Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 2606 del 05/11/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 2606 Anno 2016
Presidente: FIALE ALDO
Relatore: DI NICOLA VITO

SENTENZA

sul ricorso proposto da
El Miloudi Moussid, nato in Marocco il 01-01-1987
avverso la sentenza del 21-02-2014 della Corte di appello di Firenze;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Vito Di Nicola;
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Paolo Canevelli che ha
concluso per l’annullamento con rinvio sul trattamento sanzionatorio;
udito per il ricorrente

Data Udienza: 05/11/2015

RITENUTO IN FATTO

1. Moussid El Miloudi ricorre per cassazione impugnando la sentenza indicata
in epigrafe con la quale la Corte di appello di Firenze, in riforma di quella emessa
dal tribunale di Lucca, ha rideterminato la pena a suo carico nella misura di anni
due, mesi quattro di reclusione ed euro 2.200,00 di multa per il reato previsto gli
articoli 81 cpv. cod. pen. e 73 d.p.r. 9 ottobre 1990, n. 309 perché, con più
azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, cedeva a Paolo D’Annibale e

di euro 40 ciascuna. In Altopascio il 2 aprile 2013.

2. Per la cassazione dell’impugnata sentenza il ricorrente, personalmente e
tramite il difensore, solleva un unico comune motivo di gravame, qui enunciato,
ai sensi dell’art. 173 disp. att. cod. proc. pen., nei limiti strettamente necessari
per la motivazione.
Con esso il ricorrente deduce la violazione della legge penale (articolo 606,
comma 1, lettera b), codice di procedura penale), sul rilievo che – in base dello
ius superveniens (decreto legge 20 marzo 2014, n. 36 convertito in legge 21
maggio 2014, n. 79) e tenuto conto che i giudici del merito avevano ritenuto
l’ipotesi del quinto comma dell’art. 73 d.p.r. n. 309 del 1990 – la pena andrebbe
rideterminata essendo mutata nuovamente in melius per il ricorrente la cornice
ed itta le.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è fondato.

2. Osserva il Collegio che, dopo l’emanazione della decisione impugnata, è
entrata in vigore la legge 16 maggio 2014, n. 79 di conversione in legge, con
modificazioni, del decreto-legge 20 marzo 2014, n. 36 che, da un lato, ha
confermato la natura di titolo autonomo di reato (già sancita dal decreto legge
23 dicembre 2013 n. 146, conv. in legge 21 febbraio 2014, n. 10) dei fatti di
lieve entità e, dall’altro, ha ulteriormente modificato il profilo sanzionatorio
fissando, tanto per le droghe leggere quanto per quelle pesanti, la pena della
reclusione da sei mesi a quattro anni e della multa da euro 1.032,00 a euro
10.329,00 (art. 1, comma 24-quater, lett. a).
Quindi, quando i giudici del merito hanno determinato, nel caso di specie, il
trattamento sanzionatorio, essi hanno tenuto conto della cornice edittale più
severa rispetto a quella prevista dall’art. 73, comma 5, d.p.r. 9 ottobre 1990, n.
309 come modificato la legge 16 maggio 2014, n. 79.

2

a Fabio Massimo Stefanelli due dosi di cocaina del peso di grammi 0,5 al prezzo

Sicché l’utilizzazione di parametri edittali diversi, rispetto a quelli stabiliti
dalle leggi successive, comporta che la pena dovrà essere nuovamente
determinata dal giudice del merito e siffatta operazione è necessitata perché è
stata considerata una pena base illegale in quanto commisurata entro un limite
edittale minimo e massimo superiore rispetto a quello previsto dallo

ius

superveniens.
Infatti, il giudice, nel determinare la pena, normalmente valuta, con
riferimento alla congruità in concreto della sanzione irrogata, sia il limite minimo

astratto stabilita, con la conseguenza che, mutato il parametro di riferimento, il
giudice del merito deve inderogabilmente esercitare il potere discrezionale
conferitogli dagli artt. 132 e 133 cod. pen. anche perché l’irrogazione di una
pena base pari o superiore alla media edittale richiede una specifica motivazione
in ordine ai criteri soggettivi ed oggettivi elencati dall’art. 133 cod. pen., valutati
ed apprezzati tenendo conto della funzione rieducativa, retributiva e preventiva
della pena (Sez. 3, n. 10095 del 10/01/2013, Monterosso, Rv. 255153) e ciò in
sintonia con la giurisprudenza costituzionale sull’art. 27 Cost., comma 3.
Tale compito deve pertanto essere assolto anche quando il trattamento del
caso specifico rientri nella forbice edittale di cui alla disposizione di favore
sopravvenuta.

3. Le Sezioni Unite hanno infatti ribadito (Sez. U, n. 33040 del 26/02/2015,
Jazouli) che, nel valutare l’ambito entro cui può parlarsi di illegalità della pena,
occorre fare riferimento al principio di proporzione tra illecito e sanzione.
Sul punto, la Corte costituzionale ha osservato che il principio di uguaglianza
«esige che la pena sia proporzionata al disvalore del fatto illecito commesso, in
modo che il sistema sanzionatorio adempia nel contempo alla funzione della
difesa sociale ed a quella di tutela delle posizioni individuali» (Corte cost., sent.
n. 409 del 1989); inoltre, al principio di proporzionalità il Giudice delle leggi ha
fatto espresso riferimento nella sentenza che ha dichiarato l’illegittimità
costituzionale del minimo edittale previsto per la fattispecie di oltraggio (Corte
cost., sent. n. 391 del 1994), in cui si è ribadito che la finalità rieducativa della
pena non è limitata alla sola fase dell’esecuzione, ma costituisce

«una delle

qualità essenziali e generali che caratterizzano la pena nel suo contenuto
ontologico, e l’accompagnano da quando nasce, nell’astratta previsione
normativa, fino a quando in concreto si estingue» e inoltre implica la presenza
costante del “principio di proporzione” tra qualità e quantità della sanzione, da
una parte, e offesa, dall’altra (Corte cost., sent. n. 313 del 1990 e, da ultimo,
sent. n. 105 del 2014).

che quello massimo, avendo come riferimento, per la commisurazione, la pena in

Quindi, le nuove comminatorie impongono, secondo le Sezioni Unite iazouli,
necessariamente di riconsiderare la pena proprio in attuazione del principio di
proporzionalità, altrimenti verrebbe legittimata l’applicazione di una pena al di
sopra della misura della colpevolezza (…). Sicché la pena edittale deve, in linea
di massima, risultare correlata alla gravità del fatto di reato (…). In altri termini,
la pena è costruita sulla gravità del fatto e giustificata da essa, nelle sue
componenti oggettive (importanza del bene, modalità di aggressione, grado di
anticipazione della tutela) e soggettive (grado di compenetrazione fatto-autore),

tra i due fattori sarebbero costituzionalmente intollerabili.

4. L’illegalità della pena comporta che la questione è rilevabile d’ufficio,
indipendentemente dalla fondatezza del ricorso o dalla sua ammissibilità (Sez. U,
n. 33040 del 26/02/2015, Jazouli, Rv. 264207).
Nel caso di specie, la doglianza, circa il lamentato trattamento
sanzionatorio, è stata specificamente sollevata ed essa è perciò fondata sulla
base dello ius superveniens.

5. Ne consegue che la sentenza va annullata con rinvio ad altra sezione della
Corte di appello di Firenze, limitatamente alla determinazione della pena.

P.Q.M.

Annulla con rinvio limitatamente alla determinazione della pena la
sentenza impugnata ad altra Sezione della Corte di appello di Firenze.
Così deciso il 05/11/2015

come sua variabile dipendente: una distonia nel rapporto o addirittura uno iato

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