Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 3109 del 11/12/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 3109 Anno 2016
Presidente: FIANDANESE FRANCO
Relatore: PRESTIPINO ANTONIO

SENTENZA
Sul ricorso proposto da:
N. il 13/04/1977
ABIS MONICA
DI MAIO GENNARO N. il 30/01/1073
avverso la SENTENZA DELLA CORTE DI APPELLO DI MILANO
del 22/07/2015
visti gli atti, l’ordinanza e il ricorso
Udita la relazione fatta dal
Consigliere Dott. ANTONIO PRESTIPINO
Udito il Procuratore Generale, in persona del Dott. Giovanni Di Leo che ha concluso
Per il rigetto del ricorso Sentiti i difensori, avv. Stefano Sorrentino per il Di Maio, e avv.
Michele Montesoro per la Abis

Data Udienza: 11/12/2015

Ritenuto in fatto.
1.Con la sentenza in epigrafe, la Corte di Appello di Milano, in riforma della sentenza di
condanna pronunciata dal gup del tribunale di Monza il 5.2.2010 nei confronti di Di Maio
Vincenzo e Abis Monica, per i reati di estorsione continuata, consumata e tentata, in danno di
D’Apolito Libera, ridusse le pene agli stessi inflitte,
1.1. Si legge in sentenza che la D’Apolito aveva presentato due denunce nei confronti della
figlia; una il 4.12.2008, lamentando che la Abis le aveva sottratto quattro assegni circolari per
complessivi C 8000, derivati dalla cessione di un appartamento e di una lavanderia; l’altra il
9.12.2008, con la quale rivelava agli inquirenti di essere preoccupata per la incolumità
personale propria, del figlio Eligio e del convivente, a causa delle continue minacce formulate
nei suoi confronti dalla Abis fin da una decina d’anni prima, per ottenere elargizioni in denaro,
minacce anche di morte, con l’allusione all’opera di non meglio identificati “emissari”, a volte
accompagnate da percosse e, in una occasione, da violenze fisiche più incisive, avendole la
figlia spezzato un dito. La D’Apolito aveva rivelato anche l’intervento nella vicenda del Di Maio,
convivente della figlia, che intorno all’inizio degli anni 2000 avrebbe sostenuto le condotte
intimidatorie della Abis, manifestando l’intento di incaricare un proprio cugino di ucciderla nel
caso si fosse ostinata a non aderire alle richieste di denaro. In altre occasioni, infine, secondo
la ricostruzione dei fatti da parte della D’Apolito, la Abis l’avrebbe accusata di averla truffata,
sempre con atteggiamento minaccioso e offensivo. Tutte Le accuse sarebbero state poi
confermate dal figlio della persona offesa, Eligio, e dal convivente, tale Marzo.
2. La Corte di merito ha condiviso le argomentazioni dei giudici di primo grado sull’attendibilità
della D’Apolito, pur riconoscendo che tra madre e figlia pendessero, all’epoca dei fatti, irrisolte
questioni patrimoniali. Rilevano i giudici di appello, che con la denuncia del 9.12.2008, la Abis
non aveva in definitiva manifestato alcuna reale volontà punitiva, essendosi limitata ad
esprimere preoccupazione per la propria incolumità fisica. Né, secondo i giudici territoriali,
varrebbe a disinnescare l’impianto accusatorio il fatto che la donna dopo avere ricevuto
minacce e violenze a scopo estorsivo si fosse recata ugualmente in casa della figlia; ciò
potrebbe spiegarsi, infatti, con la strettissimo rapporto di parentela tra le due donne, che bene
poteva indurre la persona offesa a cercare comunque una ricucitura del legame familiare,
superando contrasti e timori, anche nella speranza di potere frequentare la nipotina.
2.1. La Corte territoriale avvalora inoltre la deposizione del convivente della D’Apolito, tale
Marzo, nella misura in cui quest’ultimo aveva comunque riferito di frequenti liti tra madre e
figlia dovute alle richieste di denaro della seconda, spesso accompagnate dalle violenze della
Abis, non ritenendo affatto incomprensibile, sul piano logico, che le conoscenze del teste sugli
annosi contrasti che dividevano le litiganti fossero alquanto parziali e incomplete, perché ciò
poteva essere il frutto di una certa reticenza della D’Apolito ad informare compiutamente il
convivente di spinose questioni familiari.
3. Nessuna pretesa giuridicamente sostenibile poteva infine essere identificata, secondo i
giudici di appello, alla base delle continue richieste di denaro della Abis.
4. Con riferimento al Di Maio, peraltro, la Corte territoriale in motivazione limita la sua
partecipazione alle estorsioni ai fatti verificatisi dopo il 2008, epoca dell’inizio della sua
convivenza con la Abis, giustificando sotto questo profilo la riduzione della pena nei confronti
dello stesso imputato.
5. Hanno proposto ricorso per cassazione entrambi gli imputati per mezzo del comune
difensore, avv. Stefano Sorrentino.
5.1. Con il primo motivo, la difesa deduce il vizio di violazione di legge in relazione agli artt.
81, 110, 629 cod. pen. e 56, 81 e 629 cod. pen., e il difetto di motivazione in ordine alla
valutazione dell’attendibilità della persona offesa. In sostanza, le censure difensive si
appuntano sulla presunta discrasia tra le dichiarazioni della D’Apolito e quelle del convivente
della donna, Marzo Silvano, sulla provenienza della minaccia di una spedizione punitiva da
affidare al cugino del Di Maio; la D’Apolito le avrebbe attribuite direttamente al Di Maio, il
Marzo alla Abis. Sotto altro profilo, la difesa rileva la genericità dell’accusa con riguardo al
quantum, quasi mai determinato delle presunte pretese estorsive, sollevando la questione
della configurabilità del semplice tentativo.

5.2. Con il secondo motivo, la difesa deduce la violazione dell’art. 649 cod. pen. in riferimento
agli artt. 56 e 629 cod. pen. L’avv. Sorrentino ha inoltre prodotto memoria difensiva a favore
di entrambi i propri assistiti e motivi nuovi a favore del Di Maio
All’udienza di discussione è intervenuto l’avv. Montesoro per la Abis, che ha tra l’altro rilevato
la sfasatura temporale tra l’indicazione del’epoca dei reati nel capo di imputazione e la
datazione delle denunce presentate dalla D’Apolito.

1.Le divergenze tra le dichiarazioni della D’Apolito e quelle del Marzo sul prospettato intervento
intimidatorio nella vicenda, di un cugino del Di Maio, non sono affatto così radicali. Il nucleo
fondamentale rimane quello della minaccia di quell’intervento e dell’identificazione del soggetto
che avrebbe dovuto effettuarlo; le divergenze potrebbero inoltre essere spiegate con una non
completa percezione dei fatti da parte del Marzo, che non fu l’interlocutore diretto della
telefonata intimidatoria. Peraltro, il Di Maio rimarrebbe comunque implicato nella vicenda, dal
momento che si trattava dell’intervento di un suo congiunto.
1.1. Ciò, senza dire che la difesa ha trascritto solo alcuni brevi stralci delle dichiarazioni
testimoniali a confronto, il che non consente di controllare l’effettiva misura delle denunciate
divergenze (Nel senso che il ricorso per cassazione, per difetto di motivazione in ordine alla
valutazione di una dichiarazione testimoniale, deve essere accompagnato, a pena di
inammissibilità, dalla integrale produzione dei verbali relativi o dalla integrale trascrizione in
ricorso di detta dichiarazione, in quanto necessarie ai fini della verifica della
corrispondenza tra il senso probatorio dedotto dal ricorrente ed il contenuto complessivo della
dichiarazione, cfr. ad es., Cass . sez. Feriale, nr. 32362 del 19/08/2010, RIC. Scuto ed altri).
2. Ma va anche osservato che i rilievi difesivi sono alquanto aspecifici rispetto al più complesso
costrutto motivazionale della sentenza rispetto alla valutazione della solidità del quadro
probatorio e dell’attendibilità delle fonti testimoniali, corroborata con apprezzamento esente da
vizi logico- giuridici..
3. La mancata indicazione del quantum delle somme richieste nel tempo dalla Abis alla madre
non è intanto assoluta (si accenna in sentenza ad una richiesta di 30.000 euro) e, in ogni caso,
è giustificata non solo dal lungo arco temporale delle pressioni estorsive, articolatesi per circa
un decennio prima della denuncia dei fatti, con le ovvie implicazioni sulla possibilità di una loro
precisa focalizzazione, ma anche dalla mancanza di intenti punitivi o rivendicazioni di sorta da
parte della persona offesa, aspetti pur essi convenientemente sottolineati dalla Corte di merito.
3.1. La questione, semmai, come si dirà più avanti, assume un diverso rilievo nei confronti del
Di Maio, attesa la limitazione temporale del suo intervento nella vicenda ritenuta dalla Corte di
merito, oltretutto con la significativa specificazione delle condotte allo stesso attribuibili.
4. Quanto all’esimente di cui all’art. 649 cod. pen., la questione non risulta proposta con i
motivi di appello (vedi la rassegna delle doglianze dedotte con l’atto di appello contenuta nella
sentenza impugnata e non contestata dalla difesa) e d’altra parte la contestazione del concorso
di entrambi gli imputati anche nei fatti commessi senza violenza fisica è di per sé soltanto
descrittiva delle modalità di ciascun episodio senza pregiudicare la differenziazione delle
singole responsabilità giuridico penali, talché anche sotto questo profilo uno specifico motivo si
imponeva; la Abis, comunque, come sottolinea la Corte territoriale, si rese pressoché
costantemente responsabile di violenze fisiche nei confronti della madre.
4.1. La causa di non punibilità non può inoltre applicarsi al Di Maio, che come semplice
convivente della coimputata non rientra tra i prossimi congiunti indicati nell’art. 649 cod. pen.
(cfr. Cort. Cost. ord. 20 Dicembre 1988 nr. 1122), valendo quindi pienamente nella specie il
principio della non comunicabilità delle circostanze soggettive del reato a persona diversa da
quella a cui si riferiscono (artt. 70 co 2 e 119 cod. pen.).
5. Le sfasature temporali tra fatto e imputazione non rilevano in alcun modo, trattandosi di un
mero errore materiale perfettamente riconoscibile, che non ha concretamente inciso sulla
ricostruzione dei fatti da parte dei giudici di merito.
6.Fondato è invece il motivo sulla qualificazione giuridica del fatto proposto nell’interesse del
Di Maio, alla stregua della modifica dell’imputazione operata nei suoi confronti dai giudici di
appello. Come si è detto, la Corte di merito ha ritenuto che l’intervento del Di Maio nella
vicenda processuale dati dal 2008, epoca dell’inizio della sua convivenza con la Abis. I giudici
di appello hanno anche indicato i modi concreti della partecipazione dello stesso ricorrente alle

Considerato in diritto

Alla luce delle precedenti considerazioni la sentenza impugnata va annullata nei confronti di Di
Maio Gennaro limitatamente alla qualificazione giuridica del fatto, con rinvio ad altra sezione
della Corte di Appello di Milano per la conseguente revisione del trattamento sanzionatorio,
rigettato, nel resto, il ricorso dello stesso Di Maio. Va invece dichiarato inammissibile, per
genericità e manifesta infondatezza, il ricorso di Abis Monica, con la condanna della medesima
ricorrente, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. Pen. al pagamento delle spese processuali e della
somma di euro 1000 alla cassa delle ammende, commisurata al suo grado di colpa nella
determinazione della causa di inammissibilità..
P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata nei confronti di Di Maio Gennaro, limitatamente alla
qualificazione giuridica del fatto, con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello di Milano.
Rigetta nel resto il ricorso,Dichiara inammissibile il ricorso di Abis Monica che condanna al
pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1000 alla cassa delle ammende.
Così dec • in Roma, 1’11.12.2015.
Il consi
e latore

pressioni estorsive sulla D’Apolito, riferendole alla minaccia di “invio” di un cugino, e alla
pretesa, avanzata con toni ugualmente intimidatori, di ottenere la consegna di 30.000 euro. In
questi termini, si tratta però all’evidenza di richieste non “evase” dalla D’Apolito, con la
conseguenza che i due fatti estorsivi ritenuti nella sentenza di appello si riducono al tentativo.

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