Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 286 del 15/11/2013


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 286 Anno 2014
Presidente: PETTI CIRO
Relatore: FIANDANESE FRANCO

SENTENZA

sul ricorso proposto nell’interesse di
Salvatore,

Arena

nato a Giarre il 15.4.1983, di Mercurio

Diego,

nato a Giarre il 13.11.1976, e di

Alfio,

nato ad Acireale il 23.10.1978, avverso la

Pavone

sentenza della Corte di Appello di Catania, in data
28 maggio 2012, di riforma della sentenza del
G.U.P. del Tribunale di Catania, in data 10 aprile
2008;
Visti gli atti, la sentenza denunziata e il
ricorso;
Udita in pubblica udienza la relazione svolta dal
consigliere dott. Franco Fiandanese;
Udito il pubblico ministero in persona del

Data Udienza: 15/11/2013

sostituto

procuratore

generale

dott.

Mario

Fraticelli, che ha concluso per l’annullamento con
rinvio della sentenza impugnata con riferimento
alla posizione di Mercurio Diego, per il rigetto
degli altri ricorsi;

Giuseppe Arcidiacono, che hanno chiesto
l’accoglimento dei relativi ricorsi.
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il G.U.P. del Tribunale di Catania, con sentenza in
data 10 aprile 2008, dichiarava Arena Salvatore
colpevole del reato di cui all’art. 416 bis c.p.,
Mercurio Diego colpevole dei reati di cui agli
artt. 73 e 74 D.P.R. 30 ottobre 1990, n. 309, e
Pavone Alfio colpevole del reato di cui agli artt.
416 bis c.p., 73 e 74 D.P.R. 30 ottobre 1990, n.
309 e 678 c.p.
In esito a gravame degli imputati la Corte di
Appello di Catania, con sentenza in data 23 aprile
2009, assolveva il Mercurio dal reato di cui
all’art. 74 D.P.R. 30 ottobre 1990, n. 309 e
rideterminava la pena per l’Arena e l’Alfio.
La Corte di cassazione, con sentenza in data 3
maggio 2011, annullava la sentenza di appello nei
confronti di Arena per nuovo giudizio con

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Uditi i difensori, avv.ti Salvatore Sorbello e

riferimento alla prova della sua appartenenza
all’associazione per delinquere, evidenziando
l’omessa motivazione in ordine ad una serie di
rilievi formulati nell’atto di appello; nei
confronti di Mercurio limitatamente alla misura

recidiva; nei confronti di Pavone limitatamente al
riconoscimento della continuazione.
In sede di rinvio, la Corte di Appello di Catania,
con sentenza in data 28 maggio 2012, confermava a
condanna di Arena per il delitto associativo e
rideterminava la pena per Mercurio, escludendo la
recidiva, in anni otto di reclusione, per Pavone e
per Arena, ritenuta la continuazione con
riferimento a precedente sentenza passata in
giudicato, rispettivamente in anni diciannove di
reclusione e in anni tre mesi sei di reclusione ed
euro 250 di multa.
Propongono ricorso per cassazione i difensori degli
imputati.
Il difensore di Arena Salvatore deduce i seguenti
motivi:
1)

mancanza

e

manifesta

illogicità

della

motivazione.

La motivazione della sentenza impugnata sarebbe

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della pena base ed al riconoscimento della

carente in ordine alla sussistenza dei requisiti
minimi necessari perché la condotta posta in essere
dall’Arena sia riconducibile alla partecipazione
all’associazione criminosa.
Illogica sarebbe la valorizzazione e la valutazione

l’utilizzo del termine “figlioccio” da parte di
Pavone Alfio con riferimento all’Arena; il presunto
accollo da parte dell’Arena dell’estorsione nei
confronti del Gradito quale atto comandato
dall’associazione nella persona del Pavone, posto
che l’Arena non aveva mai reso dichiarazioni autoaccusatorie scagionando altri; il presunto
meccanismo di solidarietà scattato per le somme
utilizzate per risarcire il danno al Gradito, posto
che non è stata dimostrata la provenienza del
denaro dal contesto associativo; la presunta
dazione di 100 euro all’Arena, frutto di
un’interpretazione

errata

del

contenuto

di

un’intercettazione telefonica nella quale il
destinatario della somma è individuato in una
persona “in galera”, mentre a quella data l’Arena
era stato scarcerato.
2)

mancanza

e

manifesta

illogicità

motivazione in merito al calcolo della pena,

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della
poiché

di una serie di elementi processualmente emersi:

la sentenza impugnata si limita ad utilizzare una
formula apodittica e di stile.
Il

difensore

di

Pavone

Alfio

deduce

contraddittorietà e manifesta illogicità della
motivazione con riferimento al criteri di

continuazione, nonché erronea applicazione della
legge penale con riferimento alla qualificazione di
reato più grave.
Il ricorrente osserva che con la sentenza del
G.U.P. del Tribunale di Catania dell’8 gennaio 2004
il Pavone era stato condannato per il delitto di
estorsione commesso nel giugno 2003 alla pena di
anni due mesi sei di reclusione ed euro 250 di
multa, mentre la sentenza impugnata indica quale
incremento per la continuazione la pena di anni uno
mesi sei di reclusione. Tale valutazione sarebbe
spropositata, in quanto la pena indicata da
conteggiare in continuazione appare maggiore di
quella considerata per gli altri due reati di cui
alla sentenza principale che devono essere
considerati più gravi (capo promotore di
associazione criminosa pluriaggravata e cessione di
stupefacente in forma aggravata), ma ai quali
corrisponde una pena complessiva in continuazione

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determinazione della pena per il reato in

di anni due di reclusione.
Il difensore di Mercurio Diego

deduce i seguenti

motivi:
l)

contraddittorietà e manifesta illogicità della

motivazione con riferimento ai criteri di

Il ricorrente osserva che la sentenza di primo
grado aveva assolto l’imputato dall’accusa di
concorso nel reato di cui all’art. 416 bis
contestato al capo A) della rubrica, mentre la
sentenza di secondo grado del 23 aprile 2009 lo
aveva assolto anche dall’accusa di concorso nel
reato di cui all’art. 74 D.P.R. n. 309 del 1990
contestato al capo B) della rubrica. Erra,
pertanto, la sentenza impugnata laddove indica il
Mercurio come soggetto condannato per i capi B) e
C) della rubrica, mentre, in mancanza di
impugnazione da parte del pubblico ministero, al
momento in cui è stata emessa la sentenza della
Corte di cassazione di annullamento con rinvio, il
Mercurio aveva una condanna di anni sei di
reclusione per il capo C) della rubrica.
2)

inosservanza o erronea applicazione della legge

penale, in quanto la sentenza impugnata affermando
la responsabilità del Mercurio per il reato di cui

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determinazione della pena.

al capo B) della rubrica avrebbe violato il dettato
normativo dell’art. 597, comma 3, c.p.p.
4)

contraddittorietà

ed

illogicità

della

motivazione in merito alla non esclusione
dell’aggravante di cui all’art. 80, comma 2, D.P.R.

rubrica,

in quanto tale aggravante è stata esclusa

dalla Suprema Corte con riferimento ai coimputati e
tale esclusione dovrebbe estendersi anche al
Mercurio.
MOTIVI DELLA DECISIONE

Devono essere accolti i primi due motivi del
ricorso proposto da Mercurio Diego,

in quanto sia

dalla sentenza della Corte di Appello di Catania
del 23 aprile 2009 che dalla sentenza di questa
Corte n. 21063 del 3 maggio 2011 risulta
chiaramente che a carico dell’imputato era
residuato soltanto il reato di cui al capo C),
essendo stato assolto dal reato di cui al capo A)
in primo grado e da quello di cui al capo B) in
secondo grado e non essendovi impugnazione del P.M.
sui relativi capi. Pertanto, erra la sentenza
impugnata nel determinare la pena a carico del
Mercurio, ritenendolo colpevole non solo del reato
di cui al capo C), ma anche di quello di cui al

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n. 309 del 1990, con riferimento al capo C) della

capo B).
Il motivo di ricorso del Mercurio concernente
l’aggravante di cui all’art. 80, comma 2, D.P.R. n.
309 del 1990 non è consentito, poiché sul punto si
è formato il giudicato, essendosi già pronunciata

2011 (pag. 31), che ha ritenuto inammissibile il
relativo motivo di ricorso.
La sentenza impugnata, pertanto, deve essere
annullata nei confronti di Mercurio Diego con
rinvio ad altra sezione della Corte di Appello di
Catania per la rideterminazione della pena.
Il motivo di ricorso di

Pavone Alfio

è

inammissibile, in quanto la sentenza impugnata non
evidenzia alcuna manifesta illogicità ed è corretta
dal punto di vista giuridico, mentre le doglianze
difensive si risolvono in una non consentita
richiesta di rivalutazione del giudizio
discrezionale sulla pena espresso dal giudice di
merito, il quale, nel determinare l’aumento per il
delitto di estorsione ne ha sottolineato la
“particolare gravità”.
I motivi di ricorso di Arena Salvatore,

sia quello

sulla responsabilità per il delitto di cui all’art.
416 bis c.p. che quello sulla pena, sono

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la citata sentenza di questa Corte n. 21063 del

inammissibili, o in quanto generici (quello sulla
pena) o anche in quanto tendono ad ottenere una
inammissibile ricostruzione dei fatti mediante
criteri di valutazione diversi da quelli adottati
dal giudice di merito, il quale, con motivazione

esplicitato le ragioni del suo convincimento.
Occorre

ribadire

il

costante

principio

giurisprudenziale, secondo il quale esula dai
poteri della Corte di cassazione quello di una
“rilettura” degli elementi di fatto posti a
fondamento della decisione, la cui valutazione è,
in via esclusiva, riservata al giudice di merito,
senza che possa integrare il vizio di legittimità
la mera prospettazione di una diversa, e per il
ricorrente

più

adeguata,

valutazione

delle

risultanze processuali (per tutte: Sez. Un., 30
aprile 1997, n. 6402, Dessimone, Rv. 207944).
Alla inammissibilità dei ricorsi di Arena Salvatore
e Pavone Alfio consegue la condanna dei ricorrenti
al pagamento delle spese processuali, nonché, ai
sensi dell’art. 616, valutati i profili di colpa
nella determinazione della causa di inammissibilità
emergenti dai ricorsi, al versamento ciascuno della
somma, che si ritiene equa, di euro 1000 a favore

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ampia ed esente da vizi logici e giuridici, ha

della cassa delle ammende.
P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata nei confronti di
Mercurio Diego con rinvio ad altra sezione della
Corte di Appello di Catania per la rideterminazione

Dichiara inammissibili i ricorsi di Arena Salvatore
e Pavone Alfio, che condanna al pagamento delle
spese processuali e ciascuno della somma di euro
1000 alla cassa delle ammende.
Così deciso in Roma il 15 novembre 2013.

della pena.

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