Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 270 del 05/12/2017


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 270 Anno 2018
Presidente: SAVANI PIERO
Relatore: SEMERARO LUCA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
CASANOVA CANDIDO nato il 04/04/1948 a CAMEROTA
nel procedimento a carico di quest’ultimo

avverso l’ordinanza del 07/03/2017 del TRIB. LIBERTÀ di AVELLINO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere LUCA SEMERARO;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale SIMONE
PERELLI, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

Il difensore presente, Avvocato FEDERICO PAOLUCCI, al termine del proprio
intervento, si riporta ai motivi del ricorso.

Data Udienza: 05/12/2017

Ritenuto in fatto

1. Al ricorrente Candido Casanova, quale legale rappresentante della R.P.
Rappresentanze s.r.I., in concorso con l’amministratore di fatto Nicola Barese, è
ascritto, fra l’altro, il reato ex art. 8 d.lgs. 74/2000 per avere emesso o rilasciato
nel 2016 fatture per operazioni inesistenti per un importo complessivo di C
1.531,915,17.
Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Avellino, con decreto del

1.531,915,17, quale profitto diretto del reato, da rinvenirsi sui conti correnti o
nelle disponibilità della società; ove non rinvenuto il profitto diretto, il giudice per
le indagini preliminari ha disposto il sequestro dei beni degli indagati Candido
Casanova e Nicola Barese per un importo equivalente alla somma sopra indicata.

2. Candido Casanova, in proprio e quale legale rappresentante della R.P.
Rappresentanze s.r.I., propose riesame avverso il decreto del giudice per le
indagini preliminari del Tribunale di Benevento.
Il ricorrente contestò, a pagina 23 punto k del riesame, il criterio di
determinazione del profitto, avvenuto in maniera generica, senza il collegamento
con il fatto penalmente rilevante, e facendo ricorso ad una diversa fattispecie di
reato, senza una indagine rigorosa per legittimare una misura cautelare reale di
così rilevante proporzione.
In subordine (pagine 24 e ss. punto I) la difesa chiese con il riesame, una
drastica riduzione del sequestro, nel rispetto del principio di proporzionalità.
Secondo la difesa, l’entità del profitto travalicava il vantaggio economico
eventualmente conseguito dal ricorrente a seguito dell’azione delittuosa; il
profitto, secondo anche quanto indicato dal p.m., ammonterebbe ad C 330.000,
pari all’importo dell’Iva evasa dalla società.
La difesa ha infatti distinto tra le somme fatturate e l’importo dell’Iva dovuta
all’erario ed ha ritenuto che il debito fiscale è commisurabile a quest’ultimo e non
alle prime. Pertanto, nei motivi di riesame si affermò la illegittimità del sequestro
per un importo superiore al profitto derivante dal reato.

3. Il Tribunale del riesame di Benevento, in accoglimento del solo motivo sub
I, ha limitato il sequestro all’importo di C 331.682,67.
Il Tribunale del riesame ha infatti condiviso l’argomento difensivo quanto alla
impossibilità di sottoporre a sequestro l’importo complessivo delle fatture e,
richiamato l’orientamento espresso da Cass. Sez. 3, ordinanza n. 1893 del 2011,
ha affermato che il profitto andava determinato in base al risparmio per il mancato
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23 dicembre 2016, ha disposto il sequestro preventivo della somma di C

versamento dell’imposta. Ciò anche perché le fatture, secondo l’ipotesi
accusatoria, erano state emesse per azzerare il debito Iva.
Pertanto, il Tribunale del riesame ha determinato il profitto con riferimento
all’Iva relativa alle fatture emesse dal fornitore nazionale A.E.G. Italia s.r.l. e
ricevute dalla R.P. Rappresentanze s.r.l. Le fatture ricevute da tale ultima società
per forniture ammontavano ad C 1.494.011,24 oltre iva pari ad C 331.682,67.

4. Il difensore di Candido Casanova, solo in proprio e non nella qualità di

Tribunale del riesame di Benevento per violazione degli artt. 322 ter cod. pen. in
relazione all’art. 8 I. (recte d.lgs.) 74/2000.
La violazione di legge si è sostanziata secondo la difesa perché neanche in
astratto può essere individuato il profitto del delitto contestato nella somma
relativa all’Iva riportata nelle fatture ritenute riferibili ad operazioni inesistenti.
La difesa ha riportato passi della motivazione della sentenza n. 6052/2007
della 3 sezione della Corte di Cassazione, condividendo la natura di reato di
pericolo presunto del delitto contestato; ha rilevato che all’indagato è contestato
di aver solo emesso le fatture e non la loro utilizzazione nella dichiarazione Iva.
Afferma la difesa che il sequestro finalizzato alla confisca può essere emesso
solo in relazione al danno per il quale effettivamente sia provato almeno il fumus;
nel caso in esame, non risultando che le fatture per le operazioni inesistenti siano
state utilizzate in dichiarazione al fine di evadere l’IVA (quindi quando non può
ritenersi configurabile la fattispecie di cui all’art. 2) il danno non può essere
individuato in quelle somme che astrattamente l’indagato avrebbe potuto lucrare
se avesse utilizzato le fatture in dichiarazione perché non costituenti il prezzo o il
profitto.
Secondo la difesa, in relazione alla violazione del solo art. 8 sono
astrattamente sottoponibili al sequestro finalizzato alla confisca soltanto le somme
che costituiscono il prezzo o il profitto dell’emissione (solitamente riferibili
all’eventuale compenso “sotterraneo» tra il soggetto emittente e il destinatario
delle fatture), fatto questo per altro neanche individuato nel caso in esame.
In ogni caso, secondo la difesa, è l’illegittima la qualificazione e
quantificazione come danno della somma riportata in fattura corrispondente quale
IVA, posto che il delitto contestato è un reato di pericolo e che, pertanto, non
poteva essere neanche astrattamente tale somma essere qualificata quale danno.
La difesa quindi ha limitato il ricorso alla corrispondenza tra il dettato delle
norme che consentono il sequestro per equivalente e la sussistenza dei requisiti di
legge; in particolare (oltre alla sussistenza del fumus di commissione del reato) la

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legale rappresentante, ha proposto ricorso per cassazione avverso l’ordinanza del

corretta individuazione della somma che può essere individuata quale prezzo o
profitto dello stesso.
La difesa ha ribadito l’illegittimità del criterio adoperato per individuare il
danno prodotto dal reato e ha chiesto l’annullamento dell’ordinanza impugnata
senza rinvio; in subordine, ha chiesto l’annullamento con rinvio, affinché il
Tribunale valuti se le fatture di cui al capo b) siano state utilizzate in dichiarazione
o se dalle indagini emerga una diversa somma che possa essere individuata quale
prezzo o profitto del reato nei rapporti tra il soggetto emittente ed il ricevente le

Considerato in diritto

1. L’art. 8 del d.lsg. 74/2000 è un delitto a dolo specifico, nel quale l’emissione
delle fatture per operazioni inesistenti è fatta al fine di consentire a terzi – e non
all’emittente – l’evasione dell’Iva o delle imposte sui redditi.
Però, come chiarito dalla costante giurisprudenza di legittimità (cfr. da ultimo
Cass. Sez. 3, n. 44449 del 2015 Rv. 265442, Colloca), il fine di favorire l’evasione
fiscale di terzi attraverso l’emissione di fatture per operazioni inesistenti può anche
non essere esclusivo, nel senso che il reato comunque sussiste qualora sia
commesso anche con lo scopo di trarre un profitto personale; in altri termini la
finalità di evasione fiscale può concorrere con altre finalità, attesa la natura di
pericolo astratto del reato, per la configurabilità del quale è sufficiente il mero
compimento dell’atto tipico.
La giurisprudenza ha escluso che il profitto per il soggetto emittente coincida
da un lato con il valore complessivo delle fatture emesse per le operazioni
inesistenti e dall’altro nel valore corrispondente al profitto conseguito
dall’utilizzatore delle stesse fatture, in quanto il regime derogatorio previsto
dall’art. 9 D.Lgs. n. 74 del 2000 – escludendo la configurabilità del concorso
reciproco tra chi emette le fatture per operazioni inesistenti e chi se ne avvale impedisce l’applicazione in questo caso del principio solidaristico, valido nei soli
casi di illecito plurisoggettivo (cfr. in tal senso Cass. Sez. 3, n. 43952 del 2016 Rv.
267925, Sanna e altro; Cas. Sez. 3, n. 42641 del 2013 Rv. 257419, Alonge).
Il profitto del delitto ex art. 8 d. Igs. 74/2000 è costituito dal prezzo ottenuto
per l’emissione delle fatture, cioè dal compenso pattuito o riscosso per eseguire il
delitto, che può consistere tanto in un compenso in denaro, come per lo più
accade, o in qualsiasi altra utilità, economicamente valutabile ed immediatamente
o indirettamente derivante dalla commissione del reato.
Come ha osservato Cass. Sez. 3, n. 50310 del 18/09/2014 Rv. 261517,
Scandroglio, «In materia di reati tributari, qualora manchino elementi processuali
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fatture in contestazione.

per determinare esattamente il prezzo del reato di emissione di fatture per
operazioni inesistenti (identificabile nel compenso pattuito o riscosso per eseguire
il delitto), deve ritenersi legittimo il sequestro preventivo, anche per equivalente,
di qualsiasi utilità economicamente valutabile ed immediatamente o
indirettamente derivante dalla commissione del reato, quando non sussista una
manifesta sproporzione tra il valore dei beni sequestrati e l’importo delle fatture
e/o il profitto conseguito dall’utilizzatore».

Va preliminarmente rilevato che il ricorso per cassazione è stato presentato
da Candido Casanova in proprio e non nella sua qualità di legale rappresentante
della R.P. Rappresentanze s.r.l. A Candido Casanova risulta essere stata
sequestrata «per equivalente» la somma di euro 598,73.
Orbene, va precisato che il Tribunale del riesame di Benevento ha determinato
il profitto ricavato dal reato contestato non con riferimento al valore complessivo
dell’Iva riportato nelle fatture emesse per le operazioni inesistenti, bensì con
riferimento all’Iva relativa alle fatture emesse dal fornitore nazionale A.E.G. Italia
s.r.l. e ricevute dalla R.P. Rappresentanze s.r.l. Le fatture ricevute da tale ultima
società per forniture ammontavano ad C 1.494.011,24 oltre iva pari ad C
331.682,67.
Dunque, il Tribunale del riesame di Benevento non ha adoperato il criterio
indicato dalla difesa né ha confuso il concetto di profitto dell’art. 8 con quello
dell’art. 2 del d.lgs. 74/2000.
Il Tribunale del riesame di Benevento in realtà ha individuato il profitto non
nel prezzo ottenuto per l’emissione delle fatture per e operazioni inesistenti, ma
in un’altra utilità e ne ha determinato il valore economico indirettamente derivante
dalla commissione del reato.
Il Tribunale del riesame di Benevento ha ritenuto che l’emissione delle fatture
per le operazioni inesistenti è stata effettuata, oltre che per favorire l’utilizzatore,
anche per conseguire un vantaggio proprio, cioè quello di azzerare un pregresso
debito iva; di conseguenza, individuato tale vantaggio economicamente valutabile,
ha ridotto il sequestro a tale valore dell’Iva.
Nel far ciò ha preso in esame il materiale investigativo, l’ha esaminato ed ha
espresso un giudizio di fatto relativo al profitto che non è suscettibile di valutazione
in sede di legittimità.
Va ricordato che avverso le ordinanze emesse nella procedura di riesame delle
misure cautelari reali il ricorso per cassazione è ammesso, ai sensi dell’art. 325
cod. proc. pen., soltanto per violazione di legge; è preclusa ogni censura relativa
ai vizi della motivazione, salvi i casi della motivazione assolutamente mancante 5

2. Il ricorso è infondato per le seguenti ragioni.

che si risolve in una violazione di legge per la mancata osservanza dell’obbligo
stabilito dall’art. 125 cod. proc. pen. – e della motivazione apparente, tale cioè da
rendere l’apparato argomentativo, posto a sostegno del provvedimento, privo dei
requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi, inidonei, a
rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice.
Nel caso in esame il Tribunale del riesame di Benevento non è incorso in
nessuna violazione di legge ed ha argomentato sull’esistenza del profitto. Si tratta
di una motivazione articolata, che in alcun modo può essere definita apparente.

Ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen. si condanna il ricorrente al pagamento
delle spese del procedimento.
P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso il 05/12/2017.

Il ricorso va dunque rigettato.

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