Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 2999 del 26/11/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 2999 Anno 2016
Presidente: FIANDANESE FRANCO
Relatore: AIELLI LUCIA

Data Udienza: 26/11/2015

GODINO Andrea nato il 16.3.1976 ;
avverso la sentenza n. 9044/13 della Corte d’Appello di ROMA del 25.11.2013;
visti gli atti , la sentenza ed il ricorso;
udita in pubblica udienza la relazione del Consigliere dott. Lucia AIELLI ;
udite le conclusioni del Sostituto procuratore generale dott. Maria Giuseppina
FODARONI che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso;
udito il difensore avv. Pietro Messina che si è riportato ai motivi di ricorso;

Ritenuto in fatto

Con sentenza del 25.11 .2013 la Corte d’Appello di Roma in parziale
riforma della sentenza di condanna emessa dal GIP del Tribunale di
Civitavecchia che all’esito del giudizio abbreviato aveva condannato Godino
Andrea alla pena di anni quattro, mesi quattro di reclusione ed euro 1.400,00 di

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q1).

multa per i reati di estorsione, riduceva la pena inflitta dal primo giudice,
riconoscendo anche le circostanze generiche, equivalenti alle contestate
aggravanti.
Avverso tale sentenza proponeva ricorso per Cassazione l’imputato per
mezzo del suo difensore, il quale eccepiva la violazione di legge ex art. 606
lett. b) ed e) c.p.p., in relazione agli artt. 530, 531 c.p.p. e 629 e 393 c.p., in
particolare il ricorrente riteneva che la Corte d’Appello avesse errato nella
qualificazione giuridica del fatto ai sensi dell’art. 629 c.p., dovendosi, invece,

fattispecie meno grave di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, avendo il
Godino agito per ottenere il pagamento di un credito lecito (effettivamente
esistente tra Vaseli Renaldo e Godino Andrea); con il secondo motivo di ricorso
il ricorrente lamentava la violazione di legge ex art. 606 lett. B) ed e) c.p.p., in
relazione agli artt. 530, 531 c.p.p., 629 , 56 , 640 c.p., in quanto con
riferimento al secondo episodio delittuoso, non vi era stata alcuna violenza o
minaccia, nei confronti della p.o., per cui la condotta dell’imputato doveva
essere inquadrata in termini di tentata truffa, a nulla rilevando ” lo stato di
soggezione” richiamato dalla Corte d’appello, ai fini della individuazione della
estorsione, non supportato da elementi oggettivi ; da ultimo il ricorrente
lamentava la violazione dell’art. 606 lett. b) c.p.p. in relazione agli artt. 62 bis e
69 c.p., ritenendo che la motivazione in punto di riconoscimento delle
circostanze attenuanti generiche, avrebbe dovuto condurre la Corte ad un più
mite trattamento sanzionatorio attraverso il riconoscimento delle suddette
circostanze in regime di prevalenza.
Considerato in diritto
Il ricorso è infondato.
Con riferimento al primo motivo di ricorso, occorre premettere che in tema di
differenziazione tra il reato di estorsione ed esercizio arbitrario delle proprie
ragioni si registra un contrasto giurisprudenziale. Si sono infatti sviluppati sul
punto, due distinti filoni interpretativi, da un lato la giurisprudenza che afferma
che la distinzione tra le due fattispecie, non è correlata alla materialità del fatto,
che può essere identica in entrambe le ipotesi, ma piuttosto, nell’elemento
intenzionale: quale che sia stata l’intensità e la gravità della violenza o della
minaccia, solo l’azione che miri all’attuazione di una pretesa non suscettibile di
tutela giudiziaria merita di essere tipizzata in termini di estorsione (da ultimo
cfr. Sez. 2, n. 23765/2015 rv. 264106; Sez. 2 n. 42940/2014, rv. 260474; Sez.

2 ,n. 31224/2015, rv. 259966). Dall’altro, la giurisprudenza che afferma che se
è vero che l’elemento intenzionale costituisce in linea di principio la linea di
demarcazione delle due ipotesi delittuose, la gravità della violenza e la intensità

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ravvisare, nel caso di specie, con riferimento al primo episodio estorsivo, la

dell’intimidazione veicolata con la minaccia, non costituiscono momenti del tutto
indifferenti nel qualificare il fatto in termini di estorsione piuttosto che di
esercizio arbitrario ex art. 393 c.p..Poiché, infatti, nel delitto di esercizio
arbitrario delle proprie ragioni la condotta violenta o minacciosa non è fine a se
stessa, ma è strettamente connessa alla finalità dell’agente di far valere

il

preteso diritto, rispetto al cui conseguimento si pone come elemento
accidentale, essa non può mai consistere in manifestazioni sproporzionate e
gratuite di violenza. Quando la minaccia, dunque, si estrinseca in forme di tale

ragionevole intento di far valere un diritto, allora la coartazione dell’altrui
volontà è finalizzata a conseguire un profitto che assume ex se i caratteri
dell’ingiustizia. Con la conseguenza che in determinate circostanze e situazioni
anche la minaccia dell’esercizio di un diritto, in sè non ingiusta, può diventare
tale, se le modalità denotano soltanto una prava volontà ricattatoria, che fanno
sfociare l’azione in mera condotta estorsiva (cfr. in termini Sez. 1, Sentenza n.
32795 del 02/07/2014 Rv. 261291; Sez. 5, 3 maggio 2013, n. 19230,
Palazzotto, Rv. 256249; Sez. 5, 20 luglio 2010, n. 28539, Coppola, Rv. 247882;
Sez. 6, 23 novembre 2010, n. 41365, Straface Rv. 248736; Sez. 2, 26
settembre 2007, n. 35610, Della Rocca, Rv. 237992; Sez. 2, 5 aprile 2007, n.
14440, Mezzanzanica, Rv. 236457; Sez. 2, 10 dicembre 2004, n. 47972,
Caldara, Rv. 230709; Sez. 1, 4 marzo 2003, n. 10336, Preziosi, Rv. 228156).
Secondo questo indirizzo, dunque, a fronte di un preteso diritto che sia possibile
far valere davanti all’autorità giudiziaria, ai fini della distinzione tra esercizio
arbitrario delle proprie ragioni ed estorsione occorre verificare il grado di gravità
della condotta violenta o minacciosa per cui “si rimane indubbiamente
nell’ambito dell’estorsione ove venga esercitata una violenza gratuita e
sproporzionata rispetto al fine ovvero se si eserciti una minaccia che non lasci
possibilità di scelta alla vittima” (così Sez. 6, 7 settembre 2010, n. 32721,
Hamidovic, Rv. 248169). In questo solco si collocano le pronunce di questa
Corte che indubitabilmente ravvisano il reato di estorsione e non quello di
esercizio arbitrario delle proprie ragioni nel caso in cui la pretesa di far valere il
diritto, effettivamente esistente, sia esercitata, da un terzo estraneo al rapporto
obbligatorio. Infatti quando, come nel caso di specie, vengono impiegati terzi
malintenzionati per costringere, mediante violenza o minaccia, altra persona a
soddisfare un debito, ricorre il reato di estorsione previsto dall’art. 629 cod.
pen. e non già quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni (art. 393 cod
pen.) atteso che l’elemento caratterizzante l’episodio, cioè l’intervento di
esecutori materiali appositamente cercati e pagati, rende ingiusto il profitto
(quanto meno) che ne ricavano i terzi direttamente, poiché connesso ad azione

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forza intimidatoria e di sistematica pervicacia che vanno al di là di ogni

intimidatoria e non a preteso diritto, e realizza altresì il danno per la vittima,
costretta a versare denaro nelle mani di un soggetto estraneo al rapporto
obbligatorio, senza alcuna garanzia di effetto liberatorio ( Sez. 2, n.47972 del
1/10/2004, rv. 230709; Sez. 2 9759 del 10/272915 rv.263298).
Nel caso in esame , la Corte d’Appello ha evidenziato che l’azione minacciosa
venne posta in essere dal Godino per il tramite del Catracchia, ( come ammesso
da quest’ultimo, dietro pagamento di un corrispettivo) e che a fronte della
violenza esercitata dallo stesso Catracchia nei confronti di Veseli Renaldo,

determinò a pagare nel mani del Godino , il debito contratto dal figlio, pertanto
alla luce dei principi sopra illustrati, ha correttamente qualificato la condotta
dell’imputato in termini di estorsione e non di esercizio arbitrario delle proprie
ragioni .
Quanto al secondo motivo di ricorso, occorre precisare che il criterio distintivo
tra il reato di truffa e quello di estorsione, quando il fatto è connotato dalla
minaccia di un male, va ravvisato essenzialmente nel diverso modo di
atteggiarsi della condotta lesiva e della sua incidenza nella sfera soggettiva
della vittima: ricorre la prima ipotesi delittuosa se il male viene ventilato come
possibile ed eventuale e comunque non proveniente direttamente o
indirettamente da chi lo prospetta, in modo che la persona offesa non è
coartata, ma si determina alla prestazione, costituente l’ingiusto profitto
dell’agente, perché tratta in errore dalla esposizione di un pericolo inesistente;
mentre si configura estorsione se il male viene indicato come certo e
realizzabile ad opera del reo o di altri, in tal caso la persona offesa è posta nella
ineluttabile alternativa di far conseguire all’agente il preteso profitto o di
subire il male minacciato. (Sez. 2 , 7662/2015 rv. 262574). Nel caso in esame
la Corte ha sottolineato il dato secondo il quale la seconda richiesta di denaro
venne formulata dal Godino, pochi giorni dopo la prima estorsione realizzata
con aggressione fisica e minaccia, sicchè Veseli Luan si trovava in uno stato di
evidente soggezione e non poteva sottrarsi al pagamento della somma
richiesta. Inoltre il giorno prima del suo arresto il Godino si era recato presso il
distributore di benzina del Veseli minacciando di morte, per interposta persona,
Veseli Renaldo , dicendo ad un suo collega che quello non sarebbe arrivato vivo
al’indomani perché era debitore nei suoi confronti, sicchè ancora una volta
Veseli Luan , padre di Renaldo , si vide costretto, per evitare guai al figlio, a
versare la somma all’imputato.
Tale condotta la Corte territoriale ha correttamente qualificato in termini di
estorsione valorizzando i termini della minaccia ed il contesto spaziale e
temporale in cui la stessa fu realizzata.

consistita nel colpirlo al capo con il calcio di una pistola, il padre: Veseli Luan, si

Adeguato e corretto infine il ragionamento della Corte in punto di trattamento
sanzionatorio laddove, riconoscendo all’imputato le circostanze attenuanti
generiche e l’attenuante comune del risarcimento del danno in regime di
equivalenza con la contestata aggravante, ha ridotto la pena senza tuttavia
addivenire alla applicazione delle indicate circostanze attenuanti in regime di
prevalenza non essendo state prospettate ragioni a sostegno del migliore
trattamento sanzionatorio. Sul punto questa Corte ha condivisibilmente
affermato che non viola il principio del divieto di” reformatio in peius” il giudice

confermi il giudizio di equivalenza già espresso dal primo giudice in ordine alle
contestate aggravanti ( Sez. 6, n. 13879 del 16/10/2010, rv. 246685).

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso, il 26 novembre 2015
Il Consigliere estensore

Il Presidente

d’appello che riconosca la sussistenza di una nuova circostanza attenuante e

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