Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 22182 del 17/01/2018


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 22182 Anno 2018
Presidente: IZZO FAUSTO
Relatore: DOVERE SALVATORE

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
PENNISI SALVATORE nato il 31/08/1959 a CATANIA

avverso la sentenza del 24/01/2017 della CORTE APPELLO di CATANIA
dato avviso alle parti;
sentita la relazione svolta dal Consigliere SALVATORE DOVERE;

Data Udienza: 17/01/2018

RITENUTO IN FATTO
1. Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte di Appello di Catania ha
parzialmente riformato la pronuncia emessa nei confronti di Pennisi Salvatore dal
Tribunale di Catania, che aveva giudicato questi colpevole del reato di furto
aggravato e lo aveva condannato alla pena ritenuta equa.
Secondo l’accertamento condotto nei gradi di merito il Pennisi si era reso
autore del furto di una somma di denaro in danno di che aveva sottratto dalla
tasca dei pantaloni di quest’ultimo, dell’età di settantaquattro anni, mentre era

La Corte di Appello, in particolare, ha ritenuta infondata la prospettazione
difensiva che indicava nel tentativo di furto aggravato la più appropriata
qualificazione giuridica del fatto, atteso che durante l’intero svolgimento
dell’accadimento il Pennisi era stato sotto il controllo degli agenti della polizia
municipale che, avendone conoscenza come di soggetto già condannato per reati
contro il patrimonio, lo aveva posto sotto osservazione.
Il collegio distrettuale ha poi escluso l’aggravante prevista dall’art. 625 n.
cod. pen., non essendo stato commesso il fatto sul bagaglio del viaggiatore ed
ha rideterminato la pena riducendola a quella di due anni nove mesi e dieci
giorni di reclusione ed euro trecento di multa, computata la diminuente prevista
per il rito abbreviato.

2. Avverso la descritta sentenza il Pennisi, a mezzo del difensore di fiducia
avv. Giuseppe Rapisarda, ha proposto ricorso per la sua cassazione, articolando
i motivi di seguito esposti.
2.1. Vizio di motivazione e violazione di legge in relazione alla qualificazione
giuridica del fatto; ad avviso dell’esponente il costante controllo operato dalla
polizia municipale delle mosse del Pennisi ha determinato che in alcun momento
questi ebbe ad ottenere l’autonoma disponibilità del bene; pertanto, facendo
corretta applicazione degli insegnamenti impartiti dalle Sezioni unite con
sentenza Sez. U, n. 52117 del 17/07/2014 – dep. 16/12/2014, Pg in proc.
Prevete e altro, Rv. 261186, il furto è rimasto allo stadio del tentativo. La
motivazione resa dalla corte distrettuale è erronea.
2.2. Con un secondo motivo viene dedotta la violazione di legge ed il vizio
della motivazione in relazione alla ritenuta sussistenza dell’aggravante della
minorata difesa (art. 61 n. 5 cod. pen.); ad avviso dell’esponente questa è stata
affermata sulla scorta della sola età della persona offesa, dato da solo non
sufficiente, e la Corte di Appello, nel fare riferimento alla minore possibilità di
reazione, ha posto un’affermazione manchevole di riferimenti ad elementi
oggettivi; in ciò il difetto della motivazione.

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intento a caricare il bagaglio su un autobus di linea.

2.3. Il terzo motivo censura la motivazione in tema di recidiva, che si
assume mancante nonostante l’appello avesse al riguardo formulato rilievi ampi
e specifici.
2.4. Con l’ultimo motivo si denuncia il vizio della motivazione a riguardo del
diniego di riconoscimento della prevalenza delle attenuanti generiche sulle
contestate aggravanti, siccome non considerate le condizioni personali del
ricorrente, le ragioni che lo hanno spinto a delinquere e il suo comportamento
processuale.

3. Il ricorso è inammissibile.
3.1. Il primo motivo muove da premesse fattuali coincidenti con quelle
assunte dalla Corte di merito, la quale ha affermato che gli agenti della Polizia
Municipale avevano notato il Pennisi e ne avevano osservato le mosse. Tuttavia,
mentre i giudici del secondo grado hanno escluso che ciò precludesse la
consumazione del reato perché comunque il Pennisi era riuscito ad appropriarsi
del denaro, che infatti dovette essere recuperato dai verbalizzanti e quindi
restituito alla persona offesa, per il ricorrente si verte in ipotesi di tentativo, in
quanto il concomitante controllo del reo esclude che questi possa ottenere
l’autonoma disponibilità del bene.
L’assunto è manifestamente infondato.
La giurisprudenza di questa Corte ha stabilito, in relazione a caso di furto in
supermercato, che il monitoraggio della azione furtiva in essere, esercitato
mediante appositi apparati di rilevazione automatica del movimento della merce
ovvero attraverso la diretta osservazione da parte della persona offesa o dei
dipendenti addetti alla sorveglianza ovvero delle forze dell’ordine presenti nel
locale ed il conseguente intervento difensivo “in continenti”, impediscono la
consumazione del delitto di furto che resta allo stadio del tentativo, non avendo
l’agente conseguito, neppure momentaneamente, l’autonoma ed effettiva
disponibilità della refurtiva, non ancora uscita dalla sfera di vigilanza e di
controllo del soggetto passivo (Sez. U, n. 52117 del 17/07/2014 – dep.
16/12/2014, Pg in proc. Prevete e altro, Rv. 261186). Secondo le Sezioni unite,
l’impossessamento postula il conseguimento della signoria del bene sottratto,
intesa come piena, autonoma ed effettiva disponibilità della refurtiva da parte
del soggetto attivo. Ne deriva che, qualora la concomitante vigilanza della
persona offesa lo escluda, l’incompiutezza dell’impossessamento osta alla
consumazione del reato e circoscrive la condotta delittuosa nell’ambito del
tentativo.
Tali principi non escludono però il rilievo dell’avvenuta sottrazione del bene
in casi diversi da quelli nei quali il fatto viene commesso in uno spazio sottoposto

CONSIDERATO IN DIRITTO

al controllo della persona offesa. Si è quindi ritenuto dalla giurisprudenza
successiva che integra il reato di furto nella forma consumata la condotta di colui
che, subito dopo essersi impossessato di una borsa, approfittando della
disattenzione della persona offesa, venga inseguito e bloccato dalla polizia
giudiziaria che lo aveva osservato a distanza, in quanto il criterio distintivo tra
consumazione e tentativo risiede nella circostanza che l’imputato consegua,
anche se per breve tempo, la piena, autonoma ed effettiva disponibilità della
refurtiva. Pertanto, ha precisato la Corte, l’osservazione a distanza da parte degli

in quanto tale “studio” non solo non era avvenuto ad opera della persona offesa
– che di nulla si era accorta, allontanandosi dal posto – ma, neppure, gli aveva
impedito di far sua la borsa della vittima, prima di essere arrestato (Sez. 5, n.
26749 del 11/04/2016 – dep. 27/06/2016, Ouerghi, Rv. 267266).
Orbene, la corte distrettuale ha motivato – con apprezzamento insindacabile
in punto di fatto – sulla acquisita disponibilità autonoma della cosa [sia pure per
un arco temporale molto limitato] da parte dell’imputato: ciò che configura i
presupposti del furto consumato.
3.2. In tema di minorata difesa, la circostanza aggravante di aver
approfittato di circostanze di tempo, di luogo o di persona tali da ostacolare la
pubblica o privata difesa, a seguito della modifica normativa introdotta dalla
legge n. 94 del 2009, deve essere specificamente valutata anche in riferimento
all’età senile e alla debolezza fisica della persona offesa, avendo voluto il
legislatore assegnare rilevanza ad una serie di situazioni che denotano nel
soggetto passivo una particolare vulnerabilità della quale l’agente trae
consapevolmente vantaggio (Sez. 2, n. 8998 del 18/11/2014 – dep. 02/03/2015,
Genovese, Rv. 262564). Tanto implica la necessità di esplicare in qual modo l’età
avanzata abbia determinato una condizione di indebolita difesa. Orbene, nel caso
in esame la Corte distrettuale ha esplicitamente precisato che la vittima era stata
nell’impossibilità di reagire ad una persona più giovane per le condizioni di
minore prestanza fisica; inoltre ha identificato anche nel particolare stato di
disagio, dovuto alle incombenze del carico del bagaglio, l’ulteriore ragione di una
minorazione dell’ordinaria capacità di difesa.
Il motivo è quindi manifestamente infondato; e persino aspecifico poiché non
considera l’ulteriore profilo esaltato dalla motivazione impugnata.
3.3. Il terzo motivo è aspecifico, giacché non indica quali rilievi fossero stati
mossi con l’atto di appello. Giova rammentare che è inammissibile il ricorso per
cassazione i cui motivi si limitino a lamentare l’omessa valutazione, da parte del
giudice dell’appello, delle censure articolate con il relativo atto di gravame,
rinviando genericamente ad esse, senza indicarne il contenuto, al fine di

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agenti non ha rilevanza ai fini della configurabilità del reato nella forma tentata,

consentire l’autonoma individuazione delle questioni che si assumono irrisolte e
sulle quali si sollecita il sindacato di legittimità, dovendo l’atto di ricorso
contenere la precisa prospettazione delle ragioni di diritto e degli elementi di
fatto da sottoporre a verifica (Sez. 3, n. 35964 del 04/11/2014 – dep.
04/09/2015, B e altri, Rv. 264879).
3.4. Il quarto motivo è manifestamente infondato, poiché riposa su assunti
interpretativi costantemente respinti dal giudice di legittimità. Invero, le
statuizioni relative al giudizio di comparazione tra opposte circostanze,

sindacato di legittimità qualora non siano frutto di mero arbitrio o di
ragionamento illogico e siano sorrette da sufficiente motivazione, tale dovendo
ritenersi quella che per giustificare la soluzione dell’equivalenza si sia limitata a
ritenerla la più idonea a realizzare l’adeguatezza della pena irrogata in concreto
(Sez. U, n. 10713 del 25/02/2010 – dep. 18/03/2010, Contaldo, Rv. 245931).
Non vi è quindi un difetto della motivazione ma piuttosto un giudizio che,
esaminati i diversi elementi, ha ritenuto quelli deponenti per un’attenuazione
della pena equivalenti a quelli di segno contrario.

4. Segue alla declaratoria di inammissibilità la condanna al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro 2000,00 a favore della cassa delle
ammende.

P.Q.M.
dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di duemila euro alla cassa delle
ammende.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 17/1/201- –

implicando una valutazione discrezionale tipica del giudizio di merito, sfuggono al

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