Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 29468 del 07/05/2018

Penale Sent. Sez. 5 Num. 29468 Anno 2018
Presidente: SETTEMBRE ANTONIO
Relatore: DE MARZO GIUSEPPE

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
A.A.

avverso la sentenza del 18/11/2015 della CORTE APPELLO di MILANO
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita !a relazione svolta dal Consigliere GIUSEPPE DE MARZO
Udito il Procuratore generale, dott. FERDINANDO LIGNOLA
che ha concluso per il rigetto del ricorso

Udito il difensore, Avv. Roberto Lassini, che chiede l’accoglimento del ricorso

Data Udienza: 07/05/2018

Ritenuto in fatto
1. Con sentenza del 18/11/2015 la Corte d’appello di Milano ha confermato la
decisione del Tribunale, quanto alla affermazione di responsabilità di A.A., in relazione ai reati di bancarotta patrimoniale e documentale,
e, in riforma della stessa, esclusa la recidiva, ha rideterminato il trattamento
sanzionatorio.
2. Il ricorso proposto personalmente dall’imputato è affidato ai seguenti motivi.
2.1. Con il primo motivo si lamenta nullità della sentenza per lesione del diritto

rinvio disposto in accoglimento della richiesta formulata per il legittimo
impedimento del difensore. Aggiunge il ricorrente che le critiche condizioni di
salute del difensore e l’inerzia del sostituto nominato ai sensi dell’art. 97, comma
4, cod. proc. pen. avevano pregiudicato l’effettività del diritto di difesa.
2.2. Con il secondo motivo si lamentano vizi motivazionali e violazione di legge,
in relazione alla attribuzione all’imputato del ruolo di amministratore di fatto
della società fallita. Rileva il ricorrente: a) che il suo coinvolgimento
distrattiva era il frutto di una semplice opinione della Corte territoriale, peraltro
fondata su una inammissibile rivalutazione della posizione del coimputato B.B.,
già assolto in primo grado; b) che la conclusione del giudice di merito
contrastava con il riconoscimento che, della esistenza e del ruolo del A.A., la
curatela non aveva avuto sentore e con l’ammissione che non vi era riscontro al
fatto che il A.A. avesse personalmente trattato con i fornitori; c) che,
peraltro, l’esercizio continuativo e significativo dei poteri tipici del ruolo non
poteva ritenersi dimostrato sulla base della testimonianza di un dipendente che
aveva indicato come, accanto al B.B., che dava al primo ordini e disposizioni
operative, veniva saltuariamente nel laboratorio anche il A.A.; d) che la
medesima inidoneità dimostrativa doveva essere attribuita al fatto di usufruire di
un “ufficietto” o di essere stato presente alla cessione delle quote dal B.B. al
C.C. non nel A.A., i loro interlocutori; f) che, del resto, il ruolo di amministratore
di fatto non poteva discendere dal contributo fornito in occasione dell'”affare

nordafricano”, giacché, se quest’ultimo non aveva, come la Corte d’appello aveva
riconosciuto, alcuna concretezza, non poteva neppure ritenersi connesso in alcun
modo con gli acquisti compiuti dagli ex coimputati; g) che, anche il “personale
interessamento al trasferimento in Tunisia di una pressa” era una
argomentazione illogica ed apodittica, in quanto fondata sulla indimostrata
premessa dell’utilizzazione da parte del A.A. dell’utenza, in realtà intestata’ .
al B.B. , che era stata indicata all’autotrasportatore; h) che neppure poteva
ritenersi che il B.B. e il C.C. fossero delle mere “teste di legno”, dal
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di difesa, dal momento che il Tribunale non aveva dato avviso all’imputato del

momento che avevano posto in essere atti gestori; ) che dalle superiori
considerazioni emergeva, altresì, l’illegittimità della condanna per bancarotta
fraudolenta documentale.
2.3. Con il terzo motivo si lamentano vizi motivazionali e violazione di legge, per
avere la Corte territoriale posto a fondamento della affermazione di
responsabilità dichiarazioni etero-accusatorie dei coimputati prive di riscontri
estri nseci .
Aggiunge il ricorrente: a) che le dichiarazioni del C.C., oltre che provenire da

smentite, quanto al cd. progetto libico, presentato in termini di effettività, dalle
affermazioni della Corte territoriale, secondo la quale esso era invece privo di
qualunque concretezza; b) che, peraltro, il C.C. aveva anche chiarito che era
il B.B. a gestire l’attività, mentre il “A.A. aveva portato questo lavoro”,
ossia il menzionato affare libico; c) che le dichiarazioni del C.C. e del B.B.,
quanto al ruolo del A.A. nell’acquisto di macchinari presso terzi, erano in
contrasto con le dichiarazioni dei testi ascoltati (in particolare, il teste Valsecchi)
e con gli stessi passi della sentenza, che davano atto dell’assenza di prova, in
merito all’intervento del A.A. presso i fornitori; d) che, ancora, il
commercialista XX aveva riferito di avere consegnato le scritture contabili al
C.C. , in tal modo smentendo le dichiarazioni di quest’ultimo, secondo l quale
la sua sottoscrizione, risultante in calce alla dichiarazione di ricezione delle
scritture, era stata apposta su un foglio firmato in bianco; e) che la Corte
territoriale, pur negando attendibilità alle affermazioni del B.B., le aveva
richiamate in più di un’occasione per sostenere le proprie conclusioni.
Considerato in diritto
1. Il primo motivo di ricorso è inammissibile per manifesta infondatezza.
Secondo il consolidato orientamento di questa Corte, il difensore che abbia
ottenuto la sospensione o il rinvio della udienza per legittimo impedimento a
comparire ha diritto all’avviso della nuova udienza solo nel caso di rinvio “a
nuovo ruolo”, poiché, nel diverso caso di rinvio ad udienza fissa, la lettura
dell’ordinanza sostituisce la citazione e gli avvisi sia per l’imputato contumace,
che è rappresentato dal sostituto del difensore designato in udienza, sia per il
difensore impedito, atteso che il sostituto assume per conto del sostituito i doveri
derivanti dalla partecipazione all’udienza (Sez. 3, n. 30466 del 13/05/2015,
Calvaruso, Rv. 264159).
L’esigenza di effettuare, nella regolamentazione delle attività processuali, un
adeguato bilanciamento tra i diritti difensivi e la necessità, peraltro funzionale
allo stesso interesse dell’imputato, di assicurare la ragionevole durata del
processo, impone, infatti, di ritenere che quando l’imputato stesso scelga di non
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un soggetto che aveva negato ogni propria responsabilità, erano logicamente

partecipare al processo, avvalendosi della rappresentanza del difensore, egli
abbia l’onere di coltivare il rapporto fiduciario con adeguate e costanti attività
informative, con la conseguenza che, ove i meccanismi comunicativi di garanzia
previsti in un’ottica di efficienza e razionalità dall’ordinamento, non perseguano,
da un punto di vista obiettivo (ciò che qui si ipotizza solo per verificare la tenuta
del sistema su un piano astratto) la loro finalità (ad es., per negligenza o
impedimento del difensore di fiducia e negligenza del difensore nominato in
sostituzione di quest’ultimo), resta comunque impregiudicata la rilevanza dei

per comprendere cosa sia accaduto. E tale onere, oltre che espressivo del
principio di lealtà processuale (del quale la giurisprudenza di questa Corte ha
fatto più volte applicazione: Sez. 2, n. 52215 del 28/10/2016, Zavaglia, Rv.
268513; Sez. 3, n. 33404 de! 15/07/2015, Tota, Rv. 264204; Sez. 5, n. 15547
del 19/03/2008, Aceto, Rv. 239489), rappresenta null’altro che un risvolto di
quella attiva partecipazione alla propria difesa che pure il ricorrente invoca,
richiamando il diritto di difendersi previsto dall’art. 6, par. 3 della Convenzione
dei diritti dell’uomo.
2. Il secondo e il terzo motivo di ricorso possono essere esaminati
congiuntamente, per la loro stretta connessione logica.
Le doglianze, nel loro complesso, sono inammissibili per assenza di specificità.
La mancanza di specificità del motivo, invero, deve essere apprezzata non solo
per la sua genericità, come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di
correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste
a fondamento dell’impugnazione, questa non potendo ignorare le esplicitazioni
del giudice censurato senza cadere nel vizio indicato, conducente, a mente
dell’art. 591 comma 1 lett. c), cod. proc. pen., all’inammissibilità (Sez. 4,
29/03/2000, n. 5191, Barone, Rv. 216473; Sez. 1, 30/09/2004, n. 39598,
Burzotta, Rv 230634; Sez. 4, 03/07/2007, n. 34270, Scicchitano, Rv. 236945;
Sez. 3, 06/07/2007, n. 35492, Tasca, Rv. 237596).
Ciò posto, va premesso che non assume alcun rilievo il fatto che il curatore non
avesse avuto sentore del ruolo gestionale de! A.A., emerso solo a seguito
degli approfondimenti successivi e rimasto sino a quel momento occultato.
Per il resto, la mancata condivisione da parte della Corte d’appello della
assoluzione del coimputato B.B. non solo non ha inciso in senso negativo sulla
posizione del ricorrente, ma ha logicamente imposto al giudice di secondo grado
una valutazione più rigorosa delle dichiarazioni del primo.
Quest’ultimo, infatti, è stato presentato non, secondo quanto ritenuto dal
Tribunale, come il legale rappresentante della società fallita sino al dicembre
2003, quando gli atti distrattivi posti in essere non erano ancora stati compiuti,
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doveri di diligenza dello stesso imputato, che ha comunque l’onere di attivarsi

ma come un soggetto che, unitamente al A.A. e al C.C., aveva
partecipato al . disegno di spoliazione della Nordmeccanica Lombarda s.r.I.,
dichiarata fallita il 25/11/2004.
La società, ormai, a partire dal luglio 2003, dopo il sequestro dei beni produttivi,
autorizzato nel quadro di un procedimento civile fondato sull’esercizio di una
azione revocatoria nei suoi confronti, non aveva alcuna concreta possibilità
operativa ed era gravata dal peso derivante dalla totale inadempienza agli
obblighi fiscali sin dal 2002.

anche sulle dichiarazioni del Casarini, occorre ricordare che, come ribadito da
questa Corte (Sez. 1, n. 19759 del 17/05/2011, Misseri, Rv. 250244, in
motivazione), è certamente esatto che Sez. U, n. 1653 del 21/10/1992 – dep.
22/02/1993, Marino, Rv. 192465, hanno voluto indicare un ordine logico nella
valutazione della chiamata di correo, individuando un metodo a tre tempi
fondato sulla credibilità del dichiarante, l’attendibilità intrinseca della
dichiarazione, l’esistenza di riscontri esterni. Tuttavia, già Sez. 6, n. 11599 del
13/03/2007, Pelaggi, Rv. 236151, ha rilevato che neppure la valutazione della
credibilità soggettiva del dichiarante e quella della attendibilità oggettiva delle
sue dichiarazioni possono procedere secondo compartimenti stagni, atteso che,
per ogni prova dichiarativa, l’uno aspetto influenza necessariamente l’altro e la
valutazione non può che essere unitaria e relativa, secondo i generali criteri
epistemologici, non indicando Vart. 192, comma 3, cod. proc. pen., sotto tale
profilo, alcuna specifica regola derogatoria. In altri termini, come è stato
osservato, il metodo indicato dalle Sezioni Unite non è una regula iuris, in senso
stretto, indicando piuttosto, ma con non minore rigore, una scansione logica. Il
primo passaggio è assolutamente necessario perché serve, non ad affermare
l’assolutamente improbabile esistenza di un soggetto credibile in sè o, al
contrario, di un soggetto che non può che mentire, bensì che, nella situazione in
esame, alla luce delle conoscenze acquisite, si è in presenza di un soggetto con
una significativa propensione a dire il vero o il falso.
Il risultato della valutazione sulla credibilità soggettiva è dunque un giudizio sulla
affidabilità del dichiarante che non può che essere verificato anche alla luce degli
altri elementi che confermano o contraddicono la veridicità delle sue dichiarazioni
con riguardo alla situazione processuale nella quale esse vengono in rilievo. Ha
tuttavia una funzione primaria, nella quale sta la ragione fondamentale della
scansione tripartita e che consiste nel determinare il livello del rigore che occorre
impiegare per il controllo del narrato, secondo lo schema del procedimento di
verificazione-falsificazione.
Sicché, se una considerazione unitaria di tutti gii aspetti fattuali acquisiti, pur
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Ora, dal momento che l’affermazione di responsabilità del A.A. si fonda

logicamente scomponibili, è in ogni caso necessaria, quando si ha motivo di
ritenere o addirittura si accerta che un determinato dichiarante ha la propensione
a mentire, quello che davvero si impone è non soltanto l’accurata verifica
esterna sia del comportamento tenuto dal dichiarante sia delle sue dichiarazioni
in ogni loro parte, ma anche: da un lato, la massima cautela nella valorizzazione
dell’apporto probatorio fornito; dall’altro, il massimo scrupolo nella confutazione
delle obiezioni difensive sulla tenuta del racconto, nei suoi singoli passaggi, nel
suo sviluppo, nei dati salienti, nel suo complesso.

il C.C. appariva attendibile non solo per la costanza delle dichiarazioni, ma
perché le aveva ribadite quando aveva ormai definito la propria posizione
processuale con il patteggiamento.
In tale contesto, l’attribuzione al A.A. del ruolo di dominus del cd. affare
nordafricano, finalizzato all’impiego delle presse acquistate dalla società fallita,
non è il frutto di incerti elementi probatori, ma delle ammissioni dello stesso
A.A., la cui difesa ha anche prodotto documentazione a sostegno della
effettività del progetto.
Ne discende che il fatto che il C.C. o altri abbiano o non creduto alla
concretezza dell’iniziativa è profilo assolutamente irrilevante, perché il dato
cruciale, sul quale si registra l’assoluto silenzio del ricorrente, è la palese
inconsistenza imprenditoriale dell’operazione caratterizzata da una tale vaghezza
di contorni (e anche sul carattere confuso delle spiegazioni, al riguardo fornite
dal A.A. nei due interrogatori acquisiti, l’atto di impugnazione resta muto),
da non giustificare il rilevante impegno patrimoniale dell’acquisto dei macchinari
se non nella prospettiva di rendersi inadempienti agli obblighi di pagamento e di
sottrarre i beni acquistati.
È allora significativo il dato, razionalmente valorizzato dalla Corte territoriale,
secondo il quale per almeno uno dei macchinari è risultato dimostrato in modo
inconfutabile che il A.A.si fosse occupato del trasferimento in Tunisia.
È lo stesso ricorrente ad averlo ammesso, talché fuori fuoco sono le censure che
A.A. numero di telefono cellulare fornito.
Peraltro, il ricorso, che insiste su quest’ultimo aspetto, già ritenuto irrilevante
dalla sentenza impugnata, non solo nulla dice sulla ammissione dell’imputato,
ma trascura del tutto di confrontarsi col fatto che il A.A. aveva anche
riconosciuto di avere consegnato alla società di spedizioni incaricata del
trasferimento un documento, necessario per le pratiche doganali, che attestava
la cessione del bene al terzo non da parte della fallita, per la quale, secondo la

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Proprio tale analisi ha operato la sentenza impugnata, la quale ha osservato che

sua tesi avrebbe agito come procacciatore d’affari, ma da parte di un soggetto
imprenditoriale inesistente (la Citex), facente capo ad un irreperibile.
Tale aspetto conferma la razionale conclusione della sentenza impugnata,
secondo la quale le attività di acquisto delle presse non erano funzionali a
null’altro che alla loro sparizione, in danno delle ragioni dei creditori.
La rilevanza del disegno spoliativo, posto in essere quando la società era ormai
priva di qualunque concreta (e lecita) prospettiva operativa, rappresenta un
notevole riscontro di ordine materiale e logico alle dichiarazioni del C.C. sul

Del resto, non si spiegherebbe altrimenti la presenza del A.A., riferita dal
C.C., ma ammessa anche dal primo, nello studio notarile, in occasione della
cessione delle quote del B.B. in favore del medesimo C.C. nel dicembre
2003. Anche su quest’aspetto non si coglie alcuna specifica censura del
ricorrente, ma solo una generica minimizzazione del significato del fatto.
Peraltro, occorre considerare che del pari generica e incompleta è la critica del
ricorrente all’altro tassello valorizzato dalla Corte territoriale, ossia la presenza,
inizialmente occasionale, ma poi sempre più frequente del A.A. nei locali
aziendali all’interno di un suo “ufficietto” e la circostanza che egli chiedesse la
consegna delle bolle di carico e scarico e informazioni sul numero dei pezzi
costruiti.
L’isolata e generica critica del ricorrente non considera che, nella valutazione
della prova, il giudice deve prendere in considerazione tutti e ciascuno degli
elementi processualmente emersi, non in modo parcellizzato e avulso dal
generale contesto probatorio, verificando se essi, ricostruiti in sé e posti
vicendevolmente in rapporto, possano essere ordinati in una costruzione logica,
armonica e consonante, che consenta, attraverso la valutazione unitaria de
contesto, di attingere la verità processuale, ossia la verità del caso concreto.
Viola tale principio il giudice, che abbia smembrato gli elementi processualmente
emersi sottoposti alla sua valutazione, rinvenendo per ciascuno giustificazioni
sommarie od apodittiche e omettendo di considerare se, nel loro insieme, non
fossero tali da consentire la configurabilità in concreto del reato contestato (Sez.
2, n. 32619 del 24/04/2014, Pipino, Rv. 260071).
S’intende come il quadro probatorio in tal modo delineato rende del tutto
irrilevanti i profili legati al maggiore o minore coinvolgimento nella vicenda del
C.C., la cui posizione, come si è detto, è ormai definita (e quanto detto
riguarda anche il profilo legato alla consegna delle scritture contabili, come pure
quello concernente l’individuazione dei soggetti che ebbero a trattare con i
fornitori) o del B.B. e del suo ruolo nella direzione dell’attività produttiva.

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ruolo strategico del A.A. nella gestione della società.

Ciò che emerge, alla stregua del razionale apprezzamento dei giudici di merito, è
la significatività e continuatività dei poteri gestori del A.A., che logicamente
non è incompatibile con il concorrente ruolo amministrativo di altri soggetti.
Dalle superiori considerazioni discende la manifesta infondatezza anche delle
critiche che riguardano la ritenuta bancarotta documentale, dal momento che, in
tema di reati fallimentari, l’amministratore “di fatto” della società fallita è da
ritenere gravato dell’intera gamma dei doveri cui è soggetto l’amministratore “di
diritto”, per cui, ove concorrano le altre condizioni di ordine oggettivo e

penalmente rilevanti a lui addebitabili (Sez. 5, n. 39593 del 20/05/2011, Assello,
Rv. 250844, proprio in tema di bancarotta fraudolenta documentale).
3. Alla pronuncia di inammissibilità consegue, ex art. 616 cod. proc. peri., la
condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché al
versamento, in favore della Cassa delle ammende, di una somma che, in ragione
delle questioni dedotte, appare equo determinare in euro 2.000,00.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro 2.000,00 in favore della Cassa delle
Ammende.
Così deciso il 07/05/2018

soggettivo, egli assume la penale responsabilità per tutti i comportamenti

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