Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 226 del 14/12/2016


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 226 Anno 2017
Presidente: CAMMINO MATILDE
Relatore: COSCIONI GIUSEPPE

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
DE BIASO EGIDIO, nato il 26/01/1980

avverso l’ordinanza n. 484/2016 in data 26/07/2016 del Tribunale di LECCE in
funzione di giudice del riesame,

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Dott. GIUSEPPE COSCIONI;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott.
PERLA LORI, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
udito il difensore dell’indagato, Avv.MARIA SERRA, che ha concluso riportandosi
ai motivi depositati, chiedendo l’accoglimento del ricorso e l’annullamento
dell’ordinanza impugnata e, in subordine, l’annullamento con rinvio;

Data Udienza: 14/12/2016

RITENUTO IN FATTO
1.

Con ordinanza del 15 luglio 2016, il giudice per le indagini

preliminari presso il tribunale di Lecce applicava a Egidio De Biaso, indagato per i
reati di cui all’art. 416 bis cod.pen. e altri reati la misura della custodia cautelare
in carcere; a seguito di ricorso proposto da De Biaso, il Tribunale del riesame di
Lecce, con ordinanza del 26 luglio 2016, diversamente qualificando il fatto di cui
al capo j2 come delitto di cui agli artt. 110,582 e 585 cod.pen., 7 D.I. 151/91,

Avverso la predetta ordinanza ricorre per cassazione il difensore di De Biaso,
chiedendone l’annullamento. Al riguardo, deduce, quale primo motivo, manifesta
illogicità della motivazione in ordine alla asserita sussistenza dei gravi indizi di
colpevolezza per il reato di cui all’art.416 cod.pen. posto che, come già esposto
con i motivi ex art. 309 comma 6 cod.proc.pen., non era possibile ascrivere alla
programmazione dell’associazione i

j_n_gotp delitti posti in essere dai singoli

indagati, in quanto gli stessi andavano imputati a propositi ed iniziative criminali
individuali e consumati per il conseguimento ed il raggiungimento di fini
personali, e pertanto non di quelli associativi; nell’iniziativa associativa veniva
fatto rientrare il reato di tentata estorsione commesse il 29 luglio 2015 quando il
reato associativo era del settembre 2015; era stata contestata l’aggravante di
cui all’art.7 d.l. 152/91 quando la presunta associazione non era ancora
operativa e quindi nemmeno esistente; il voler ritenere aggravato ai sensi del
suddetto articolo il delitto commesso dall’associato si traduceva 14n una doppia
valutazione dello stesso elemento; ai fini della contestazione dell’aggravante non
era sufficiente il mero collegamento con contesti di criminalità organizzata o la
caratura mafiosa degli autori del fatto occorrendo, invece, la concreta
realizzazione di una condotta secondo le modalità tipizzate dell’art. 416 bi~a
motivazione relativa all’episodio dell’estorsione di cui al capo f)2 l’aggravante
non aveva formato oggetto di attenta valutazione giacchè mancava
l’individuazione degli elementi atti a dimostrare l’effettivo impiego del metodo
mafioso; l’ordinanza impugnata era viziata da illogicità nella parte in cui si
limitava ad una mera elencazione dei fatti reato commessi dai presunti associati
senza tuttavia porre in essere un ragionamento logico ed oggettivo di colleganza
tra i singoli reati e la programmazione criminoso-associativa.
Venivano poi depositati motivi aggiunti nei quali si precisava che lo stesso
tribunale di Lecce aveva escluso per due coindagati l’aggravante di cu all’art.7 I
di 151/91.

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_

confermava l’applicazione della misura.

CONSIDERATO IN DIRITTO
2. Il ricorso è manifestamente infondato.
2.1

Le censure sollevate dal ricorrente riguardano tutti aspetti già

esaminati dal Tribunale del Riesame, sulle cui motivazioni il ricorrente non si
confronta, limitandosi a riproporre le censure già avanzate, senza rispondere in
alcun modo alle osservazioni formulate dal Tribunale sui punti già oggetto di
censura; il ricorso è pertanto generico, in quanto riproduttivo di censure di
merito alle quali l’ordinanza impugnata ha fornito risposta esauriente e del tutto

In particolare, quanto alla programmazione da parte della associazione dei
singoli reati, il Tribunale ben motiva nel paragrafo 9 dell’ordinanza, e in
particolare a pag. 11 ove, dopo aver elencato i singoli episodi criminosi
sottolinea che “alla luce degli elementi acquisiti e all’esito dell’attività
investigativa, può senz’altro affermarsi l’esistenza di un grave quadro indiziario
circa la presenza, nel comune di Taranto, dell’associazione mafiosa descritta in
rubrica al capo c), finalizzata ad acquisire, mediante l’intimidazione e
l’assoggettamento, il controllo delle attività economiche”; non risulta poi che il
reato associativo sia dig) settembre 2015.
Quanto alla censura che nella motivazione relativa all’episodio
dell’estorsione di cui al capo f)2 l’aggravante non aveva formato oggetto di
attenta valutazione, il Tribunale motiva la sussistenza dell’aggravante nelle righe
3 e seguenti di pag. 6.
Si deve poi osservare, sulla eccepita insussistenza della aggravante nel
caso di contestazione del reato di cui all’art. 416 bis cod.pen., che la stessa è
configurabile anche con riferimento ai reati-fine commessi dagli appartenenti al
sodalizio criminoso e anche quando il delitto cui accede concorra con quello di cui
all’art. 416bis c.p.; ed invero una cosa è partecipare ad un’associazione per
delinquere e cosa diversa è commettere un reato, anche se rientrante nel
programma associativo, avvalendosi del metodo mafioso o al fine di agevolare
l’attività dell’associazione: in tali ipotesi, infatti, la condotta mafiosa caratterizza
il momento specifico della commissione del reato-fine, mentre nel reato
associativo rappresenta una caratteristica permanente dell’azione criminosa.
D’altra parte, l’associato ad organizzazione mafiosa non deve, sempre e
necessariamente, avvalersi della forza intimidatrice del vincolo mafioso, ovvero
agire per fini propri dell’organizzazione, non essendovi pertanto tra
l’appartenenza ad associazione mafiosa e l’aggravante di cui all’art. 7 D.L.
152/1991, quella necessaria coincidenza che possa giustificare l’assorbimento
dell’ambito di operatività di detta norma in quello dell’art. 416 bis c.p..

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immune da vizi logici e giuridici.

Sulla osservazione secondo la quale l’aggravante in parola è stata esclusa
dallo stesso tribunale del riesame per due coindagati, si deve rilevare come la
stessa sia configurabile anche nella sola ipotesi di condotta delittuosa
oggettivamente diretta ad agevolare le attività dell’associazione mafiosa (sul
punto vedi Sez.I, sentenza n.3137 del 19/12/2014 Cc. (dep. 22/01/2015 ) Rv. 262486:
“La circostanza aggravante prevista dall’art. 7 D.L. 13 Maggio 1991 n. 152,
convertito nella legge 12 luglio 1991 n. 203, nelle due differenti forme
dell’impiego del metodo mafioso nella commissione dei singoli reati e della

delinquere di stampo mafioso, è configurabile anche con riferimento ai reati fine
commessi dagli appartenenti al sodalizio criminoso.% come avvenuto nel caso in
esame.
Si deve poi osservare come in tema di misure cautelari personali, allorché sia
denunciato, con ricorso per cassazione, vizio di motivazione del provvedimento
emesso dal tribunale del riesame in ordine alla consistenza dei gravi indizi di
colpevolezza, alla Corte fitti~ spetta solo il compito di verificare, in relazione
alla peculiare natura del giudizio di legittimità e ai limiti che ad esso ineriscono,
se il giudice di merito abbia dato adeguatamente conto delle ragioni che l’hanno
indotto o meno ad affermare la gravità del quadro indiziario a carico
dell’indagato e di controllare la congruenza della motivazione riguardante la
valutazione degli elementi indizianti rispetto ai canoni della logica e ai principi di
diritto che governano l’apprezzamento delle risultanze probatorie (ex multis vedi
Sez. 4, sent. n. 26992 del 29/5/2013, Rv. 255460); nel caso in esame, come già
osservato, il Tribunale del Riesame ha adeguatamente motivato su tutti i punti
oggetto del presente ricorso, che deve essere pertanto dichiarato inammissibile
(vedi in particolare, pag.11 dell’ordinanza, in risposta alla eccepita mancata
colleganza tra i singoli reati e la programmazione criminoso associativa).
Ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., con il provvedimento che dichiara
inammissibile il ricorso, la parte privata che lo ha proposto deve essere
condannata al pagamento delle spese del procedimento, nonché – ravvisandosi
profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità – al
pagamento a favore della Cassa delle ammende della somma di C 1.500,00 così
equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti.
Non conseguendo dall’adozione del presente provvedimento la rimessione in
libertà dell’indagato, deve provvedersi ai sensi dell’art. 94, comma 1
att. cod. proc. pen.

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ter, disp.

finalità di agevolare, con il delitto posto in essere, l’attività dell’associazione a

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di C 1.500,00 a favore della Cassa delle
ammende. Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94, comma 1
ter, disp. att. cod. proc. pen.

Così deciso il 14/12/2016

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