Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 22307 del 19/04/2018


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 22307 Anno 2018
Presidente: SARNO GIULIO
Relatore: CENTOFANTI FRANCESCO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
DELL’UTRI MARCELLO nato il 11/09/1941 a PALERMO

avverso l’ordinanza del 05/12/2017 del TRIBUNALE di SORVEGLIANZA di ROMA
sentita la relazione svolta dal Consigliere FRANCESCO CENTOFANTI;
lette le conclusioni del Pubblico ministero, in persona del Sostituto Procuratore
generale Alfredo Pompeo Viola, che ha chiesto dichiararsi inammissibile il ricorso.

Data Udienza: 19/04/2018

RITENUTO IN FATTO

1. Con l’ordinanza in epigrafe il Tribunale di sorveglianza di Roma rigettava
l’istanza di rinvio facoltativo dell’esecuzione della pena per grave infermità fisica,
ai sensi dell’art. 147, primo comma, n. 2 cod. pen., e quella subordinata di
applicazione della detenzione domiciliare, ai sensi dell’art. 47-ter, comma 1-ter,
Ord. pen., già avanzate dal detenuto Marcello Dell’Utri, ristretto in istituto in
espiazione della pena di sette anni di reclusione, inflitta per concorso esterno in

Il Tribunale, dato atto che analoga istanza era già stata disattesa nel
novembre 2016, con decisione che aveva passato indenne il controllo di
legittimità, richiamava gli esiti della rinnovata perizia collegiale, depositata
nell’ottobre 2017, da cui emergeva il complessivo quadro multipatologico del
condannato. Le affezioni di maggior rilievo erano di natura cardio-circolatoria
(con diagnosi di cardiopatia ischemica cronica in buon compenso, ipertensione in
trattamento farmacologico, quadro stimato come sovrapponibile al pregresso) e
prostatica (in aggravamento, essendo stato recentemente diagnosticato, a fronte
di già esistente iperplasia prostatica benigna, un adenocarcinoma acinare,
intracapsulare, ben differenziato, con bassi livelli di PSA, da trattare, in seno alle
varie opzione terapeutiche ed in accordo con la volontà del paziente, mediante
radioterapia).
Il medesimo Tribunale, facendo anche riferimento alla propria speciale
qualificazione, derivante dalla presenza nel collegio di esperti dotati di
competenze mediche, dichiarava di concordare con la valutazione peritale, che
indicava le patologie come fronteggiabili in costanza di detenzione, essendo la
radioterapia praticabile mediante ricorso al regime di ricovero previsto dall’art.
11 Ord. pen.
Ricordate le opposte conclusioni rassegnate, in punto di compatibilità con lo
stato detentivo, dai consulenti nominati tanto dal Pubblico ministero che dal
condannato, ed invero emergenti altresì delle sopravvenute relazioni sanitarie
dell’istituto penitenziario, il giudice di sorveglianza argomentava le ragioni che ne
impedivano il recepimento.
Infine il decidente escludeva che, in rapporto alle condizioni di salute del
condannato, che aveva conservato integre le capacità intellettive, e nonostante
la sua età (76 anni), la pena in espiazione potesse considerarsi contraria al senso
di umanità o priva di significato rieducativo.

2. Ricorre per cassazione il condannato, tramite i difensori di fiducia.

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associazione di stampo mafioso.

Nell’unico articolato motivo si deduce – ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett.
e), cod. proc. pen. – la mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della
motivazione.
L’ordinanza impugnata, secondo il ricorrente, avrebbe sbrigativamente
pretermesso le relazioni sanitarie dell’istituto carcerario, successive alla perizia,
che davano atto dell’impossibilità di gestire il detenuto in sede penitenziaria.
Essa avrebbe altresì valutato in modo parziale e lacunoso le consulenze di parte,
inclusa quella della Procura generale presso la Corte di appello. Non vi sarebbe

nella loro globalità ed interezza.
La praticabilità in costanza di detenzione di terapie antitumorali così invasive
sarebbe stata dichiarata con tono meramente assertivo. Dell’Utri riceverebbe una
terapia farmacologica tuttora inappropriata e la radioterapia non potrebbe
eseguirsi nei centri clinici dell’Amministrazione.
La pena, in queste condizioni, data anche l’età, non potrebbe sortire i
previsti effetti rieducativi, e sarebbe contraria al senso di umanità.

3. Alla requisitoria presentata, nei termini di cui in epigrafe, dal Procuratore
generale presso questa Corte, la difesa del condannato ha replicato nei termini
con memoria confutativa.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è fondato nei termini di seguito precisati.

2.

Questa Corte, nella sentenza (Sez. 1, n. 39160 del 04/05/2017)

pronunciata a definizione dell’antecedente procedimento di rinvio facoltativo
dell’esecuzione della pena, per grave infermità fisica, promosso da Dell’Utri,
aveva ricordato i principi cardine di tale istituto.
Esso si fonda, come in allora ribadito, sul principio costituzionale di
uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge senza distinzione di condizioni
personali, su quello secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti
contrari al senso di umanità ed, infine, su quello secondo il quale la salute è un
diritto fondamentale dell’individuo. Il giudice deve valutare se le condizioni di
salute del condannato, oggetto di specifico e rigoroso esame, possano essere
adeguatamente assicurate all’interno dell’istituto penitenziario o, comunque, in
centri clinici penitenziari e se esse siano o meno compatibili con le finalità
rieducative della pena, con un trattamento rispettoso del senso di umanità,
tenuto conto anche della durata del trattamento e dell’età del detenuto, a loro

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stato così un adeguato confronto con le risultanze mediche in atti, considerate

volta soggette ad un’analisi comparativa con la pericolosità sociale del
condannato.
Tale impostazione riflette consolidati principi, ripetutamente affermati dalla
giurisprudenza di legittimità, secondo cui deve farsi ricorso al differimento ex art.
147, primo comma, n. 2), cod. pen., anzitutto allorché la malattia da cui è
affetto il condannato sia grave, cioè tale da porre in pericolo la vita o da
provocare rilevanti conseguenze dannose e, comunque, da esigere un
trattamento che non si possa facilmente attuare nello stato di detenzione,

ad essere adeguatamente curato e le esigenze di sicurezza della collettività (Sez.
1, n. 789 del 18/12/2013, dep. 2014, Mossuto, Rv. 258406; Sez. 1, n. 972 del
14/10/2011, dep. 2012, Farinella, Rv. 251674). Inoltre, rispetto al medesimo
differimento, debbono rilevare anche patologie di entità tale da far apparire
l’espiazione della pena in contrasto con il senso di umanità cui si ispira la norma
contenuta nell’art. 27 Cost. (Sez. 1, n. 17947 del 30/03/2004, Vastante, Rv.
228289), dovendosi avere riguardo ad ogni stato morboso o scadimento fisico
capace di determinare una situazione di esistenza al di sotto di una soglia di
dignità da rispettarsi pure nella condizione di restrizione carceraria (Sez. 1, n.
22373 del 08/05/2009, Aquino, Rv. 244132). Né è dubitabile che, anche in tale
evenienza, il giudice di sorveglianza competente sia chiamato ad un attento e
saggio bilanciamento, idoneo a contemperare nel modo migliore gli elevati valori
in gioco.
L’indefettibilità di quest’ultimo, nel caso di rischio di compromissione di tali
valori, e la sua centralità in seno alla valutazione rimessa al tribunale di
sorveglianza, erano espressamente richiamate nella citata sentenza di legittimità
n. 39160 del 2017, che valorizzava l’esigenza di ricercare un equilibrio – certo in
concreto talora difficile – tra certezza della pena, da una parte, e salvaguardia
del diritto alla salute e ad un’esecuzione penale rispettosa dei criteri di umanità,
dall’altra, al fine di individuare la situazione cui dare la prevalenza ovvero i modi
del reciproco contemperamento; e chiamava il giudice a dare conto degli esiti del
suo ragionamento, con motivazione compiuta, ancorché sintetica, che
consentisse la verifica del processo logico-decisionale, ancorato ai concreti
elementi di fatto emersi nel procedimento.

3. Ciò posto, l’ordinanza impugnata ricostruisce ed analizza indubbiamente
nel dettaglio – in relazione al profilo sanitario – le patologie da cui è affetto il
condannato, sulla base dell’accurato accertamento peritale svolto, né può ad
essa imputarsi per questo aspetto di non essersi confrontata con i rilievi difensivi
e dei consulenti di parte, nonché con le sollecitazioni della direzione sanitaria

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dovendosi in proposito operare un bilanciamento tra l’interesse del condannato

dell’istituto in merito alle patologie stesse, cui si offrono risposte né apparenti né
superficiali.
Per i rimanenti profili sopra richiamati – che pure devono concorrere a
comporre il quadro valutativo – la motivazione sembra invece limitarsi a
richiamare la precedente ordinanza, sul rilievo che la stessa avesse già superato
lo scrutinio di legittimità.
Ma ciò non può ritenersi corretto.
E’ del tutto evidente che il bilanciamento tra i delicati valori antagonisti in

essere necessariamente rinnovati ed attualizzati in parallelo all’evoluzione della
situazione sanitaria e che di tale aspetto occorre, quindi, dare conto nel percorso
motivazionale.
Nella specie – anche per escluderne la decisiva rilevanza – difetta ogni
specifica valutazione con riferimento alla più grave diagnosi di natura prostatica
ed all’impossibilità di eseguire presso centri clinici penitenziari la radioterapia
necessaria e, conseguentemente, il percorso motivazionale omette di
confrontarsi anche con le ripercussioni dell’aggravamento delle condizioni
sanitarie e con l’incidenza dei quotidiani trasferimenti in ospedale rispetto ad
un’esecuzione penale da mantenere nei limiti dell’umanità e della rieducazione.

4. L’ordinanza impugnata, viziata sotto l’aspetto considerato, deve essere
per l’effetto annullata, con rinvio al medesimo giudice che l’ha pronunciata
perché, impregiudicata ogni valutazione di merito, rinnovi con riferimento
all’attualità l’esame di sua competenza.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al Tribunale di
sorveglianza di Roma.
Così deciso il 19/04/2018

campo ed il giudizio di pericolosità ostativa a differenziati trattamenti devono

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