Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 22163 del 17/01/2018


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 22163 Anno 2018
Presidente: IZZO FAUSTO
Relatore: DOVERE SALVATORE

ORDINANZA

sui ricorsi proposti da:
GRIMAUDO ANDREA nato il 08/10/1984 a PALERMO
TARALLO ANTONIO nato il 01/04/1989 a PALERMO

avverso la sentenza del 08/02/2017 della CORTE APPELLO di PALERMO
dato avviso alle parti;
sentita la relazione svolta dal Consigliere SALVATORE DOVERE;

Data Udienza: 17/01/2018

RITENUTO IN FATTO
1. Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte di appello di Palermo ha
confermato la pronuncia emessa dal Tribunale di Sciacca nei confronti di
Grimaudo Andrea e di Tarallo Antonio, con la quale questi erano stati giudicati
responsabili di due reati di furto aggravato dalla violenza sulle cose e dalla
recidiva qualificata, ritenuti avvinti in continuazione tra loro, e condannati alla
pena ritenuta per ciascuno equa.
Secondo l’accertamento condotto nei gradi di merito, il 28.6.2011 vennero

numerosi paia di occhiali, 80 chili di sigarette, del denaro contante e un ingente
quantitativo di biglietti ‘gratta e vinci’ (capo A della rubrica) e in un bar sito
presso la stazione di servizio sita in Poggioreale di Sciacca venne sottratto il
registratore di cassa con all’interno 400 euro (capo B della rubrica).
Tali fatti sono stati attribuiti al Grimaudo ed al Tarallo sulla scorta delle
immagini delle videocamere di sorveglianza installate presso le due stazioni ed il
rinvenimento presso gli imputati della merce sottratta.

2.

Avverso tale decisione ricorre per cassazione Grimaudo Andrea a mezzo

del difensore di fiducia, avv. Pietro Capizzi.
2.1. Con un primo motivo deduce violazione di legge in relazione agli artt.
624 e 625 cod. pen. e vizio della motivazione. Asserisce l’esponente che le
riprese video registrate dalle telecamere interne al luogo del delitto e il
riconoscimento degli imputati eseguito dai Carabinieri di Monreale non
costituiscono elementi che in assenza di riscontri possono costituire prova della
responsabilità del Grimaudo. Gli elementi identificativi non coincidono con quelli
rinvenuti presso l’abitazione dell’imputato; in assenza di accertamento sui
pacchetti di sigarette trovati in tale abitazione non è possibile affermare con
certezza che essi provenivano dall’esercizio ove venne commesso il furto; il
riconoscimento dei militari non offre certezza.
2.2. Deduce, altresì, la violazione dell’art. 99 cod. pen. ed il vizio
motivazionale in relazione alla ritenuta sussistenza della contestata recidiva,
perché la Corte di Appello non ha operato una reale verifica della maggiore
pericolosità del Grimaudo espressa dalla consumazione dei reati per cui è
processo.
2.3. Infine, lamenta la violazione dell’art. 62-bis cod. pen. e il vizio della
motivazione, asserendo che il ragionamento fatto dai giudici è superficiale e
infondato.

2

sottratti in un bar-tabacchi sito presso la stazione di servizio Agip di Sciacca

3.

Ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza anche Tarallo

Antonio, che a mezzo del difensore, avv. Vincenzo Giambruno, ha articolato i
seguenti motivi.
3.1. Violazione dell’art. 192 cod. proc. pen., 133 e 624 cod. pen. e vizio
della motivazione: il circuito di video sorveglianza presente nell’esercizio di cui al
capo A della rubrica permise di identificare il tipo di autovettura utilizzata dai
ladri (una Micra; tipo di auto corrispondente a quella in possesso dell’imputato)
ma non la targa; il Tarallo venne trovato in possesso di biglietti gratti e vinci tre

identificato sulla base delle impronte digitali o attraverso l’esame dei frame
video; pertanto gli elementi posti a base della sentenza non sono idonei ad un
giudizio di responsabilità ed è mancata la valutazione delle prove a discarico.
Con riferimento al capo B) della rubrica, l’affermazione di responsabilità si fonda
sul solo riconoscimento eseguito attraverso la visione del filmato registrato
presso l’esercizio; trattandosi di prova che può risentire dell’azione di una
pluralità di fattori di inquinamento essa, in assenza di riscontri, essa non è
sufficiente a fondare un giudizio di colpevolezza.
3.2. Si lamenta infine la violazione degli artt. 62-bis, 133 e 99 cod. pen.
perché le attenuanti generiche sono state negate senza reale motivazione e la
pena inflitta è eccessiva.

CONSIDERATO IN DIRITTO
4. Il ricorso proposto dal Grimaudo è inammissibile.
4.1. Quanto al primo motivo, occorre prendere le mosse dal ricordare che
compito di questa Corte non è quello di ripetere l’esperienza conoscitiva del
Giudice di merito, bensì quello di verificare se il ricorrente sia riuscito a
dimostrare, in questa sede di legittimità, l’incompiutezza strutturale della
motivazione della Corte di merito; incompiutezza che derivi dalla presenza di
argomenti viziati da evidenti errori di applicazione delle regole della logica, o
fondati su dati contrastanti con il senso della realtà degli appartenenti alla
collettività, o connotati da vistose e insormontabili incongruenze tra loro ovvero
dal non aver il decidente tenuto presente fatti decisivi, di rilievo dirompente
dell’equilibrio della decisione impugnata, oppure dall’aver assunto dati
inconciliabili con “atti del processo”, specificamente indicati dal ricorrente e che
siano dotati autonomamente di forza esplicativa o dimostrativa tale che la loro
rappresentazione disarticoli l’intero ragionamento svolto, determinando al suo
interno radicali incompatibilità cosi da vanificare o da rendere manifestamente
incongrua la motivazione (Cass. Sez. 2, n. 13994 del 23/03/2006, P.M. in proc.
Napoli, Rv. 233460; Cass. Sez. 1, n. 20370 del 20/04/2006, Simonetti ed altri,

ore dopo il furto e a cento chilometri dal luogo del fatto; egli non fu mai

Rv. 233778; Cass. Sez. 2, n. 19584 del 05/05/2006, Capri ed altri, Rv. 233775;
Cass. Sez. 6, n. 38698 del 26/09/2006, imp. Moschetti ed altri, Rv. 234989).
Con riferimento alla individuazione fotografica di un soggetto effettuata dalla
polizia giudiziaria sulla base di una immagine vale rammentare che la
giurisprudenza di legittimità riconduce quella alla nozione di prova atipica, la cui
affidabilità deriva dalla credibilità della deposizione di chi, avendo esaminato la
fotografia, si dica certo della sua identificazione. Pertanto, le modalità
dell’individuazione – concretatesi nella scelta delle immagini fotografiche

l’enorme margine di opinabilità che accompagna ogni selezione, ma si riflettono
sul suo valore, che richiede l’apprezzamento, in sede di scrutinio di legittimità,
della congruenza del percorso argomentativo utilizzato dal giudice di merito a
fondamento dell’affidabilità del riconoscimento e, quindi, del giudizio di
colpevolezza (Sez. 5, n. 9505 del 24/11/2015 – dep. 08/03/2016, Coccia, Rv.
26756201).
Orbene, le censure del ricorrente non pongono in discussione l’atendiobilità
dei verbalizzanti che eseguirono l’individuazione e si concretano in affermazioni
perentorie che negano valore probatorio agli elementi dai quali i giudici
territoriali hanno ritenuto di poter trarre la dimostrazione della ipotesi
accusatoria, senza però riuscire ad identificare reali vizi della motivazione o
violazioni di legge. Ciò vale anche per l’identificazione nell’imputato di uno dei
ladri fatta dai Carabinieri prendendo visione delle riprese video; per essa si
prospetta un vizio passibile in astratto di denuncia in sede di legittimità (la
carenza di riscontri), ma si tratta di rilievo manifestamente infondato giacché
sono stati esplicati gli elementi che fungono da conferma di quella
identificazione; in primis il fatto che il Grimaudo venne trovato in possesso di
parte della refurtiva.
4.2. Il secondo ed il terzo motivo non sono consentiti in sede di legittimità;
essi si sostanziano nella mera critica del giudizio della Corte di Appello, sostenuto
da una motivazione – della quale dà conto lo stesso ricorrente – non
manifestamente illogica o in contraddizione con i dati acquisiti.

5. Inammissibile è anche il ricorso del Tarallo.
5.1. Il primo motivo non è consentito in sede di legittimità; esso concretizza
una critica fondata non già sui dati di fatto considerati dalla Corte di Appello ma
sull’assenza di ulteriori dati, tuttavia dai giudici di merito implicitamente ritenuti
non essenziali. Anche in tal caso il ricorso sottende la richiesta a questa Corte di
operare una nuova valutazione degli elementi probatori, concludendo in senso

effettuata dalla polizia giudiziaria – non riguardano la legalità della prova, dato

difforme da quanto fatto dai giudici di merito. Vale quindi quanto già espresso a
riguardo dell’analogo motivo formulato dal Grimaudo.
5.2. Il secondo motivo si concreta nella prospettazione della eccessività della
pena, ancora una volta sollecitando una nuova valutazione discrezionale preclusa
a questa Corte. D’altro canto, la motivazione resa sul punto dalla Corte
distrettuale sfugge alle censure elevabili in sede di legittimità, avendo essa posto
in luce la gravità intrinseca delle condotte e la totale assenza di positivi elementi
di valutazione. Vale rammentare che il giudizio con il quale il giudice di merito

circostanze che lo compongono, al fine di determinare il grado di responsabilità
dell’imputato e l’adeguatezza della pena, rientra nell’ambito della discrezionalità
dello stesso giudice e per esso non è richiesta una analitica esposizione dei criteri
di valutazione adottati, ma è sufficiente la sola indicazione degli elementi scelti
per la formazione del giudizio stesso e della eseguita valutazione delle
circostanze che concorrono nel reato, in modo che risulti che il giudice,
nell’espressione del suo globale giudizio, abbia tenuto conto di tutte le
componenti del fatto criminoso (Sez. 2, n. 4831 del 15/02/1984,
dep. 24/05/1984, Lecci, Rv. 164368; Sez. 1, n. 6034 del 11/04/1995 – dep.
25/05/1995, La Marca, Rv. 201433). Sicchè il giudice del merito, con la
enunciazione, anche sintetica, della eseguita valutazione di uno (o più) dei criteri
indicati nell’art. 133 cod. pen., assolve adeguatamente all’obbligo della
motivazione: tale valutazione, infatti, rientra nella sua discrezionalità e non
postula una analitica esposizione dei criteri adottati per addivenirvi in concreto
(Sez. 2, n. 12749 del 19/03/2008, dep. 26/03/2008, Gasparri e altri, Rv.
239754).

6. Segue alla declaratoria di inammissibilità la condanna dei ricorrenti al
pagamento delle spese processuali e al versamento ciascuno della somma di
euro 2000,00 a favore della cassa delle ammende.
P.Q.M.
dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese
processuali e ciascuno al versamento della somma di duemila euro alla cassa
delle ammende.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 17/1/20,18.

apprezza l’entità dell’intero fatto circostanziato in rapporto agli elementi ed alle

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