Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 32342 del 28/06/2016

Penale Ord. Sez. 7 Num. 32342 Anno 2016
Presidente: PAOLONI GIACOMO
Relatore: TRONCI ANDREA

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:
A.A.
avverso la sentenza n. 3187/2013 CORTE APPELLO di ROMA, del
06/02/2015
dato avviso alle parti;
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. ANDREA TRONCI;

Data Udienza: 28/06/2016

R.G. n. 46616/15

Corte Suprema di Cassazione

ORDINANZA
RAGIONI DELLA DECISIONE
1.

Confermata dalla Corte d’appello di Roma la sentenza con cui il

reclusione, oltre interdizione temporanea dai pubblici uffici, per il reato di
peculato (posto in essere dal 14.11.2002 al 18.12.2003, quale impiegata di
Poste Italiane s.p.a. e perciò incaricata di pubblico servizio, mediante
l’appropriazione della complessiva somma di C 44.239,00), A.A. si duole dell’anzidetta pronuncia, emessa il 06.02.2015,
proponendo tempestivo ricorso a mezzo del proprio difensore di fiducia,
con cui si lamenta:
a) “violazione dei criteri legali di valutazione della prova liberatoria”,
motivo che viene sviluppato con riferimento ai vari passaggi (in numero di
otto) valorizzati dalla sentenza impugnata ai fini della conferma della
statuizione di condanna;
b) “mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione in
rif. all’art. 606, 1° comma, lett. E) c.p.p. Travisamento dei fatti e delle
prove”, sulla scorta delle medesime argomentazioni di cui al punto
precedente, la Corte d’appello essendo in sostanza pervenuta, come già il
Tribunale, ad un giudizio del tutto “appiattito acriticamente sulle risultanze
dell’indagine ispettiva”.
Con memoria pervenuta il 23 c.m. il legale dell’A.A. ha
chiesto farsi luogo alla rifissazione dell’udienza camerale, onde consentire
l’esercizio delle proprie prerogative difensive, rappresentando di aver avuto
casuale notizia dell’assegnazione del ricorso innanzi a questa settima
sezione, atteso che il fax pur pervenutogli – ed appositamente allegato alla
detta memoria – era costituito “da una pagina bianca sulla quale è possibile
solo leggere: «21/04/2016 11:42 00668833056 PAG. 01/01»”.

2.

Va preliminarmente disattesa l’istanza di differimento dell’udienza.
Dalle verifiche compiute presso la cancelleria risulta che la notifica

– compiuta a mezzo fax, ai sensi dell’art. 148 del codice di rito – si è
ritualmente perfezionata (ciò per cui si richiede la sola attestazione, da
parte del cancelliere trasmittente, dell’avvenuto invio del testo originale:

Tribunale della Capitale l’aveva condannata alla pena di anni tre di

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cfr. Cass. Sez. 3, sent. n. 13218 del 20.11.2015 – dep. 01.04.2016, Rv.
266571): il che è del resto conforme a quanto rappresentato dallo stesso
difensore, che dà atto della ricezione del fax, seppur illeggibile.
Circostanza, quest’ultima, che tuttavia non può che essere imputata al
malfunzionamento dell’apparecchiatura ricevente – in ipotesi, anche per
una ragione assai banale, quale l’insufficiente livello del toner – e da cui,
tuttavia, non può discendere l’accoglimento della richiesta in esame, posto
che la riconoscibilità del numero telefonico del mittente – corrispondente a

avvocato cassazionista – ben consentiva al difensore di rendersi parte
attiva e di accertare le ragioni dell’invio del fax, in ossequio al preciso
onere incombente a suo carico, giusta il consolidato insegnamento di
questa Corte (cfr., a titolo esemplificativo, stante la diversità dei casi
concreti oggetto delle decisioni adottate, Cass. Sez. 5, sent. n. 29828 del
13.03.2015, Rv. 265150, con riferimento all’ipotesi di mancata
comunicazione del mutamento del numero del fax, nonché Cass. Sez. 2,
sent. n. 21831 del 09.04.2014, Rv. 259714, riguardo al caso della
comunicazione di un numero incompleto di fax e, successivamente, della
mancata attivazione della connessione dell’apparecchiatura).

3.

Fermo quanto sopra, il ricorso proposto non supera il preliminare

vaglio di ammissibilità, con ogni consequenziale statuizione, come da
dispositivo.
Si è qui in presenza di una duplice sentenza conforme, che, con
motivazione non apparente ed immune da vizi di manifesta illogicità,
ricostruisce compiutamente la vicenda per cui è processo, ponendo a base
del convincimento raggiunto una serie convergente ed univoca di elementi
di prova: dalle ammissioni dell’imputata, riconosciutasi autrice di tre delle
sette operazioni indebite di prelievo, eseguite a carico di un libretto di
risparmio postale di cui la titolare aveva precedentemente disposto
l’estinzione, con contestuale trasferimento del relativo importo su altro
libretto, acceso presso diversa agenzia postale, alle dichiarazioni delle
colleghe dell’odierna ricorrente, che hanno riconosciuto, nelle annotazioni a
lato delle operazioni anzidette, la grafia dell’A.A., che
sintomaticamente ebbe per certo a compiere l’ultima operazione in data
18.12.2003, di prelievo dell’importo residuo di € 14.000,00; dalla
conseguente sicura disponibilità materiale del libretto in questione in capo
alla prevenuta, alla mancanza di riscontro del riferito invio del libretto,
dopo l’anzidetta ultima operazione, all’ufficio competente per la

quello della Suprema Corte, peraltro da ritenersi per certo noto ad un

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trasformazione dei depositi dai libretti cartacei a quelli informatici; dalla
deposizione dell’isp. VALENTE, che ha ripercorso gli accertamenti compiuti
in sede ispettiva, riferendo degli esiti relativi, alle risultanze della disposta
perizia grafica, significativa della sicura apocrifia delle sottoscrizioni
apparentemente riferibili alla titolare del libretto di cui trattasi.

3.

Ebbene, a fronte di tanto, l’impugnazione in esame oppone una

diversa lettura delle risultanze probatorie, che si assumono niente affatto

presente sede di legittimità, notoriamente deputata non già alla
individuazione della migliore “lettura” possibile delle carte processuali,
bensì unicamente a verificare che quella proposta dai giudici di merito sia
rispettosa dei principi di diritto operanti in materia e non inficiata da aporie
ed incongruenze logiche manifeste. Essendo appena il caso di puntualizzare
che le considerazioni che precedono, di per sé ampiamente sufficienti a
legittimare la declaratoria di cui all’art. 591 del codice di rito, sono viepiù
rafforzate dalla constatazione della significativa parcellizzazione della
disamina alternativa proposta dalla ricorrente, al di fuori della doverosa
visione e valutazione unitaria del compendio probatorio; mentre, per ciò
che concerne il pure dedotto vizio di travisamento – che, peraltro, può
afferire solo alle prove e non certo al fatto, alla luce di quanto sopra già
osservato – la relativa censura non ottempera minimamente alle condizioni
all’uopo richieste:
“In tema di motivi di ricorso per cassazione, il vizio di travisamento della
prova, desumibile dal testo del provvedimento impugnato o da altri atti del
processo purché specificamente indicati dal ricorrente, è ravvisabile ed
efficace solo se l’errore accertato sia idoneo a disarticolare l’intero
ragionamento probatorio, rendendo illogica la motivazione per la essenziale
forza dimostrativa del dato processuale /probatorio, fermi restando il limite
del “devolutum” in caso di cosiddetta “doppia conforme” e l’intangibilità
della valutazione nel merito del risultato probatorio” (così Cass. Sez. 6,
sent. n. 5146 del 16.01.2014, Rv. 258774).
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento
delle spese processuali e della somma di € 2.000,00 alla cassa delle
ammende.
Così deciso in Roma, il 28.06.2016

univoche: ciò che, inerendo strettamente al merito, non è consentito nella

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