenza del fatto, ovvero della sua non attribuibilità penale

all’imputato, emergano in modo incontrovertibile, tanto che la relativa

valutazione, da parte del giudice, sia assimilabile più al compimento di una

‘constatazione’, che a un atto di ‘apprezzamento’ e sia quindi incompatibile con

qualsiasi necessità di accertamento o di approfondimento (v. Cass., n.

35490/2009, Rv. 244274).

E invero il concetto di ‘evidenza’, richiesto dal secondo comma dell’art. 129

c.p.p., presuppone la manifestazione di una verità processuale così chiara e

qualcosa di più di quanto la legge richiede per l’assoluzione ampia, oltre la

correlazione a un accertamento immediato (cfr. Cass., n. 31463/2004, Rv.

229275).

Da ciò discende che, una volta sopraggiunta la prescrizione del reato, al fine

di pervenire al proscioglimento nel merito dell’imputato occorre applicare il

principio di diritto secondo cui ‘positivamente’ deve emergere dagli atti

processuali, senza necessità di ulteriore accertamento, l’estraneità dell’imputato

a quanto allo stesso contestato, e ciò nel senso che si evidenzi l’assoluta assenza

della prova di colpevolezza di quello, ovvero la prova positiva della sua

innocenza, non rilevando l’eventuale mera contraddittorietà o insufficienza della

prova che richiede il compimento di un apprezzamento ponderato tra opposte

risultanze (v. Cass., n. 26008/2007, Rv. 237263).

Tanto deve ritenersi certamente non riscontrabile nel caso di specie, avuto

riguardo alle motivazioni di entrambe le sentenze di merito.

Ne discende che, ai sensi del richiamato art. 129 c.p.p., la sentenza

impugnata va annullata senza rinvio per essere i reati addebitati agli imputati

estinti per prescrizione.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione, annulla senza rinvio la impugnata

sentenza, perché estinti per intervenuta prescrizione i reati tutti addebitati.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 7/7/2015.

obiettiva, da rendere superflua ogni dimostrazione, concretizzandosi così in

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