Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 2778 del 24/11/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 2778 Anno 2016
Presidente: GENTILE MARIO
Relatore: RECCHIONE SANDRA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
PAPALUTA SERGIU N. IL 25/02/1988
avverso l’ordinanza n. 778/2015 TRIB. LIBERTA’ di BOLOGNA, del
21/07/2015
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. S NDRA RECCHIONE;
lette/sentite le con clusioni
i
del PG Dott. A(1)2,6″-D
sAAL iC-vu.),t-b-,Ali-rkez-,

Udit i difensor Avv.;

Data Udienza: 24/11/2015

RITENUTO IN FATTO

1. 1.11 Tribunale di Bologna, sezione per il riesame delle misure coercitive,
decidendo sull’istanza proposta dal Papaluta avverso la ordinanza applicativa
degli arresti domiciliari confermava la gravità del quadro indiziario in relazione al
reato di associazione a delinquere finalizzata alla consumazione di furti, nonché
in relazione ai relativi reati fine; il collegio di merito riteneva inesistenti le

2. Avverso tale ordinanza, ai fini della eventuale riparazione per la ingiusta
detenzione proponeva ricorso per cassazione il difensore del Papaluta che
deduceva:
2.1. violazione di legge per carenza di motivazione. Si deduceva che l’ordinanza
del giudice per le indagini preliminari era meramente ripetitiva della richiesta
del pubblico ministero, sicchè la motivazione del provvedimento doveva
considerarsi inesistente e non integrabile dal Tribunale;
2.2. vizio di motivazione in relazione al riconoscimento dei gravi indizi. Si
deduceva la inidoneità degli elementi raccolti a configurare un quadro indiziario
grave in ordine alla partecipazione del Papaluta alla associazione a delinquere
contestata.
In particolare ci si doleva della mancata considerazione delle spiegazioni offerte
dall’indagato e della inidoneità degli indizi relativi ai furti a consentire di ritenere
grave il quadro indiziario in ordine alla associazione; della assenza di indizi in
ordine alla partecipazione del Papaluta al furto di moto del 17\18 aprile 2013;
della carente valutazione delle allegazioni difensive in ordine al capo g) (furto di
biciclette), della carenza del quadro indiziario in relazione al furto di motociclette
consumato a Reggio Emilia il 16 gennaio 2013 (capo i); della assenza di indizi
relativamente al furto consumato a Cavriago in prossimità del Gaer (capo o) ed
a quello consumato in San Lazzaro di Savena (capo x).

CONSIDERATO IN DIRITTO

1.11 ricorso è manifestamente infondato.
1.1. Il primo motivo di ricorso che denuncia la carenza di motivazione
dell’ordinanza genetica è manifestamente infondato. Come evidenziato dal
tribunale del riesame l’ordinanza del giudice per le indagini preliminari
conteneva un autonomo capitolo intitolato “le considerazioni svolte da questo
giudice” che esprimeva in forma riassuntiva i motivi in cui il giudice della

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esigenze cautelari, revocando in relazione a tale profilo la ordinanza applicativa.

cautela, con autonoma valutazione condivideva la valutazione del pubblico
ministero.
La tecnica motivazionale adottata dal giudice per le indagini preliminari è
coerente con le linee ermeneutiche tracciate dalla Corte di legittimità.
Il collegio condivide, al riguardo, la giurisprudenza secondo cui la motivazione
“per relationem” di un provvedimento giudiziale è da considerare legittima
quando: 1) faccia riferimento, recettizio o di semplice rinvio, a un legittimo atto
del procedimento, la cui motivazione risulti congrua rispetto all’esigenza di
giustificazione propria del provvedimento di destinazione; 2) fornisca la

ragioni del provvedimento di riferimento e le abbia meditate e ritenute coerenti
con la sua decisione; 3) l’atto di riferimento, quando non venga allegato o
trascritto nel provvedimento da motivare, sia conosciuto dall’interessato o
almeno ostensibile, quanto meno al momento in cui si renda attuale l’esercizio
della facoltà di valutazione, di critica ed, eventualmente, di gravame e,
conseguentemente, di controllo dell’organo della valutazione o dell’impugnazione
(Cass. sez. 6, n. 53420 del 04/11/2014, Rv. 261839; Cass. Sez. U del
21/06/2000, n. 17, Primavera, Rv. 216664).
Perché possa ritenersi che il provvedimento motivato con la tecnica del rinvio ad
altro atto sia esistente, le condizioni indicate devono concorrere (e non essere
presenti in modo isolato): solo così alla motivazione può essere riconosciuto
l’attributo della autonomia, necessario per la valutazione delle esistenza del
provvedimento, che deve comunque distinguersi da quello al quale fa rinvio.
La tecnica del richiamo ad altri atti giudiziari (nel caso di specie alla richiesta di
applicazione di misura cautelare del pubblico ministero) non può, pertanto,
esaurire la motivazione del giudice chiamato a controllare la consistenza delle
esigenze cautelar’ e la gravità del quadro indiziario, se non emerge dal tessuto
motivazionale dell’ordinanza la consapevole e critica adesione alle valutazioni
offerte dal richiedente.
Le prassi giudiziarie che vedono il giudice per le indagini preliminari limitarsi
alla ratifica con formule di stile delle valutazioni del pubblico ministero, non
soddisfano i requisiti richiesti alla motivazione dei provvedimenti cautelari.
Tale motivazione deve esprimere con chiarezza l’avvenuto esercizio della
funzione di controllo affidata al giudice: il che non impone una riscrittura degli
elementi di prova con “parole diverse”, ma onera l’organo cui è affidato il
controllo ad ostendere il percorso logico che sostiene la decisione attraverso
una, pur sintetica ma autonoma, valutazione della legittimità e consistenza degli
elementi disponibili.

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dimostrazione che il giudice ha preso cognizione del contenuto sostanziale delle

La dimensione autonoma di tale valutazione è ora richiesta espressamente
dalla novella apportata all’ad 309 comma 9 cod. proc. pen. dalla legge 47 del
2015, ma la stessa deve ritenersi connaturata alla funzione di controllo affidata
al giudice per le indagini preliminari.
Il rinvio (attraverso la copiatura della richiesta del pubblico ministero) ha una
sua autosufficienza limitata alla “descrizione” degli elementi posti a sostegno
della misura, ma tale autosufficienza non può estendersi alla ratifica della
“valutazione” che di tale compendio ha effettuato il pubblico ministero

Tale limitata autosufficienza non deve sviare circa l’ampiezza dei poteri cognitivi
affidati al giudice della cautela, che non è un organo deputato al controllo della
legittimità di un atto (la richiesta cautelare), ma ha l’obbligo di valutare la
adeguatezza dell’intero compendio indiziario e cautelare raccolto,
indipendentemente dal fatto che lo stesso sia trasfuso o valorizzato nella
richiesta di misura cautelare.
In sintesi, deve ritenersi che la motivazione della ordinanza cautelare non può
limitarsi alla ratifica con formule di stile delle valutazioni offerte dal pubblico
ministero con la richiesta, ma deve offrire una autonoma valutazione di tutte le
emergenze procedimentali disponibili e rilevanti. La tecnica del rinvio testuale è
legittima nella misura in cui resta confinata nell’area della “esposizione” degli
elementi posti a sostegno della misura, ma non può estendersi fino
all’assorbimento dei contenuti valutativi della richiesta cautelare, configgendo
tale operazione con la strutturale funzione di controllo affidata al giudice per le
indagini preliminari in materia di misure cautelari.
Chiarita la necessità dell’esistenza di una autonoma valutazione del giudice per
le indagini preliminari, si dimensiona, di conseguenza, anche l’area dei poteri
integrativi del Tribunale del riesame.
Sul punto, il collegio condivide l’orientamento secondo cui il potere-dovere di
integrazione delle insufficienze motivazionali del provvedimento impugnato non
opera nel caso di ordinanza che si sia limitata ad una sterile rassegna delle fonti
di prova a carico dell’indagato e che manchi totalmente di qualsiasi riferimento
contenutistico e di enucleazione degli specifici elementi reputati indizianti (Cass.
sez. 2,n. 25513 del 14/06/2012, Rv. 253247). Se è vero, infatti che il Tribunale
del riesame, nell’ambito dei poteri di integrazione e di rettifica attribuitigli
dall’art. 309 cod. proc. pen., ben può porre rimedio alla parziale inosservanza dei
canoni contenutistici cui deve obbedire la motivazione dell’ordinanza che dispone
la misura cautelare, ai sensi dell’art. 292, comma secondo, lettere c) e c) bis,
cod. proc. pen., tuttavia, allorché si verifichi l’omissione assoluta delle prescritte
indicazioni e sia configurabile, per l’accertata mancanza di motivazione – alla
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richiedente.

quale può essere equiparata la mera apparenza della medesima – la radicale
nullità prevista dalle citata norma, lo stesso Tribunale non può avvalersi del
menzionato potere integrativo-confermativo, bensì deve provvedere
esclusivamente all’annullamento del provvedimento coercitivo, non essendo
consentito un potere sostitutivo quanto all’emissione di un valido atto, che potrà
eventualmente essere adottato dal medesimo organo la cui decisione è stata
annullata (Cass. sez. 1 n. 5122 del 19/09/1997, Rv. 208586; Cass. sez. 5, n.

1.2. Il secondo motivo di ricorso che censura la valutazione di gravità indiziaria
compiuta dal collegio di merito è parimenti inammissibile.
Il vizio di motivazione per superare il vaglio di ammissibilità non deve essere
diretto a censurare genericamente la valutazione di colpevolezza, ma deve
invece essere idoneo ad individuare un preciso difetto del percorso logico
argomentativo offerto dalla Corte di merito, sia esso identificabile come
illogicità manifesta della motivazione, sia esso inquadrabile come carenza od
omissione argomentativa; quest’ultima declinabile sia nella mancata presa in
carico degli argomenti difensivi, sia nella carente analisi delle prove a sostegno
delle componenti oggettive e soggettive del reato contestato.
E’ noto infatti che il perimetro della giurisdizione di legittimità è limitato alla
rilevazione delle illogicità manifeste e delle carenze motivazionali, ovvero di vizi
specifici del percorso argomentativo, che non possono dilatare l’area di
competenza della Cassazione alla rivalutazione dell’interno compendio indiziario.
Le discrasie logiche e le carenze motivazionali per essere rilevanti devono,
inoltre, avere la capacità di essere decisive, ovvero essere idonee ad incidere il
compendio indiziario, incrinandone la capacità dimostrativa. Il vizio di
motivazione per superare il vaglio di ammissibilità non deve dunque essere
diretto a censurare genericamente la valutazione di colpevolezza, ma deve
invece essere idoneo ad individuare un preciso difetto del percorso logico
argomentativo offerto dalla Corte di merito, sia esso identificabile come illogicità
manifesta della motivazione, sia esso inquadrabile come carenza od omissione
argomentativa; quest’ultima declinabile sia nella mancata presa in carico degli
argomenti difensivi, sia nella carente analisi delle prove a sostegno delle
componenti oggettive e soggettive del reato contestato.
Nel caso di specie, come evidenziato in premessa, il ricorrente piuttosto che
rilevare vizi decisivi della motivazione si limitava a offrire una interpretazione
degli elementi di prova raccolti diversa da quella fatta propria dal Tribunale in
contrasto palese con le indicate linee interpretative.

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5954 del 07/12/1999 dep. 2000, Rv. 215258).

Segnatamente si valorizzava, diversamente da quanto ritenuto dal collegio di
merito, il contenuto delle dichiarazioni provenienti dall’imputato e l’efficacia
dimostrativa delle intercettazioni, limitandosi ad offrire una valutazione
alternativa delle emergenze procedimentali, la cui plausibilità potrà essere
valutata in sede di merito.

2.Alla dichiarata inammissibilità del ricorso consegue, per il disposto dell’art.
616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese

somma che si determina equitativamente in C 1000,00.

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro 1000.00 alla Cassa delle ammende.
Così deciso in Roma, il giorno 24 novembre 2015

L’estensore

Il Presidente

processuali nonché al versamento, in favore della Cassa delle ammende, di una

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