Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 2746 del 14/12/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 2746 Anno 2016
Presidente: ESPOSITO ANTONIO
Relatore: PARDO IGNAZIO

Data Udienza: 14/12/2015

RITENUTO IN FATTO

Con sentenza in data 17 febbraio 2014 la Corte di Appello di Messina, in riforma della
pronuncia assolutoria del Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto del 10 luglio 2008, appellata
dal Pubblico ministero e dalla parte civile, dichiarava Ruvolo Stefano e Puliafito Sebastiano
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colpevoli del reato di estorsione aggravata in danno di Di Maio Giuseppe loro contestato al
capo a) della rubrica e li condannava, Ruvolo, alla pena di anni 5 di reclusione ed C 1000 di
multa e Puliafito, alla pena di anni 7 di reclusione ed C 2000 di multa. Con la stessa sentenza
la Corte di appello messinese condannava gli imputati al risarcimento dei danni nei confronti
delle parti civili Di Maio ed AOCM.
I fatti riguardavano i subappalti che la ditta aggiudicatrice di alcuni lavori nell’abitato di
Milazzo, la DMC s.a.s., stava concedendo ad imprenditori del luogo e l’avvenuta sostituzione

imputati avevano rivolto all’indirizzo del capo cantiere (Frenna Alfonso) e del titolare della
predetta società DMC (Aquilino Ignazio).
Riteneva il giudice di appello non potere condividere le conclusioni del giudice di primo grado
circa la non attendibilità della parte civile Di Maio, le cui dichiarazioni accusatorie nei confronti
degli imputati rivalutava alla luce degli esiti di una perizia compiuta in fase di giudizio di
secondo grado avente ad oggetto la trascrizione di alcune conversazioni, da una delle quali
(quella del 3 febbraio 2000 ore 18,21) risultava che i due imputati, discutendo tra loro,
avevano progettato il furto dell’autovettura della parte civile. Inoltre, sottolineava il giudice di
appello, come l’avvenuto svolgimento di più incontri tra Frenna e Ruvolo prima e tra Aquilino e
Puliafito poi, costituisse circostanza idonea a confermare le modalità di svolgimento dei fatti
riferite dal Di Maio.
A fronte di tali emergenze, costituite appunto dalle dichiarazioni della vittima che si ritenevano
confortate dal contenuto della conversazione del 3 febbraio 2000, la Corte riteneva prive di
valore decisivo le argomentazioni che avevano portato il Tribunale ad escludere la colpevolezza
degli imputati ed aventi ad oggetto:
a)

I precedenti penali e giudiziari del Di Maio dallo stesso non riferiti nel corso della sua
escussione in primo grado;

b)

L’avvenuta manomissione da parte dello stesso Di Maio di una cassetta contenente
conversazioni registrate, accertata sempre nel primo grado del giudizio a seguito di
verifica peritale;

c)

Le smentite alla tesi accusatoria provenienti dal titolare della DMC Aquilino e dal
capocantiere Frenna circa le supposte attività intimidatorie del Ruvolo e del Puliafito al
loro indirizzo;

d)

Le ulteriori smentite provenienti dai testi Pagano, Oliva e Gullì che non avevano
confermato le dichiarazioni del Di Maio su episodi analoghi a quelli per cui si procede ed
in cui Puliafito avrebbe imposto la sostituzione della ditta della parte civile in altri
cantieri.

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del Di Maio da parte del Puliafito a seguito di supposte minacce ed intimidazioni che gli

Esclusa quindi la decisività di tali argomentazioni il giudice di appello pronunciava la condanna
degli imputati limitatamente al solo episodio di cui al capo a) della rubrica.
Avverso detta sentenza proponevano appello le difese degli imputati sollevando motivi
sostanzialmente comuni. La difesa del Ruvolo rilevava:
1) La violazione dell’art. 606 lett. e) cod. proc. pen. nella parte in cui la sentenza di
riforma di secondo grado non conteneva alcuna motivazione rafforzata idonea a
confutare le argomentazioni svolte dal primo giudice. In particolare, al proposito, si

della parte offesa, esclusa dal Tribunale perché le sue dichiarazioni risultavano smentite
da numerosi elementi processuali. Si era glissato sulla circostanza dell’arresto del figlio
e socio del Di Maio per il delitto di estorsione mafiosa, sulla mancata ammissione da
parte del predetto di avere ricevuto precedenti condanne, sulla non genuinità della
cassetta registrata, senza che avesse rilievo la dimostrata esistenza degli incontri con
gli imputati che avevano ammesso detta circostanza già in sede di interrogatorio di
garanzia. La contraddittorietà della motivazione emergeva anche in relazione alle
smentite che la tesi del Di Maio aveva ricevuto dalle dichiarazioni dei testi Aquilino e
Frenna, che avevano ricostruito la scelta di rivolgersi al Puliafito in termini di
convenienza maggiore ed opzione di mercato, escludendo l’avvenuta consumazione di
attività intimidatorie. Il Tribunale di primo grado aveva dato atto che a seguito
dell’escussione del capo cantiere Frenna questi aveva smentito il Di Maio e la tesi
accusatoria; a fronte di tale dato nessun elemento specifico era contenuto nella
motivazione della sentenza di appello. Così, analogamente, doveva ritenersi quanto ai
testi Pagano Oliva e Gullì che avevano anch’essi reso dichiarazioni contrastanti con
quelle della vittima. Quanto al contenuto delle conversazioni trascritte in sede di perizia
in appello, le frasi rivolte dagli imputati o si riferivano a soggetti diversi ovvero non
avevano idoneità probatoria tale da confermare l’assunto accusatorio basato sulle
dichiarazioni del Di Maio.
2)

La violazione dell’art. 606 lett. e) cod. proc. pen., in relazione all’art. 6 CEDU per non
avere la Corte di appello proceduto a nuova escussione della parte offesa Di Maio pur
avendo ribaltato il giudizio di inattendibilità del medesimo svolto dal giudice di primo
grado, così violando i canoni stabiliti dalla Corte EDU nel caso Dan c. Moldavia;

3) Violazione dell’art. 606 lett. b) cod. proc. pen., per non avere la Corte di secondo grado
in alcun modo motivato circa la ritenuta aggravante delle più persone riunite in
relazione al ritenuto delitto di estorsione.
Anche il difensore del Puliafito deduceva analoghi motivi, eccependo la violazione dell’art. 606
lett. e) cod. proc. pen. e l’apparenza della motivazione, sottolineando in particolare il
contenuto della deposizione del teste Aquilino, titolare della DMC, che aveva smentito del tutto
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evidenziava che era mancata una adeguata e penetrante indagine circa l’attendibilità

le dichiarazioni del Di Maio, svilita dalla Corte di appello sulla base di argomentazioni solo
apparentemente logiche e prive di validità giuridica, così operando una rivalutazione
alternativa della prova dichiarativa assunta in primo grado priva di adeguata motivazione
rafforzata. Analogamente si rilevava, quanto al contenuto delle dichiarazioni del Frenna che
aveva escluso di avere subito minacce ed intimidazioni da parte degli imputati. Ribadite tutte le
argomentazioni già esposte dalla difesa Ruvolo ed eccepito analogamente il difetto di
motivazione e la violazione delle regole dettate dalla Corte EDU, l’appellante difesa eccepiva

generiche sulla base di fatti non conducenti.
Con motivi nuovi, ritualmente depositati, la difesa Puliafito deduceva ancora la violazione
dell’art. 606 lett. c) ed e) con riguardo ai principi stabiliti dalla Corte EDU con la pronuncia Dan
c/ Moldavia 5-7-2011, in base ai quali nel caso di riforma in peius in appello della sentenza
assolutoria di primo grado è obbligo del giudice rinnovare l’istruttoria dibattimentale per
procedere all’escussione della prova orale decisiva, in osservanza del principio costituzionale
dell’oralità-immediatezza. Aggiungeva essere non conferente il richiamo all’ulteriore materiale
probatorio valorizzato ed utilizzato dal giudice di appello, costituito da alcune conversazioni
intercettate e trascritte, sia perché si trattava di conversazioni già presenti in atti e trascritte
dalla Polizia Giudiziaria sia perché prive di valore dirimente.
Si aggiungeva ancora che lo strenuo tentativo di ritenere attendibile il narrato del Di Maio
contrastava con le conclusioni cui la stessa Corte era pervenuta quanto al capo d) della
rubrica, in relazione al quale si era cristallizzata la non attendibilità di detto soggetto.
Inoltre, la sentenza impugnata, non aveva fatto buon governo delle regole giurisprudenziali in
tema di valutazione della credibilità oggettiva e soggettiva della persona offesa, avuto anche
riguardo all’esistenza di acclarati conflitti tra il Di Maio ed il Puliafito per ragioni riferibili a
rapporti di lavoro preesistenti; al proposito, si sottolineava ancora, come la Corte di secondo
grado avesse svilito il giudizio di inattendibilità con riguardo alla dimostrata manomissione
della cassetta contenente le registrazioni dei colloqui emersa all’esito di appositi accertamenti
tecnici disposti nel corso del giudizio e sui quali aveva riferito il perito Fazio. Peraltro, quelle
registrazioni, non contenevano alcun elemento a carico del Puliafito che potesse confermare la
tesi di accusa poiché nel corso dell’incontro Di Maio-Frenna non era emerso alcun precedente
atteggiamento intimidatorio dell’imputato nei riguardi del capo cantiere. Alcun elemento di
conferma al narrato del Di Maio poteva trarsi dalla circostanza degli incontri tra Aquilino e
Puliafito non avendo gli stessi natura illecita mentre definitiva smentita al racconto della
presunta vittima si doveva trarre dalle ulteriori testimonianze di Pagano, Oliva e Gullì i quali
tutti avevano negato l’avvenuta esclusione della ditta Di Maio da altre opere in corso in
differenti cantieri per effetto dell’imposizione del Puliafito.

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infine la violazione dell’art. 606 lett. b), per essere state negate le circostanze attenuanti

Con memoria ritualmente depositata in atti, la difesa della parte civile Di Maio contestava la
fondatezza dei motivi di ricorso affermando essere insussistente la violazione dei principi
dettati dalla sentenza della Corte EDU nel caso Dan c. Moldavia posto che, l’affermazione di
colpevolezza del giudice di appello, era stata basata su elementi di prova diversi e
sopravvenuti nonché su una rivalutazione di elementi già presenti ma illogicamente valutati dal
giudice di primo grado. Si sottolineavano le incongruenze della decisione e del procedimento di
primo grado nel corso del quale era stata respinta la richiesta di trascrizione di conversazioni

appello, e, per converso, la fondatezza della decisione di appello correttamente basata su
nuovi elementi acquisiti che facevano emergere l’attendibilità delle dichiarazioni rese dal Di
Maio. Errata era anche la decisione del giudice di primo grado nella parte in cui aveva dedotto
la non attendibilità di tali dichiarazioni sulla base di un interesse diretto del Di Maio e con ciò
seguito un percorso valutativo proprio dell’imputato di procedimento connesso e non anche
della parte offesa del reato. Irrilevanti erano le precedenti condanne del Di Maio per episodi
secondari e del tutto neutro era stato l’esito dell’accertamento peritale circa il contenuto della
cassetta registrata avuto riguardo alla spontaneità della consegna della stessa da parte della
vittima. Doveva ritenersi poi corretta la motivazione della sentenza di secondo grado quanto
alla non attendibilità delle dichiarazioni dell’Aquilino, sentito nelle forme di cui all’art. 210 cod.
proc. pen., avuto riguardo alla assoluta anomalia del comportamento tenuto dallo stesso in
occasione dell’incontro con il Puliafito. Si aggiungeva ancora che la trascrizione della
conversazione intercorsa tra gli imputati il 3 febbraio 2000 costituiva formidabile riscontro del
fatto di reato e non prova travisata così come dedotto dalle difese degli imputati. Anche la
richiesta di annullamento con rinvio per procedere a nuova audizione delle prove orali
fondamentali non andava accolta poiché il ribaltamento della pronuncia di primo grado è
sempre possibile ove si proceda ad una ricostruzione differente in base alla lettura degli atti.
Per tali ragioni la difesa Di Maio chiedeva dichiararsi inammissibile o comunque respingersi i
ricorsi degli imputati.
All’udienza del 14 dicembre 2015 le parti concludevano come in epigrafe.

CONSIDERATO IN DIRITTO
I ricorsi proposti, con specifico riguardo ai motivi che deducono il difetto di motivazione della
pronuncia in grado di appello e la violazione dell’art. 6 della Convenzione EDU, ad opera dello
stesso giudice di secondo grado, sono fondati e devono, pertanto, essere accolti.
Deve in primo luogo essere ricordato come sia stato ripetutamente stabilito che in tema
di motivazione della sentenza, il principio per cui, nel caso di riforma da parte del giudice di
appello di una decisione assolutoria emessa dal primo giudice, il secondo giudice ha l’obbligo di
dimostrare specificamente l’insostenibilità sul piano logico e giuridico degli argomenti più
rilevanti della sentenza di primo grado, con rigorosa e penetrante analisi critica seguita da
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ambientali significative dei rapporti tra i colpevoli e la parte offesa, poi operata in grado di

completa e convincente motivazione che, sovrapponendosi a tutto campo a quella del primo
giudice, dia ragione delle scelte operate e della maggiore considerazione accordata ad elementi
di prova diversi o diversamente valutati, trova applicazione anche in caso di radicale
rovesciamento di una valutazione essenziale nell’economia della motivazione, in un processo
nel quale siano determinanti i contributi dichiarativi di alcuni soggetti chiamanti in reità o in
correità, non essendo sufficiente la manifestazione generica di una differente valutazione ed
essendo, per contro, necessario il riferimento a dati fattuali che conducano univocamente al

35762 del 05/05/2008 Rv 241169). L’argomento, esposto nei motivi di gravame da entrambi i
ricorrenti con richiamo al tema dell’obbligo di motivazione rafforzata nelle ipotesi di
ribaltamento della decisione assolutoria, assume carattere del tutto analogo anche nelle ipotesi
in cui ad essere posta a fondamento della decisione di condanna sia una ribaltata valutazione
di una prova dichiarativa proveniente da un teste, pur se assuma la qualità di parte offesa. Ne
consegue, pertanto, che i dati fattuali di riferimento utilizzati dal giudice di appello per derivare
un differente giudizio valutativo di una prova dichiarativa rispetto a quanto stabilito in primo
grado, devono necessariamente avere carattere pienamente univoco e non possono prestarsi
ad interpretazioni plurime o dubbie. E nel caso in esame occorre subito rilevare come
l’elemento di novità cui il giudice di secondo grado attribuisce carattere decisivo per validare la
deposizione del Di Maio non appare dotato, invece, di quella pregnanza e conducenza rispetto
al tema di accusa, necessarie per motivare adeguatamente il ribaltamento del giudizio di
inattendibilità del giudice di primo grado, elemento questo dedotto nel primo motivo di ricorso
dalla difesa Ruvolo e nei motivi nuovi dalla difesa Puliafito. Prima di procedere a tale esame
specifico, occorre ancora ricordare come l’obbligo di motivazione rafforzata trova poi una sua
specificità nel caso di ribaltamento del giudizio di inattendibilità di una prova orale e di
condanna in appello, elemento anche questo la cui violazione è stata dedotta in entrambi i
ricorsi. Al proposito vale, infatti, il noto orientamento giurisprudenziale assunto da questa
Corte di cassazione a seguito della pronuncia Dan c. Moldavia della Corte EDU del 3 luglio 2011
e secondo cui il giudice di appello che intenda riformare in “peius” la pronuncia assolutoria di
primo grado ha l’obbligo – in conformità all’art. 6 CEDU, come interpretato dalla Corte EDU nel
caso Dan c/Moldavia – di disporre la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale per assumere
direttamente la deposizione del teste ritenuto inattendibile in primo grado, le cui dichiarazioni
siano decisive per l’affermazione della responsabilità dell’imputato e ciò a meno che non siano
valutati elementi probatori di carattere differente anche assunti nel giudizio di secondo grado
a seguito di rinnovazione probatoria.
Tali essendo i principi applicabili al caso in esame, deve in primo luogo essere evidenziato
come la Corte di appello di Messina abbia concluso per la colpevolezza degli imputati in ordine
al delitto di estorsione loro contestato al capo a) della rubrica, fondando detta affermazione
sulla rivalutata attendibilità delle dichiarazioni della presunta vittima, Di Maio Giuseppe, e ciò
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convincimento opposto rispetto a quello del giudice la cui decisione non si condivida (Sez. 5, n.

benché non si sia proceduto in sede di giudizio di secondo grado ad una nuova audizione del
predetto testimone. Il giudice di appello richiamava al proposito quell’orientamento di questa
Corte, sempre espresso sulla scia della decisione della Corte europea, secondo cui l’obbligo di
rinnovazione in appello non sussiste ove la decisione di condanna sia basata su una differente
piattaforma probatoria nel caso in esame costituita dalla trascrizione di alcune conversazioni
non valutate dal primo giudice.
L’argomento però non è decisivo e pare essere stato adeguatamente oggetto di critica nei

giudice di appello può procedere ad una rivalutazione della prova orale ritenuta non attendibile
nel giudizio di primo grado, ove il differente elemento che ne permetta una differente
considerazione abbia carattere pregnante e conducente, e sia tale cioè da potere fare
affermare che la dichiarazione resa da quel soggetto sia certamente vera. Ove invece il nuovo
elemento di prova sia privo di tale carattere pregnante e conducente, il ribaltamento del
giudizio di inattendibilità non può essere operato se non a seguito della rinnovazione della
prova dichiarativa e della specificazione delle ragioni per cui ritenere attendibile la deposizione
proveniente da testimone od imputato di procedimento connesso. E nel caso in esame dalla
comparazione tra le due pronunce difformi deve escludersi che l’argomento principe utilizzato
dalla Corte messinese per affermare la piena attendibilità del Di Maio abbia detto carattere di
pregnanza e conducenza; difatti, il giudice di appello, ha valorizzato il proprio giudizio di
attendibilità del Di Maio stigmatizzando il contenuto di una conversazione intercorsa, nel
febbraio del 2000, tra i due imputati Puliafito e Ruvolo, riportata a pagina 12 della sentenza di
appello, nel contesto della quale i due progettano il furto della vettura del predetto Di Maio e
che prova soltanto, al più, l’esistenza di rapporti conflittuali tra gli imputati ed il testimone ma
non assume alcun valore specifico rispetto alla supposta consumazione di un’estorsione. Dalla
deposizione resa dal Di Maio nel corso del giudizio di primo grado, riportata nella sentenza del
Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto alla pagina 14, emerge con evidenza che lo stesso teste
affermava di avere avuto rapporti di lavoro e di amicizia con il Puliafito poi bruscamente
interrotti nel 1997 a causa del mancato pagamento di un assegno; aggiungeva ancora il Di
Maio che da quel momento i due non si erano nemmeno più salutati, ignorandosi
reciprocamente. Posto, quindi, essere pacifico per ammissione dello stesso Di Maio l’esistenza
di rapporti di aspra conflittualità tra egli stesso ed il Puliafito, il contenuto di una
conversazione tra i due imputati nell’anno 2000 nel corso della quale si prospetta una
eventuale azione ritorsiva nei confronti del Di Maio, mai peraltro portata a termine, non
assume valore né pregnante né conducente rispetto all’accusa di estorsione ben potendo
trovare fondamento nell’esistenza di tali contrasti. Non appare pregnante perché non conferma
il tema probatorio specifico circa la consumazione del fatto estorsivo, nulla avendo a che fare
l’intimidazione del Di Maio con l’imposizione al titolare della DMC (Aquilino) della ditta Puliafito,
e non appare conducente poiché dotato di carattere non univoco ma anzi palesemente dubbio
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motivi di gravame principali ed aggiunti dalle difese Ruvolo e Puliafito; come anticipato, il

posto che la ritorsione può trovare fondamento in rapporti di inimicizia ed astio aventi origine e
spiegazione diversa. Sul punto, quindi, le argomentazioni esposte nella memoria della parte
civile paiono destituite di fondamento.
Escluso, quindi, che il ribaltamento della attendibilità della dichiarazione del Di Maio possa
fondarsi esclusivamente sulla valutazione della conversazione 3-2-2000 tra Ruvolo e Puliafito,
occorre ancora sottolineare come i ricorsi paiono fondati anche nella parte in cui deducono la
violazione delle regole in tema di valutazione della prova testimoniale; la pronuncia di appello

l’applicabilità alla deposizione del Di Maio delle regole dettate in tema di dichiarazioni
provenienti da imputati di reato connesso affermando non essere necessario la ricerca di
riscontri c.d. esterni. Tuttavia, gli argomenti utilizzati dal giudice di primo grado per concludere
circa la non attendibilità di detta deposizione testimoniale appaiono fare riferimento non alle
regole in tema dichiarazioni rese da soggetti escussi ex art. 210 cod. proc. pen. quanto alla
necessaria preventiva valutazione della credibilità intrinseca della parte offesa; al proposito,
infatti, il giudice di primo grado aveva correttamente richiamato l’orientamento secondo cui le
regole dettate dall’art. 192, comma terzo, cod. proc. pen. non si applicano alle dichiarazioni
della persona offesa, le quali possono essere legittimamente poste da sole a fondamento
dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea
motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo
racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e rigoroso rispetto a quello cui
vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone (Sez. U. n. 41461 del 19/07/2012
Rv.253214). Posta tale premessa, il Tribunale aveva evidenziato come il Di Maio, costituito
parte civile, aveva manifestato assai dubbia credibilità intrinseca avuto riguardo all’accertata, a
seguito di verifica peritale, operazione di manomissione di una registrazione audio da esso
fornita alle forze di polizia a sostegno dell’accusa di estorsione a carico degli imputati, alla
presenza di pregiudizi penali in suo danno sui quali aveva taciuto, alla plurima e reiterata
smentita alle sue dichiarazioni proveniente da tutti gli altri soggetti escussi nel corso del
dibattimento di primo grado (Aquilino-Frenna-Pagano-Oliva-Gullì), alla sua accertata non
credibilità quanto alla ricostruzione di altro episodio estorsivo contestato al capo d).
Orbene, a fronte di un così accurato giudizio espresso dal Tribunale di primo grado, deve
ritenersi, innanzi tutto, che la Corte messinese non spiega adeguatamente un dato essenziale
e fondamentale costituito dalla circostanza che le dichiarazioni del Di Maio sono sconfessate da
quelle provenienti da chi avrebbe in prima persona subito l’imposizione della ditta Puliafito e
cioè i testi Aquilino e Frenna i quali risultano avere escluso pressioni e minacce finalizzate a
sostituire il subappaltatore, circostanza, questa, specificamente dedotta con il primo motivo di
ricorso dalle difese Ruvolo e Puliafito. Difatti, il Tribunale di primo grado aveva adeguatamente
spiegato perché si era addivenuti al mutamento del sub appaltatore senza alcuna imposizione
illecita riportando quelle dichiarazioni degli interessati secondo cui al momento dell’intervento
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ha criticato il ragionamento del Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto contestando

della ditta Puliafito i lavori del Di Maio erano stati praticamente completati. Ora, posto che
l’accusa così come emergente dal capo di imputazione (si veda al proposito il capo A)
prospetta l’avvenuta consumazione di condotte intimidatorie in danno di Frenna ed Aquilino,
effettive parti offese dell’estorsione a fronte della qualifica di mero danneggiato dal delitto che
dovrebbe avere il Di Maio, appare evidente come le dichiarazioni degli stessi assumono
rilevanza essenziale per ricostruire i fatti estorsivi e non pare così possibile affermare la
responsabilità degli imputati in assenza di qualsiasi prova circa le condotte dagli stessi poste in

della DMC che escludono di avere subito qualsiasi intimidazione.
La motivazione sul punto è decisamente carente e difetta di adeguate argomentazioni circa la
contraddittorietà delle dichiarazioni e gli argomenti probatori sui quali poggiare un giudizio di
attendibilità del Di Maio e di non credibilità degli altri testi, i quali, secondo la prospettazione
accusatoria sarebbero stati personalmente costretti ad incontrare gli imputati ed a mutare
l’incaricato di effettuare i lavori concessi in sub appalto e che invece, sentiti nel contraddittorio
delle parti dinanzi al giudice di primo grado, escludono qualsiasi intimidazione e sottolineano
come differenti fossero le opere concesse prima al Di Maio e poi al Puliafito con la necessaria
conseguenza che, secondo le dichiarazioni delle supposte vittime del delitto di cui all’art. 629
cod. pen., non sussiste alcuna condotta intimidatoria posta in essere da entrambi gli imputati.
L’argomento appare davvero centrale, posto che si profila l’assenza di qualsiasi prova diretta
circa la materialità del delitto di cui all’art. 629 cod. pen., e la Corte messinese risulta avere
fatto anche errata applicazione dei principi dettati in tema di valutazione delle dichiarazioni
della parte offesa, che pure richiama, posto che Di Maio (le cui dichiarazioni il giudice di
appello riporta solo riassuntivamente) non risulta avere mai affermato di avere subito
intimidazioni dirette a fare interrompere ogni sua opera nel cantiere della DMC bensì riferisce
di avere appreso detti fatti dal Frenna il quale gli avrebbe raccontato degli incontri con gli
imputati, circostanza questa che rende sostanzialmente indiretta la deposizione del
danneggiato del reato circa la perpetrazione del fatto delittuoso in danno di altri ed infondate le
ragioni espresse nella memoria della parte civile depositata nel presente giudizio di legittimità.
Pertanto, nel caso in esame, la ripetuta smentita proveniente dai testi Aquilino e Frenna alle
dichiarazioni del danneggiato dal reato, sottolineata nei motivi di ricorso, appare non
adeguatamente valutata e sbrigativamente ribaltata con considerazioni non conducenti, posto
che il contenuto della conversazione 3 febbraio 2000, elevato dal giudice di appello a prova
regina della attendibilità del Di Maio, non può fornire dimostrazione dell’avvenuta
perpetrazione di condotte intimidatorie ai danni dei predetti Aquilino e Frenna che, secondo
l’impostazione accusatoria contenuta nell’imputazione, sono gli unici soggetti ad avere subito la
diretta “pressione” da parte degli imputati Ruvolo prima e Puliafito poi. E quanto alla
valutazione di non credibilità delle dichiarazioni dell’Aquilino, la stessa è motivata dalla Corte
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essere proprio ai danni dei predetti Frenna ed Aquilino rispettivamente capo cantiere e titolare

messinese, con riferimento ad un elemento di natura solo logica (oggetto di specifica
contestazione nel ricorso Puliafito) che non pare dotato anch’esso di quella univocità cui il
giudice di appello vi attribuisce, poiché non viene spiegato, se non sulla base di un generico
riferimento all’id quod plerrnque accidit, in cosa sia consistito la vera anomalia dell’incontro
Aquilino-Puliafito, posto che i due stabilivano poi di redigere un regolare contratto sottoscritto
e registrato che richiedeva pertanto la necessaria presenza di entrambi i contraenti. Sul punto
pertanto i ricorsi, che hanno entrambi stigmatizzato e criticato la conclusione cui perveniva il

Ulteriore profilo critico della sentenza di appello, dedotto con i motivi nuovi dalla difesa
Puliafito, si rinviene al proposito delle conclusioni cui la stessa perviene in relazione al capo d)
della rubrica, per il quale conferma la pronuncia assolutoria del Tribunale, senza trarne alcuna
dovuta conseguenza; posto, infatti, che il giudizio di primo grado aveva escluso la
responsabilità del Puliafito anche per tale supposto fatto estorsivo consumato nel corso
dell’anno 1996 ai danni del Di Maio, sempre concludendo per la completa inattendibilità della
deposizione di tale parte offesa e che anche avverso tale capo della pronuncia di primo grado
la parte civile aveva proposto gravame, la conferma della pronuncia assolutoria disposta
all’esito del giudizio di secondo grado consacra quella valutazione operata dal Tribunale.
Conseguentemente, non avendo il giudice di appello ritenuto credibile il racconto del Di Maìo
quanto al capo d) della rubrica, avrebbe dovuto approfondire il tema della c.d. attendibilità
frazionata in presenza di plurime dichiarazioni differentemente valutate in termini opposti.
Alla luce dei principi e delle considerazioni come sopra enunciati, emergono, in tutta palmare
evidenza, le profonde criticità, di cui è affetta la sentenza impugnata, con riferimento alla
accertata responsabilità degli imputati per il delitto di estorsione, in ordine alle quali il giudice
di appello ha omesso di confrontarsi, adeguatamente, con le argomentazioni addotte a
sostegno della pronuncia assolutoria. Inoltre, lo stesso giudice è incorso nell’ulteriore errore di
giudizio, consistente nell’avere affidato le proprie, alternative, valutazioni alla rivisitazione
meramente “cartolare” delle emergenze probatorie, senza procedere alla rinnovazione delle
prove dichiarative, già stimate inattendibili dal primo giudice. In conclusione, e dovendosi
procedere ad una precisa elencazione dei compiti da assegnare al giudizio di rinvio, la sentenza
di appello appare priva di adeguata motivazione nelle parti in cui:
– afferma che il giudice di primo grado avrebbe errato nel valutare il Di Maio quale
imputato di procedimento connesso, e perciò necessario il riferimento a riscontri c.d.
esterni quando lo stesso doveva ritenersi parte offesa del procedimento e ciò in
considerazione che, il giudizio espresso dal Tribunale, si poggiava su un dato di fatto,
l’acclarata manomissione della cassetta registrata che faceva dubitare della credibilità
delle dichiarazioni accusatorie;

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giudice di secondo grado circa la credibilità della dichiarazione Aquilino paiono ancora fondati.

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ritiene meramente neutro il comportamento di assemblaggio della registrazione quando
lo stesso manifesta invece un chiaro interesse a precostituire prove a carico degli
imputati non genuine;

ritiene che le dichiarazioni dell’Aquilino e del Frenna non sconfessino la ricostruzione del
Di Maio sulla base di un ragionamento solo logico e che però contrasta
inequivocabilmente con le deposizioni delle presunte vittime dell’estorsione che hanno
reiteratamente e conformemente negato di avere subito pressioni o intimidazioni per

non accerta in alcun modo il dato riferito dai testi Frenna ed Aquilino e cioè che i lavori
della ditta Puliafito erano diversi da quelli già completati dal Di Maio;

non ritiene in alcun modo rilevanti le ulteriori smentite della deposizione Di Maio
provenienti dalle dichiarazioni dei testi Pagano, Oliva e Gullì che avevano escluso di
essere stati costretti ad allontanare la parte civile dai loro cantieri;

non evidenzia la sussistenza di preesistenti conflitti tra Di Maio e Puliafito che possono
giustificare il contenuto della conversazione 3-2-2000 tra gli imputati e che pertanto,
ben lungi dal potere ritenersi decisiva, appare non conducente nei termini dell’avvenuta
consumazione di un fatto estorsivo in danno di altri negato dalle stesse vittime (Aquilino
e Frenna);

ritiene tale conversazione per ciò solo idonea a fare venire meno l’obbligo di audizione
della prova orale fondamentale, incombente sul giudice di appello che intenda riformare
la sentenza assolutoria di primo grado quando la stessa non appare adeguatamente
pregnante e conducente;

nulla dice circa la ritenuta non attendibilità del Di Maio con riguardo alle dichiarazioni
poste a fondamento dell’accusa contestata al capo d) della rubrica, circostanza che
avrebbe imposto l’applicazione delle regole dettate in tema di attendibilità frazionata.

Sarà pertanto compito del giudice di rinvio, da individuare nella Corte di appello di Reggio
Calabria, dare adeguata risposta a tali aspetti controversi anche, ove ritenuto necessario, a
seguito della rinnovazione dell’istruzione dibattimentale in ossequio al dettato della pronuncia
Dan c. Moldavia della Corte EDU del 3 luglio 2011.

P.Q.M.
annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Corte di appello di Reggio Calabria per nuovo
giudizio.
Roma, 14 dicembre 2015

L CONSIGLIERE E T.
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DEPOSITATO IN CANCELLERIA
SECONDA SEZIONE PENAL,
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procedere alla sostituzione del Di Maio;

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