Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 22329 del 04/05/2018


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Penale Ord. Sez. 6 Num. 22329 Anno 2018
Presidente: MOGINI STEFANO
Relatore: D’ARCANGELO FABRIZIO

ORDINANZA

sul ricorso proposto da

Errini Ivan, nato a San Cesario di Lecce il 07/05/1988

avverso la sentenza del 13/11/2017 del Giudice per le indagini preliminari del
Tribunale di Lecce

visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Fabrizio D’Arcangelo;

RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO

– che il Tribunale di Lecce, con sentenza emessa in data 13 novembre 2017, ha
applicato ad Ivan Errini, ai sensi dell’art. 444 cod. proc. pen., la pena di un anno
ed otto mesi di reclusione per il delitto di cui all’art. 385 cod. pen. commesso in
Monteroni il 30 novembre 2016 (capo A), di cui agli art. 81, 496 e 61 n. 2 cod.
pen. commesso in Castro e Tricase il 30 novembre 2016 (capo B) e di cui all’art.
385 cod. pen. commesso in Monteroni il 6 dicembre 2016 (capo c).

Data Udienza: 04/05/2018

.

– che l’avvocato Massimo Bellini, difensore dell’Errini, ricorre per cassazione
avverso tale sentenza e deduce, con unico motivo, la violazione dell’art. 606,
comma 1, lett. e), cod. proc. pen., in relazione agli artt. 111 Cost. e 125, comma
3, e 129 cod. proc. pen., per carenza della motivazione in ordine alla
qualificazione dei delitti contestati;
– che il giudice, infatti, in sede di delibazione della istanza di applicazione
pena deve preliminarmente verificare la correttezza della qualificazione giuridica
dei fatti, dando conto, con argomenti privi di vizi logici, del percorso logico

– che, secondo il ricorrente, tuttavia, nella sentenza impugnata vi era un
difetto di motivazione, in quanto il giudice si era limitato ad affermare la
correttezza della qualificazione giuridica recepita dall’accordo delle parti, senza
esplicitare giustificazione alcuna di tale assunto;
– che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile;
– che la censura, infatti, non chiarisce sotto quale profilo la qualificazione
indicata in sentenza, che ha, peraltro, recepito la indicazione delle parti nella
istanza di applicazione della pena, sarebbe erronea, né, per converso, enuncia la
qualificazione alternativa ritenuta corretta;
– che la mancanza di specificità del motivo, del resto, dev’essere apprezzata
non solo per la sua genericità, come indeterminatezza, ma anche per la
mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e
quelle poste a fondamento dell’impugnazione ed, in entrambi i casi, conduce, ai
sensi dell’art. 591 cod. proc. pen., comma 1, lett. c), all’inammissibilità della
stessa (Sez. 4, n. 18826 del 09/02/2012, Pezzo, Rv. 253849; Sez. 1, n. 39598
del 30/09/2004, Burzotta, Rv. 230634; Sez. 4, n. 5191 del 29/03/2000, Barone,
Rv. 216473; Sez. 4, n. 256 del 18/09/1997, Ahmetovic, Rv. 210157);
– che, infatti, contenuto essenziale dell’atto di impugnazione è innanzitutto il
confronto puntuale (e, cioè, con specifica indicazione delle ragioni di diritto e
degli elementi di fatto che fondano il dissenso) con le argomentazioni del
provvedimento il cui dispositivo si contesta, mediante l’individuazione dei capi e
dei punti dell’atto impugnato che si intendono sottoporre a censura con
espressione di un vaglio critico in ordine a ciascuno di essi analiticamente
formulato, che consenta di dimostrare che il ragionamento del giudice è errato
(Sez. 5, n. 28011 del 15/02/2013, Sammarco, Rv. 255568; Sez. 6, n. 22445
dell’8/09/2009, P.M. in proc. Candita, Rv. 244181);
– che, peraltro, in tema di patteggiamento, l’erronea qualificazione giuridica
del fatto ritenuto in sentenza può costituire motivo di ricorso per cassazione, ai
sensi dell’art. 448, comma 2-bis, cod. proc. pen., come modificato dalla legge 23
giugno 2017, n. 103, solo quando detta qualificazione risulti, con indiscussa

seguito nella motivazione;

immediatezza, palesemente eccentrica rispetto al contenuto del capo di
imputazione o sia frutto di un errore manifesto (Sez. 6, n. 2721 del 08/01/2018,
Bouaroua, Rv. 272026);
– che, alla stregua di tali rilievi ed in assenza della dimostrazione di tale
evenienza, il ricorso deve dichiarato inammissibile ai sensi dell’art. 610, comma

5-bis, cod. proc. pen.;
– che il ricorrente deve, pertanto, essere condannato, ai sensi dell’art. 616
cod. proc. pen., al pagamento delle spese del procedimento;

13 giugno 2000, n. 186, e considerato che non vi è ragione di ritenere che il
ricorso siano stato presentato senza “versare in colpa nella determinazione della
causa di inammissibilità”, deve, altresì, disporsi che il ricorrente versi la somma,
determinata, tenendo conto della causa di inammissibilità, di quattromila euro in
favore della cassa delle ammende;

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro quattromila in favore della cassa delle
ammende.
Così deciso il 04/05/2018.

Il Consigliere estensore

Il Presidente

Fabrizio D’Arcangelo

Stefano Mogini

– che, in virtù delle statuizioni della sentenza della Corte costituzionale del

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