Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 29665 del 29/05/2018

Penale Sent. Sez. 6 Num. 29665 Anno 2018
Presidente: PAOLONI GIACOMO
Relatore: CRISCUOLO ANNA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
A.A.

avverso la sentenza del 18/04/2017 della CORTE APPELLO di ROMA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere ANNA CRISCUOLO;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore PAOLO CANEVELLI, che
ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.
udito il difensore, avv. NOCITA PIETRO, che si riporta al ricorso e ne chiede
l’accoglimento.

Data Udienza: 29/05/2018

RITENUTO IN FATTO

1. In parziale riforma della sentenza emessa il 16 dicembre 2015 all’esito di
giudizio abbreviato dal G.u.p. del Tribunale di Roma nei confronti di A.A., la Corte di appello di Roma ha concesso all’imputato i doppi benefici,
confermando nel resto la sentenza appellata.
L’affermazione

di

responsabilità

dell’imputato

per

il

delitto

di

favoreggiamento continuato dell’associazione finalizzata al traffico di

maggio al dicembre 2010 i componenti dell’associazione, avvisandoli ed
informandoli delle investigazioni in atto, abusando della qualifica di ufficiale di
polizia giudiziaria, appartenente all’arma dei CC in servizio presso il NOR di
Roma, è stato fondato sulle risultanze delle intercettazioni telefoniche, che
documentavano i contatti dell’imputato con Coccagna Simone, contestuali
all’esecuzione della perquisizione nella carrozzeria del B.B., per avvisarlo
dell’esecuzione della perquisizione con unità cinofile e della possibile estensione
della stessa presso l’abitazione del B.B., segnalandogli la necessità di avvertire
la moglie e di non utilizzare più il telefono per le comunicazioni.

2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso il difensore del A.A., che ne
chiede l’annullamento per violazione dell’art. 378 cod. pen. nonché per
mancanza di motivazione e travisamento della prova.
Deduce che la Corte di appello ha omesso di motivare su un motivo specifico
di appello, relativo ai tempi della condotta dell’imputato, successiva all’intervento
investigativo, che avrebbe dovuto preannunciare, in quanto il ricorrente si limitò
a commentare un atto di polizia già eseguito. Con motivazione apparente la
Corte di appello qualifica l’azione del ricorrente come consigli, suscettibili di
tradursi in aiuto, in tal modo incorrendo in errore, in quanto anticipa la soglia di
punibilità ad una condotta ambigua, che non raggiunge la finalità dell’azione.
La sentenza ignora dati probatori, così incorrendo anche nel vizio di
travisamento del fatto, oltre che nel vizio di mancanza di motivazione, in quanto
non ha tenuto conto dell’inconciliabilità temporale della condotta di
favoreggiamento con il fatto da preannunciare, atteso che la condotta è di alcune
ore successiva alla perquisizione; peraltro, il ricorrente apprende e non dà notizie
del fatto, poiché è il Coccagna a riferirglielo, in quanto il ricorrente aveva solo
necessità di contattare la carrozzeria poiché vi era custodita la sua autovettura,
e dalla comparazione degli orari delle conversazioni dell’i dicembre 2010 delle
ore 18.29 e 18.51 trascritte con quelli delle perquisizioni, risultanti dai verbali
allegati- ore 17.00 presso la carrozzeria, ore 17,30 presso l’abitazione-, risulta

stupefacenti, promossa da B.B., consistito nell’aver aiutato dal

evidente che il ricorrente non può essere qualificato favoreggiatore. Segnala che
tale circostanza era stata già sottolineata da questa Corte in sede di
annullamento dell’ordinanza cautelare, rilevando l’omessa specificazione di
elementi fattuali, riconducibili a comportamenti del A.A., compiuti dopo la
commissione dei reati da parte dei componenti dell’associazione.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Ribadito che in presenza di una c.d. “doppia conforme” il vizio di
travisamento della prova può essere dedotto sia nell’ipotesi in cui il giudice di
appello, per rispondere alle critiche contenute nei motivi di gravame, abbia
richiamato dati probatori non esaminati dal primo giudice, sia quando entrambi i
giudici del merito siano incorsi nel medesimo travisamento delle risultanze
probatorie acquisite in forma di tale macroscopica o manifesta evidenza da
imporre, in termini inequivocabili, il riscontro della non corrispondenza delle
motivazioni di entrambe le sentenze di merito rispetto al compendio probatorio
acquisito nel contraddittorio delle parti (Sez. 2, n. 5336 del 09/01/2018, Loculli e
altro, Rv. 272018), i rilievi difensivi si risolvono nella contestazione della lettura
e della valenza probatoria attribuita dai giudici di merito alle conversazioni
intercettate per pervenire all’affermazione di responsabilità dell’imputato,
laddove, invece, queste dimostrerebbero che il A.A. non diede informazioni
sull’atto investigativo in corso, ma le apprese, limitandosi a commentare il fatto
e dare consigli, che la Corte di appello qualifica come suscettibili di tradursi in
aiuto.
Da ciò deriverebbero il travisamento della prova e del fatto nonché la
violazione dell’art. 378 cod. pen., in quanto in tal modo si anticipa la soglia di
punibilità, ed il vizio di motivazione.
Deve in primo luogo, precisarsi che la sentenza impugnata non travisa
affatto il dato indicato, in quanto espressamente a pagina 4 dà atto
dell’informazione ricevuta dal ricorrente sulla perquisizione in corso con unità
cinofile presso la carrozzeria del B.B..
In secondo luogo, va evidenziato che la censura difensiva si concentra ed
attribuisce rilievo assorbente al dato cronologico per sottolineare l’incompatibilità
degli orari delle conversazioni, intercorse 11 dicembre 2010 tra il A.A. ed il
Coccagna, successive all’esecuzione della perquisizione nell’officina e
nell’abitazione del B.B. (ove fu rinvenuto 1 kg di cocaina, che ne determinò
l’arresto), con l’accusa di favoreggiamento, in quanto la circostanza priverebbe di

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1. Il ricorso è infondato.

rilievo l’aiuto prestato all’interlocutore, supposto componente dell’associazione
finalizzata al traffico di stupefacenti, facente capo al B.B..
La censura, pur suggestiva, ha riguardo unicamente all’orario di inizio delle
perquisizioni e non alla durata delle operazioni né al numero ed alla frequenza
dei contatti con il Coccagna né al contenuto dei colloqui, illustrato nella sentenza
di primo grado, dalla quale risulta che la prima conversazione avvenne alle ore
18.29, quando la perquisizione presso l’officina del B.B. era ancora in corso, e
l’ultima alle ore 20.48, quando era ormai certo che il B.B. e l’D.D. erano

risulta che la perquisizione presso la carrozzeria del B.B.  iniziò alle ore 17.00 e
terminò alle ore 19.50, mentre la perquisizione domiciliare ebbe inizio alle 17.30
e si concluse alle ore 20.15, e già tali dati privano di decisività i rilievi difensivi.
Come già evidenziato nella sentenza di primo grado non può trascurarsi che
fu il ricorrente a contattare il Coccagna per chiedere cosa stesse succedendo, ad
apprendere che l’interlocutore non riusciva a contattare il B.B. e ad intimargli
di non recarsi presso la carrozzeria con sequenza logica, che rende evidente
l’immediata comprensione e valutazione dei rischi connessi all’atto di p.g. in
corso; fu sempre il ricorrente ad inviare presso la carrozzeria Romolo Giugni con
una scusa per avere notizie e riferirle al Coccagna, che, a sua volta, informò la
sorella del B.B. di aver saputo dal ricorrente che era in corso una perquisizione
con i cani; fu il ricorrente a suggerire al Coccagna di contattare la compagna del
B.B., in quanto quasi certamente la polizia si sarebbe recata presso
l’abitazione dello stesso, ed ancora, nel colloquio delle 19.34, lo esortò ad
entrare in casa del B.B.per vedere cosa stesse accadendo, suggerendogli
anche la scusa da proporre agli operanti, contestualmente contestandogli la
leggerezza del B.B., che aveva inutilmente messo sull’avviso due- tre mesi
prima. Analoga contestazione gli ribadì nel colloquio delle ore 19.55,
suggerendogli di non chiamare più gli altri e di non usare più il telefono perché
probabilmente erano sotto controllo, rimproverando, ancora nel colloquio delle
ore 20.48, lui e gli altri di non avere ascoltato gli avvertimenti dati al B.B. già
prima dell’estate, significativamente, rimarcando di essere stato costretto a
cambiare ufficio proprio a causa del B.B. (ho dovuto pure cambià ufficio pe’ i
cazzi sua e l’ha pijata pure a ride, v. pag. 6 sentenza di primo grado).
Il ricorrente sembra trascurare la diffusa motivazione della sentenza di
primo grado e di quella impugnata, che svilisce il tema posto, attribuendo rilievo
alla ripetuta contestazione mossa dal ricorrente al Coccagna per l’imprudenza del
B.B., che aveva ignorato le sue raccomandazioni di non svolgere attività
illecita in luoghi a lui riconducibili, in tal modo confermando sia la
consapevolezza dei traffici illeciti del B.B. e del coinvolgimento del Coccagna e

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stati portati via dall’officina. Peraltro, dagli stessi verbali, prodotti in appello,

di altri (l’Alberti ed il Taglione), sia i pregressi rapporti esistenti, risalenti per
ammissione dello stesso ricorrente a prima dell’estate, sia i precedenti, vani
tentativi di aiutarli.
Coerentemente i giudici hanno sottolineato che i consigli del ricorrente,
consistiti nel suggerire al Coccagna di non recarsi presso la carrozzeria dove era
in corso la perquisizione con unità cinofile, nel prospettargliene la certa
estensione all’abitazione del B.B. con conseguente necessità di avvertire la
convivente e nel suggerirgli di non utilizzare più il telefono per eludere possibili

risoltisi in un aiuto ad eludere le investigazioni in corso ed in un non trascurabile
intralcio alle stesse.
La valutazione è corretta, stante la natura di reato di pericolo del
favoreggiamento personale, integrato da una condotta sostanziantesi in
un’attività che frapponga un ostacolo, anche se limitato o temporaneo, allo
svolgimento delle indagini, che provochi una negativa alterazione del contesto
fattuale, all’interno del quale le investigazioni e le ricerche erano in corso o si
sarebbero potute svolgere ( Sez. 6, n. 9989 del 05/02/2015, Rv. 262799; Sez.
6, n. 709 del 24/10/2003, dep. 2004, Rv. 228257), tant’è che il reato è
configurabile anche nel caso in cui le indagini non siano ancora iniziate.
Nel caso di specie, contrariamente all’assunto difensivo, la latitudine dei
“consigli” forniti dal ricorrente è stata ritenuta idonea ad aiutare i destinatari ad
eludere le investigazioni, evitando al Coccagna (all’epoca indagato, sebbene poi
assolto) l’esposizione ed il coinvolgimento nelle indagini ed al B.B. il
rinvenimento di stupefacente presso l’abitazione, nell’evidente consapevolezza
che ivi fosse custodito e che vi fossero intercettazioni in corso, a nulla rilevando
che la perquisizione fosse iniziata e lo stupefacente rinvenuto solo al termine di
lunghe operazioni di ricerca, dovendo, invece, attribuirsi rilievo all’idoneità della
condotta, nel contesto descritto e nella delicata fase operativa in corso (diretta al
recupero di una partita di stupefacente, acquistata dal B.B. e D.D.a fine
novembre 2010 e destinata alla imminente commercializzazione, v. pag. 1 e 2
della sentenza di primo grado), ad alterare la situazione di fatto ed il contesto,
oggetto di investigazione, ad ostacolare l’identificazione dei componenti del
sodalizio e l’acquisizione di elementi di conferma dell’ipotesi investigativa.
Le censure del ricorrente sembrano avere riguardo all’inefficacia dei
suggerimenti del ricorrente piuttosto che all’idoneità degli stessi, trascurando che
ai fini della configurabilità del delitto di favoreggiamento non è necessaria la
dimostrazione dell’effettivo vantaggio conseguito dal soggetto favorito,
occorrendo solo la prova della oggettiva idoneità della condotta favoreggiatrice
ad intralciare il corso della giustizia (Sez. 6, n. 3523 del 07/11/2011, dep. 2012,

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intercettazioni, sostanziano l’elemento oggettivo del reato contestato, in quanto

Rv. 251649), idoneità evidenziata dai giudici di merito per i singoli suggerimenti
dati dal ricorrente, la cui rilevanza è stata analiticamente valutata e ritenuta (
pag. 5 e 6 della motivazione).
Né può omettersi di considerare, come sottolineato dai giudici di merito al
fine di rimarcare l’idoneità favoreggiatrice della condotta, la particolare
affidabilità attribuita dai destinatari ai suggerimenti provenienti dal ricorrente per
la qualificazione della fonte e delle informazioni disponibili.
Risulta pertanto, chiaramente delineato il risalente rapporto fiduciario

attività illecite del B.B. e del gruppo e l’idoneità della condotta tenuta nel
contesto descritto a sviare ed eludere le indagini, evitando l’identificazione dei
componenti del gruppo coinvolti nel traffico illecito ed ostacolando l’attività di
ricerca in corso per il reperimento dello stupefacente.
Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle
spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso, il 29/05/2018.

instaurato dal ricorrente con i soggetti indagati, la pregressa conoscenza delle

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